Onore a Catenacci, non il fascista su Marte di Corrado Guzzanti, ma il camerata di Giorgio Bracardi. Inventato per Alto Gradimento, trasmissione cult della radio degli anni Settanta, dove fiorì il genio comico di Renzo Arbore e Gianni Boncompagni in mezzo, e grazie, ai tanti personaggi creati da Bracardi e Mario Marenco. Bracardi è morto lunedì 12 ottobre a Fiano romano, aveva 93 anni.

Genio dadaista in un mondo cattocomunista, ha inventato una miriade di personaggi comici, figure satiriche e caricaturali, spesso caratterizzate da ossessioni e tic linguistici. Tra i più famosi c’erano l’uccellaccio del Nicaragua, Scarpantibus, e il professor Aurelio Marcellini, monarchico ultraconservatore, inventato come controcanto ideologico di Nanni Loy nel programma Rai Tutti insieme compatibilmente.

Stagione irripetibile in cui la comicità italiana scoprì che il nonsenso poteva raccontare la realtà meglio del realismo. Quella in cui la radio e la televisione smisero di raccontare barzellette e cominciarono a giocare con il linguaggio. Arbore, Boncompagni, Marenco, Bracardi: sembravano un gruppo di goliardi capitati per errore in Rai. In realtà stavano rifondando la comicità italiana.

Molti se ne accorsero il 6 novembre 1971, a Canzonissima. Arbore e Boncompagni arrivarono con una grande scatola da cui uscivano versi raccapriccianti. Dentro c'era Scarpantibus, improbabile uccellaccio del Nicaragua. Quando dalla scatola cominciarono a volare rotoli di carta igienica, 20 milioni di italiani ebbero la stessa espressione. Quella che accompagna tutte le rivoluzioni culturali: «Ma dove andremo a finire?». La risposta era semplice. Molto lontano.

Commedia dell’arte

Bracardi aveva inventato un catalogo umano degno della commedia dell'arte. Il professor Onorato Spadone, che sentenziava «L'uomo è una bestia». Il giornalista di cronaca nera Max Vinella, raccomandato dall'influente dottor Cianfroni, che concludeva ogni servizio con una rissa.

Il dottor Marsala, funzionario Rai ipocondriaco, probabilmente il primo dirigente pubblico a trasformare la depressione in un genere letterario. Il professor Marcellini, disperato per i suoi «pecuri». Il conte Bracula. Scarpantibus, l’uccello preistorico dalle fattezze incerte, catturato in Nicaragua; calza scarponi anfibi militari privi di stringhe ed emette solo versi e vocalizzi disarticolati. Il ragionier Affastellati che, traumatizzato dalla mancata presenza della sua amata a un appuntamento galante, ripete incessantemente il tormentone: «Perché non sei venutta? Ttiiinnn!».

E Patroclo. Soprattutto Patroclo. Per anni l'urlo dada «Patroclooo!» risuonò dalle radioline italiane con la stessa naturalezza con cui oggi escono i reel di Instagram. Qualche professore particolarmente illuminato arrivò perfino a spiegare agli studenti che dentro quel grido c'era il dolore di Achille per l'amico perduto. Non è escluso che Bracardi ridesse anche di questo. Il suo talento consisteva proprio nel lasciare il dubbio: stava prendendo in giro la cultura alta o ne stava facendo una versione popolare?

Maschere linguistiche

La comicità di Bracardi aveva una caratteristica rarissima. Non costruiva sketch e battute. Costruiva linguaggi. I suoi personaggi non facevano ridere per quello che dicevano, ma per il modo in cui deformavano la realtà. Erano maschere linguistiche prima ancora che teatrali. Totò ci aveva insegnato che la lingua può essere elastica. Bracardi dimostrò che poteva diventare completamente matta. 

Era il più dadaista del gruppo Arbore. Mentre Marenco lavorava di sottrazione, quasi con eleganza surrealista, Bracardi sceglieva il rumore, la smorfia, il gracchio, la pernacchia. Il suo corpo sembrava progettato da Fortunato Depero dopo una notte passata tra futuristi con una bottiglia di lambrusco. Dietro quella fisicità da marionetta c'era però un'intelligenza coltissima. Frequentava la storia, divorava libri e conosceva perfettamente il meccanismo della satira.

Prendiamo Catenacci, il fascista caricaturale. Ex federale fascista, dal marcato accento romagnolo, racconta con fervore inverosimili episodi del Ventennio e improbabili retroscena della vita di Mussolini. In qualità di Capo Manipolo, ha avuto il privilegio di assistere personalmente a eclatanti gesta del dittatore, sfuggite all'attenzione degli storici, ma circostanziate con orgoglioso trasporto e roboante enfasi dallo stesso Catenacci, il quale spesso cita come proprio sodale il gerarca Pavanati, focoso avanguardista dal manganello facile.

Preparare il futuro

Sembrava l'ennesima presa in giro del repertorio nostalgico: «Quando c'era lui...». In realtà Bracardi aveva aggiunto quel suffisso, -acci, che trasformava il cognome in un destino. Dentro c'erano Farinacci, Bombacci, le squadracce, i tipacci. Mezzo secolo dopo, quasi per uno scherzo dell’onomastica, sarebbe arrivato non su Marte ma da noi il generale Roberto Vannacci. La satira migliore non pre-vede il futuro. Lo prepara.

La comicità è infatti la forma più elegante della profezia. Se sbaglia, fa ridere. Se indovina, dopo qualche decennio mette i brividi. Bracardi apparteneva a quella rarissima categoria di comici che sembravano improvvisare assurdità e invece stavano prendendo le misure all'Italia che sarebbe arrivata. Come ha scritto giustamente Francesco Merlo su Repubblica: «Profetizzò anche l'antidoto a Catenacci-Vannacci, che non era l'iscrizione all'Anpi o una manifestazione antifascista, ma il rito pagano della pernacchia esagerata, la pernacchia antifascista appunto: “Becchete questa: prrrrr"».

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