Dalle parole del ct Hallgrímsson alle proteste dei tifosi, l’imminente doppio confronto contro la nazionale di Tel Aviv divide profondamente il paese. Le gare sono state spostate in campo neutro (una persino a porte chiuse), mentre calciatori, sindacati, politici e persino la tv pubblica hanno preso posizione contro la decisione di scendere in campo
Saranno molto più di due partite di calcio, quelle tra Israele e Irlanda che si svolgeranno nei prossimi giorni nella Nations League. Lo dimostra la recente reazione dell’Ifa, la Federcalcio israeliana, alle parole del ct irlandese, Heimir Hallgrímsson, che venerdì in conferenza stampa aveva detto: «Non giocheremo con il genocidio, ma contro il genocidio». Parole «stupide, ignoranti e ipocrite», ha protestato lunedì sera l’Ifa, che starebbe valutando anche un reclamo formale alla Uefa.
Il paradosso è che la frase di Hallgrímsson, in Irlanda, è stata accolta altrettanto negativamente, ma per le ragioni opposte. All’allenatore viene rinfacciato di voler giustificare la decisione di giocare contro Israele, osteggiata dalla maggior parte dei tifosi irlandesi, e di aver opportunisticamente fatto dei passi indietro rispetto alle sue passate opinioni sul tema. Lo scorso ottobre, quattro mesi prima che il sorteggio mettesse la sua squadra nello stesso girone di Israele, Hallgrímsson si era espresso a favore dell’esclusione delle squadre di Tel Aviv dalle competizioni internazionali: «Non capisco la differenza per cui la Uefa e la Fifa hanno escluso la Russia e non Israele», aveva detto.
Campo neutro (?)
In Irlanda, il dibattito è molto forte, e l'opinione pubblica è nettamente a favore del boicottaggio. Domenica 27 settembre si giocherà la prima partita sul campo neutro di Debrecen, in Ungheria, mentre il 4 ottobre toccherà al ritorno. La seconda gara avrebbe dovuto svolgersi a Dublino, ma a causa delle proteste la Fai, la Federcalcio irlandese, ha ottenuto dalla Uefa il trasferimento sul campo neutro di Bačka Topola, in Serbia, peraltro a porte chiuse, per disincentivare il viaggio dei tifosi irlandesi e scongiurare possibili incidenti.
In Irlanda, la mossa della Fai è stata vista come un comodo espediente per mettere a tacere le polemiche, e ha attirato molte critiche sulla federazione. «L’obiettivo è cancellare la partita. Spostarla in Serbia non cambia molto: così come l’Ungheria, la Serbia non è affatto un paese neutrale. Lo dimostra il modo in cui rivendicano il loro, di genocidio», spiega Shane Moore, tra i coordinatori della campagna Stop the Game.
Moore si riferisce alle recenti celebrazioni per il criminale di guerra Ratko Mladić, a cui peraltro sono state dedicate coreografie e cori anche dalle tifoserie della Stella Rossa e del Partizan, le due principali squadre di Belgrado.
A fine febbraio, due diversi sondaggi in Irlanda hanno evidenziato che il mondo del calcio locale è fermamente contrario a giocare contro Israele. L'Irish football supporters partnership, l’associazione dei tifosi di calcio irlandesi, ne ha pubblicato uno relativo a un campione di oltre mille intervistati, da cui emergeva che il 75,6 per cento era per il boicottaggio. Ma è ancora più significativo il risultato di un sondaggio condotto dalla Pfai, il sindacato dei calciatori e delle calciatrici irlandesi, secondo cui il 63 per cento è contro l’idea di affrontare Israele.
Addio telecronaca
La linea del boicottaggio è stata sostenuta anche dal presidente della Pfai, Roberto Lopes, difensore dello Shamrock Rovers nato a Dublino, ma che ha disputato l’ultimo Mondiale con Capo Verde, il paese d’origine del padre. Altre voci critiche sono state quelle di James McClean, giocatore nativo di Derry e noto per le sue idee nazionaliste irlandesi, o dall’attaccante del Chelsea e della Nazionale femminile Katie McCabe. E poi da numerosi allenatori ed ex giocatori locali, come Brian Kerr, Stephen Bradley, John O’Shea e Kevin Kilbane, che lunedì ha pubblicato sull’Irish Times un articolo molto duro contro la Fai: «L'Irlanda non dovrebbe giocare contro Israele. Non a Dublino, non in Ungheria, non in Serbia. Non quando Israele sta commettendo un genocidio».
Da mesi, la maggioranza delle tifoserie dell’Irish League, il campionato di calcio locale, espone striscioni con le scritte “Stop the game” e “Free Palestine”, a partire dal Bohemian di Dublino, un club controllato dai tifosi che è da anni in prima linea nel sostegno alla causa palestinese. La società ha organizzato raccolte fondi e realizzato magliette speciali, collaborando anche con i Kneecap, e nel maggio del 2024 ha ospitato la Nazionale femminile palestinese nel proprio stadio per un’amichevole.
Ma la protesta è andata ben oltre i confini del campo da calcio, coinvolgendo esponenti politici di primo piano e, infine, anche la televisione pubblica Rté, che ha deciso che trasmetterà le due partite contro Israele per obblighi contrattuali, ma senza la telecronaca, le interviste e i collegamenti dallo studio.
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