«Prima ancora di dire “Ringrazio Dio”, fatemi dire “Ice out”». Le prime parole del discorso di Bad Bunny, uno degli artisti più popolari al mondo, pronunciate nella serata in cui ha vinto il premio come miglior album dell’anno per Debí tirar más fotos, sono le più citate della 68esima edizione dei Grammy.

È la prima volta che trionfa un disco cantato interamente in spagnolo, e forse è per questa ragione che quando il cantante portoricano ha sentito il suo nome pronunciato da Harry Styles è rimasto sorpreso e emozionato, tanto da prendersi un tempo e sbarrare gli occhi prima di salire sul palco.

Certo i numeri erano dalla sua parte, a cominciare dalle venti miliardi di visualizzazioni raggiunte nel 2025, ma il vento della politica americana ha da un po’ di tempo iniziato a soffiare in verso contrario: «Non so chi sia» ha detto Donald Trump a proposito di Bad Bunny, invitato a suonare domenica prossima durante l’intervallo del Super Bowl, il Sanremo sportivo americano, a cui il presidente non parteciperà, ovviamente contrariato da quell’idea di America multirazziale e multiculturale che il cantante rappresenta.

Un po’ come è successo qui da noi quando il ministro del Sport Andrea Abodi ha trumpianamente annunciato che alla cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici Invernali a Milano Ghali ci sarà ma «non esprimerà il suo pensiero su quel palco». E se Ghali è stato l’unico cantante che in Italia abbia denunciato veramente il genocidio a Gaza diventando suo malgrado – voleva essere come Michael Jackson! – un simbolo politico, Bud Bunny non è da meno, anzi: se nessun altro genere sta crescendo negli States quanto la musica latina, la colpa è anche sua.

Bersaglio Maga

Conosciuto fino a un paio di anni fa come la star assoluta del reggaeton (Un Verano Sin Ti del 2022 è il disco più streammato di sempre), dopo la pubblicazione di Debí tirar más fotos, album che recupera le tradizioni musicali di Porto Rico meno note, come la salsa e la “plena” (genere nato dopo l’abolizione della schiavitù sull’isola, nel 1837), è diventato una sorta di Bob Marley dei latinos, con un pubblico trasversale che va dagli hipster sofisticati del sito musicale Pitchfork alla Gen Z che lo balla su TikTok, passando per i party underground della comunità Lgbt+ fino ai corsi di Zumba del litorale romagnolo.

Non è un caso quindi che sia diventato un bersaglio dei conservatori, tra cui il commentatore politico di destra Benny Johnson che lo ha definito un «gigantesco hater di Trump e un attivista anti-Ice» con «zero canzoni in inglese». Altri opinionisti MAGA – mentre i migranti vengono rapiti agli angoli delle strade e fatti sparire – hanno suggerito che dovrebbe essere detenuto o deportato prima dell’esibizione al Super Bowl e Bad Bunny ha raccontato di aver rinunciato ad andare in tour negli Stati Uniti temendo che l’Ice si presentasse ai suoi concerti.

E proprio per questo motivo il cantante la scorsa estate ha deciso di fare 31 concerti del tour No me quiero ir de aquí (Non voglio andarmene da qui) al Coliseo José Miguel Agrelot di San Juan, casa sua. I primi nove show sono stati riservati ai residenti, gli altri hanno portato migliaia di persone sull’isola contribuendo al aumentare il Pil di Porto Rico.

La cultura portoricana

Bud Bunny è riuscito nell’impresa impossibile di portare la periferia in centro: Debí tirar más fotos «parla del rischio che la cultura e la musica portoricane scompaiano annientate dall’emigrazione e dalla gentrificazione» racconta a Rolling Stone Vanessa Díaz, professoressa alla Loyola Marymount University. Infatti l’iconica copertina del disco, due sedie di plastica su un prato verde, è un tributo a quei momenti perduti di feste in famiglia: “Avremmo dovuto scattare più foto”  – è la traduzione del titolo dell’album – ai nonni, agli amici ai parenti, nelle sere d’estate a cazzeggiare e bere birra.

Nostalgia da emigranti come lui, portoricano che da anni vive a New York, ma anche anti colonialismo contro l’imperialismo Usa per l’indipendenza del suo paese d’origine (territorio non incorporato negli Stati Uniti): nel discorso ai Grammy, detto metà in spagnolo e metà in inglese, ha dedicato il premio a tutti coloro che «hanno dovuto lasciare la propria patria, il proprio paese, per seguire i propri sogni» e che ora rischiano di essere presi a mazzate e deportate dall’armata delle tenebre in divisa antisommossa, Ice out appunto.

Bad Bunny si congeda così dal palco della Crypto.com Arena di Los Angeles: «Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo stranieri, siamo umani e siamo americani. L’odio diventa più potente con l’odio. L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore. Quindi dobbiamo essere diversi. Se combattiamo, dobbiamo farlo con amore. Amiamo la nostra gente. Amiamo la nostra famiglia. Non dimenticatelo, per favore».

Belle parole che non arriveranno al cuore protetto dal giubbotto antiproiettile dei super poliziotti americani, la cui presenza è prevista sia alla serata del Super Bowl in America sia alla inaugurazione dei Giochi Olimpici a Milano. Ma forse ci arriveranno i bassi del suo irresistibile reggaeton, trascinando pure loro in un gigantesco rave latino, ottimista e di sinistra.

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