C’è un costante senso del “nuovo”, quando sei genitore, e i primi anni conti un sacco di prime volte: i primi vagiti le prime parole i primi passi, ovviamente, ma anche, più tardi, il primo giorno di asilo, la prima notte al pronto soccorso, la prima bugia seria, la prima volta che in bici senza rotelle, la prima volta che con la bici rischia davvero la vita, il primo giorno di elementari, che ora si chiama scuola primaria e hanno tutti quegli zaino-trolley giganti. Al contempo, credo che si sottovaluti molto il senso delle seconde volte. La prima volta la vita ti arriva in faccia con tutta la sua forza, alla seconda occasione le cose si possono riprovare con un minimo di esperienza in più. C’è quasi tempo per osservare.

I miei figli hanno sette (Tommaso) e due anni (Matilde), per cui, riniziato il giro di giostra, sto avendo la possibilità di guardare nuovamente Bluey.

La prima volta era stata una rivelazione: un cartone animato capolavoro, un milieu culturale che è purtroppo appannaggio di quella – statistiche Istat alla mano, sparuta – minoranza di genitori che hanno figli dai due ai sei anni circa.

Bluey è il miglior cartone per bambini al mondo, per distacco, e tutti i giovani genitori lo sanno, e tutti gli altri non sanno neanche che esiste.

Dentro il mondo di Bluey

Lo raccontiamo anche a chi di voi non ha a che fare con piccoli umani: Bluey è un cartone australiano, nato nel 2018 e che da subito ha conquistato prima il mondo anglosassone e poi l’Europa. Non fa che seguire le ordinarissime e straordinarie avventure di Bluey, eponima eroina, cagnolina blu di sei anni, sorella maggiore di Bingo, che ne ha quattro, e figlia di Bandit e Chilli.

Sono cani parlanti, che vivono e lavorano e giocano come esseri umani. Spesso le puntate sono tutte confinate all’ampia casa con giardino nella periferia di Brisbane. Seguono la loro vita, i giochi in giardino, gli scherzi in macchina, le piccole grandi avventure al torrente o al parco giochi o in piscina. La trama non dice granché, i disegni sono carini ma superficialmente niente di che (mentre, a ben vedere, c’è un lavoro eccezionale di inquadrature, montaggio, animazione, colori, prospettive, scrittura, colonna sonora da mettere in imbarazzo metà della produzione cinematografica attuale) ma il punto, come sempre, è nel come si fanno le cose.

Bluey poteva essere un cartone animato come ce n’è un milione, e invece, un episodio di sette minuti alla volta, rappresenta quella gigantesca commedia umana che è l’infanzia. Al centro di ogni cosa c’è il gioco: come in Calvin e Hobbes ogni gioco, per quanto piccolo e scemo sia, apre universi, e il giardino diventa giungla, una sedia diventa taxi che gira nella notte, delle tessere sparse sul pavimento diventano il cerchio magico delle fate che intrappolano i nostri eroi e li costringono a ballare la danza irlandese.

Innestato su questo motore narrativo, praticamente sempre presente, Bluey si prende il tempo di esplorare, a piccoli ma sicuri tratti, la difficoltà di crescere, i rapporti fra sorelle, i litigi fra amici, il potere dei soldi, i primi innamoramenti, ma anche la difficoltà di gestire lavoro e famiglia, la sensazione di sentirsi inadeguati come genitori, la difficoltà di vedere tua sorella felice con i suoi bimbi quando tu di bimbi non puoi averne.

Se mettessimo in fila tutti i cartoni animati per complessità psicologica ed emozionale, Bluey vincerebbe tutte le categorie. Peppa Pig e Paw Patrol – che sono industrie milionarie in termini di visualizzazioni e marketing – a questo sport non partecipano neanche. Masha e Orso è divertente, animato con grande tecnica e maestria, ma sostanzialmente ci mostra una bambina senza regole fare il bello e cattivo tempo e un povero orso che raccoglie i cocci dopo ogni suo passaggio. Intrattiene, ma non fa pensare.

Bing è sicuramente più psicologico e pedagogico, ma ha un po’ il difetto che tutto il mondo gira attorno al coniglietto nero, le emozioni esplorate sono quasi esclusivamente le sue, al massimo quelle dei pochi bambini suoi amici, sempre in rapporto con lui (è un po’ viziato, Bing, diciamocelo). Gli adulti in Bing sono pazientissimi e monodimensionali – tanto che sono letteralmente bambole di pezza, figure vaghissime e lievemente inquietanti che non sappiamo neanche se siano papà, mamme, zii o tate.

In Bluey, al contrario, c’è tutto: l’intrattenimento e l’educazione, la stupidaggine e la frase che trasforma una puntata divertente in un momento in cui ti viene il magone. Bluey parla ai bambini e agli adulti insieme – lezione che impara dai migliori fratelli maggiori, come i grandi cartoni animati cinematografici di Disney e Pixar.

Trasforma la visione del cartone in un momento comune, in un piccolissimo e quotidiano rito collettivo, sette minuti alla volta. Non è raro trovarsi a fine visione con la lacrima che scorre sulla guancia, mentre tua figlia se la ride ignara e felice.

