«It’s torn on the right, it’s torn on the left. It’s torn in the center, which few can accept», «È lacero a destra, è lacero a sinistra. È lacero al centro e in pochi lo accettano»: Leonard Cohen è morto dieci anni fa, il 7 novembre del 2016, il giorno prima dell’elezione di Donald Trump. L’artista canadese è l’ultima persona che viene in mente se si pensa all’half time show del Super Bowl, quell’enorme evento popolare che è la finale del campionato di football, che domenica ha visto i Seattle Seahawks trionfare contro i New England Patriots.

I versi di It’s Torn, uscita nel suo album postumo Thanks for the Dance, però paiono attualissimi dopo la serata di domenica, in cui sono andati in scena parallelamente la performance del rapper portoricano Bad Bunny, fresco di Grammy per miglior album dell’anno, e il concerto alternativo “All American” organizzato da Turning Point Usa, l’organizzazione che è stata dell’attivista di destra Charlie Kirk, assassinato l’estate scorsa.

Poco importa che a vedere Kid Rock e i musicisti country Brantley Gilbert, Gabby Barrett and Lee Brice si siano sintonizzati in streaming solo una minima frazione di quelli che hanno seguito lo show di Bad Bunny. La polemica sulla presenza di un performer che canta quasi esclusivamente in spagnolo, i post Truth di Trump, le minacce di raid dell’Ice al Super Bowl: in scena sono andate due visioni diverse di cosa significa americanità, polarizzate forse come non mai.

La performance 

Benito Antonio Martínez Ocasio, in arte Bad Bunny, ha un punto di vista privilegiato per cantare le complessità dell’America, intesa in senso più ampio dei soli Stati Uniti. Il clou della sua performance infatti è stato il momento in cui in inglese ha detto «God bless America», «Che Dio benedica l’America», procedendo però poi a elencare tutti i paesi del continente, dal Cile fino al Canada. E chiudendo con il suo Porto Rico, la sua “homeland”, il territorio che non è stato ma non è indipendente, che lo rende cittadino ma non gli dà diritto di voto nelle elezioni federali.

La sua “patria” per cui non vuole Lo Que Le Pasó a Hawaii, quello che è successo alle Hawaii (l’assorbimento come stato negli Usa e la marginalizzazione della cultura nativa) come canta nel suo album Debí Tirar Más Fotos. A dare voce a questo inno anticolonialista è arrivato nello stadio di San Francisco un altro portoricano diventato star globale, Ricky Martin.

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Altri riferimenti politici hanno puntellato l’halftime show. A partire dal numero 64 sulla schiena di Bad Bunny, come il numero di vittime inizialmente dichiarato dalle autorità portoricane per l’uragano Maria del 2017, che si stima abbia causato migliaia di morti. Lavoratori arrampicati su pali elettrici, un riferimento ai continui blackout che hanno colpito Porto Rico. La dichiarazione finale, in spagnolo, «seguimo aquì», «siamo ancora qui», mentre mostrava alla camera il pallone da football tenuto sottobraccio durante la performance, con la scritta «Together we are America».

Porto Rico protagonista

Ma ancora più forte è stato il messaggio di amore verso la sua isola, rappresentata nelle ingiustizie storiche (all’inizio della performance il set è una piantagione di canna da zucchero) che ha subito e in quella quotidianità che l’artista sembra avere paura di veder scomparire: devi fare più foto, più foto agli anziani seduti su sedie di plastica per strada, alle ragazze al lavoro in un salone di bellezza, ai venditori ambulanti.

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È stata soprattutto una performance gioiosa e celebrativa (per quanto un po’ caotica), in cui è andato in scena un matrimonio (vero), e a cantare alla festa è spuntata Lady Gaga. Anche altre star hanno fatto capolino, tra cui Cardi B., Jessica Alba e Pedro Pascal. A un certo punto Bad Bunny ha consegnato il suo Grammy a un bambino che lo stava guardando vincere in tv.

Sul finale, su un maxischermo è comparsa a caratteri cubitali la scritta The only thing more powerful than hate is love. Un messaggio tutto sommato di unità, che di sicuro non è bastato a placare il presidente americano: su Truth Donald Trump ha postato che è stato uno degli halftime show del Super Bowl «peggiori di SEMPRE». «Nessuno capisce una parola di quello che sta dicendo questo qui, e come ballano è disgustoso», ha sentenziato.

«It’s torn where you’re dancing, it’s torn everywhere», «è lacero dove stai danzando, è lacero ovunque», cantava Cohen.

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