Il segreto di Bandit

Una delle innovazioni più evidenti, un vero colpo di genio, è il padre di Bluey, Bandit.

Forse oso troppo, ma voglio osare: non c’è mai stato, nella storia della letteratura e dei fumetti e del cinema, nella storia delle arti tutte, un padre come Bandit. Il padre migliore del mondo, semplicemente. Un papà (quasi) sempre disposto a giocare, entusiasta e divertente, che si dedica completamente a ogni scherzo e ogni fantasia. È paziente e caciarone, creativo, generoso con le proprie figlie fino all’autoumiliazione, pieno di energia. Ha tanti amici, un rapporto invidiabile con la moglie Chilli, è semplicemente adorato dalle proprie bimbe. Probabilmente non se la cava neanche male a lavoro, per potersi permettere una casa così grande e bella.

È dunque insopportabile Bandit, e tutti noi padri lo amiamo e lo odiamo ugualmente, perché ci mette di fronte alla nostra inadeguatezza e vorremmo un po’ essere come lui, e sappiamo non sarà mai possibile.

La prima cosa che colpisce, soprattutto nella prima stagione, è quanto sia presente: a volte Bandit è l’unico genitore per tutta la puntata, è semplicemente da solo con le sue figlie e le porta al parco e in spiaggia e al ristorante cinese e all’autolavaggio. Consola le figlie se si fanno male, gli fa fare la pipì in un cespuglio, mette a posto i giochi con loro, le pulisce quando vanno al gabinetto di notte. Cucina le torte mentre la moglie è fuori con le amiche.

È quasi sciocco dirlo, ma fosse stata la mamma a fare tutto questo non ce ne saremmo neanche accorti.

Quando gioca, Bandit diventa un method actor alla Daniel Day Lewis, sciogliendosi completamente nel ruolo, anche se deve fare il gorilla o un polpo, emettendo strani suoni per tutta la puntata. È talmente convincente che solitamente la sua piccola tenera Bingo prova compassione per lui. In quei momenti, è bene dirlo, Bandit è lontanissimo da noi genitori reali, quasi urticante nella sua evidente superiorità di padre. È un personaggio spesso mal sopportato per questo.

Un modello per tutti 

Ammetto che anche io ho avuto i miei momenti di complesso di inferiorità, ma a questo secondo giro di visione  – un momento in cui siamo in effetti molto simili, perché ora una figlia femmina ce l’ho anche io, e la distanza di età fra Bluey e Bingo non è così diversa fra quella dei miei Tommi e Matilde – la paturnie sono evaporate e posso finalmente godermi un modello sì irrealizzabile, ma almeno aspirazionale.

Noi uomini siamo così pieni di modelli irrealizzabili unidirezionali  calciatori, miliardari, maschi alpha, tronisti vari, tutte ipostasi della trinità “sesso, soldi, potere” – che avere come stella polare un cagnone blu che gioca troppo e troppo bene con le sue bimbe non può essere poi così dannoso.

Una delle qualità più invidiabili di Bandit, è che quando gioca, non si risparmia, non sospira, non controlla l’orario ogni due minuti. È davvero in un “qui e ora” con le sue bimbe: un qui e ora nel gioco, contemporaneamente da pari e da genitore. Si diverte come un bambino, ma non perde mai di vista il suo ruolo di adulto nella stanza. La distanza con noi padri moderni con il cellulare in mano è evidente. Giocare con i bimbi senza cellulare è un esercizio zen fra i più difficile, un apprendistato nel diventare genitori migliori.

Dove Bandit ritorna a parlare a noi padri reali, ancora di più, è quando fallisce o sbaglia. Nel finale – spesso molto emozionale, a volte proprio strappalacrime (vedi ancora alla voce Disney-Pixar) – Bandit sa chiedere scusa, ammetta la propria fragilità o vulnerabilità, sa dire alle sue bimbe che lui non sa tutto e non ha tutte le risposte, o ancora si lascia andare del tutto, sciogliendo un grumo di ansia o tensione che l’aveva trattenuto.

In un episodio Bandit si accascia a terra perché non riesce a fare la torta-anatra che aveva promesso a Bingo; in un altro, è sgarbato con la piccola che lo tempesta di domande mentre lui è in una call di lavoro, innescando la maledizione delle fate; in un altro, si vergogna di fare dei versi di balena al parco perché ci sono altri adulti nelle vicinanze. Fosse stato solo un giullare, non sarebbe stato lo stesso.

Se Bandit svetta, è perché i papà degli altri cartoni sono a dir poco mediocri. In Peppa Pig, si riconosce solo per essere più alto, più grasso, più grosso e più tonto di sua moglie. Lo hanno paragonato un po’ a alla cerchia di Fred Flintstone e Homer Simpson: un uomo fatto e finito, ma in cosa è davvero un papà? Papà Pig viene spesso preso in giro e basta per la sua dabbennaggine – e, d’altronde, se lo merita.

John Brum, il creatore di Bluey, ha fatto la gavetta proprio su Peppa Pig in Inghilterra, per poi tornare nel 2009 in Australia a voler fare qualcosa di suo. Voleva cani ai posto dei maiali: ma soprattutto, voleva un papà migliore.

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