Sabato 19 settembre 2026 si tiene il 54°Premio Satira Politica di Forte dei Marmi. Giulia Vecchio (premio per la Parodia) e Francesco Fanucchi (premio per la Stand-up comedy) riflettono sullo stato dell’arte
Sabato 19 settembre si terrà il 54°Premio Satira Politica di Forte dei Marmi. Ecco chi sono le persone premiate:
ANTONIO ALBANESE: Premio Satira alla carriera
LEO ORTOLANI: Premio Satira al fumetto
FRANCESCO DE CARLO: Premio Satira italiani all’estero
ALESSANDRO ROBECCHI: Premio Satira per il libro Omicid srl Sellerio
GIULIA VECCHIO: Premio Satira per il varietà e la parodia
FRANCESCO FANUCCHI: Premio Satira per la stand-up comedy
ALESSANDRA CARNAROLI: Premio Satira per la poesia
FEDERICO BASSO: Premio Satira per la tv
ENRICOCOSADICI: Premio Satira per i social
ALESSIO RUBINO: Premio Satira per il content creator
Il direttore è Beppe Cottafavi, in giuria con Stefano Andreoli, Giulio D’Antona, Fabio Genovesi.
Di seguito, pubblichiamo gli interventi dei comici Giulia Vecchio e Francesco Fanucchi.
IL DITO E LA LUNA
di Giulia Vecchio premio per la Parodia
«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito», cosa su cui non sono mai stata del tutto d’accordo, perché ho sempre avuto curiosità tanto per la luna quanto per il dito.
Intanto perché la luna non è né un pianeta, né una stella, eppure spacca il culo a tutti, e poi perché il dito sono io, sei tu, siamo tutti, stolti non sempre in grado di distinguere una luna da un faro puntato negli occhi. Comunque, a volte sei luna a volte sei dito, a volte non ti senti niente e nessuno eppure le cose vanno avanti lo stesso. E così è stato per me, che essendo un po’ tutte queste cose, nella vita mi sono ritrovata a provare tutto, ad emulare le voci di tutti, a trasgredire regole per il solo senso del difforme, del sentirmi storta, non adeguata a rigare dritta.
Mi sembra ancora così assurdo infatti che alla fine tutto questo sia diventato il mio lavoro: io trasgredisco, faccio la scema e qualcuno mi paga. Qualcuno mi dà pure un premio. Non me lo merito Beppe (Cottafavi, ndr. Che chissà se si è mai reso conto di somigliare ad Albus Silente, il preside di Hogwarts di Harry Potter). Eppure però proprio questo premio mi ha permesso di mettermi in discussione e di aprire una grande riflessione sul senso di fare quello che faccio oggi.
Ha ancora senso?
La parodia – possiamo definirla una forma di trasgressione autorizzata che viola le regole perché protetta dalla confort zone dell’umorismo – non serve più soltanto a prendere in giro la realtà, che si è totalmente deformata e si prende in giro già benissimo da sola. La parodia serve a ristabilire i ruoli tra verità e finzione. È un fact checking, un bollino Ia. Salotti tv che sembrano ospedali psichiatrici, Trump, Musk, influencer, content creator, politici content creator, Ia che si spaccia per vera, meme, reel, wellness, tik tok: come fai a deformare una cosa che è già così tanto deformata di per sé?
Prima la parodia deformava la realtà per mostrarcene l’assurdità. Oggi deve fare il contrario: imitare fedelmente l’assurdità della realtà per farci accorgere che ci siamo abituati.
E quindi torna una questione antichissima: chi sto prendendo in giro e perché? La buona parodia non dovrebbe mai essere semplicemente “fare qualcuno uguale”. Deve contenere un punto di vista, perché mentre l’imitazione riproduce, la parodia rivela. E lo fa senza distruggere semplicemente l’oggetto imitato – beato, a me piacerebbe tantissimo essere parodiata - ma standogli abbastanza vicino da renderne riconoscibili i codici, spostandoli, deformandoli portandoci a vedere qualcosa dell’originale che prima non vedevamo: la luna!
Ed è qui che arriva il bello. Perché la rivelazione non arriva mai mentre sono da sola, che è invece il momento dell’individuazione del contesto in cui mi voglio immergere, del mondo che voglio rivelare: i programmi di interviste tutte “al femminile”, gli anziani e le balere, i tik dell’aristocrazia romana. Ma una volta trovato lo scenario, scatta il gioco di squadra. Un gioco spietato e interessantissimo sul provare a vedere insieme la crepa e insinuarcisi dentro, accomodarci, percepirla tutti allo stesso modo e viverla un po’ per poi poterla esasperare al punto giusto. Un’allucinazione collettiva che può durare mesi, anni, e che può essere persino contagiosa.
Sono abitata ormai dall’invadenza di Monica Setta, della caparbia di Milly Carlucci, dal senso del liscio di Iva Zanicchi, dalle fobie radical chic di Valeria Bruni Tedeschi, dalla strafottenza di Ema Stokholma e come una casa infestata dai fantasmi, a volte ne porto il peso, ma la libertà che sento nel poter essere tutte queste donne incredibili credo che abbia molto a che fare con la luna e molto meno col dito.
OTTIMISTA CON RISERVA
di Francesco Fanucchi premio per la Stand-up comedy
Ho vinto il premio satira Forte dei Marmi 2026. Sinceramente, mi fa un po’ strano. Non mi sono mai approcciato al mestiere di comico con l’intento di essere satirico. Fare satira è un effetto collaterale del far ridere. Mai un’intenzione.
Poi trovo ci sia una contraddizione nella natura stessa del premio. Premio e Satira sono da sempre ai poli opposti, come lo yin e lo yang: da una parte un attestato che celebra la competizione e quindi la gerarchia; dall’altra uno stile comico che invita ad abbattere qualunque gerarchia e quindi qualunque Potere. Un vero comico satirico un premio così lo dovrebbe prendere a calci, a pugni; dovrebbe rifiutarlo con schifo e sdegno; dovrebbe protestare e invitare tutti a fare lo stesso… ma io no. Io un po’ per viltà, un po’ per vanità, un po’ perché mi offrono cena questo premio lo ritiro e volentieri.
Infine, c’è la questione Forte dei Marmi. Ora, io son di Lucca. Li conosco bene i fortemarmini. Fino all’altro ieri erano i cugini speciali dei garfagnini, poi hanno scoperto i soldi e si son montati la testa. Han trasformato Forte nel quartier generale dei ricchi, nella passerella estiva dei vip, nell’enclave dei milionari col mare di merda. Come è possibile per un comico antisistema ritirare un premio in un posto del genere? Ve lo dico io com’è possibile. A me i ricchi piacciono. Con i loro sorrisi sornioni, i denti bianchi, le camicie di lino e i discorsi compiaciuti su quanto sia sopravvalutata la fica. Mi piacciono proprio i ricchi. Voglio entrare nel loro club e questo premio è la mia occasione. Certo, dovrò nascondere il mio amore per la fica e dovrò lavarmi più spesso i denti, ma ce la posso fare.
Ho iniziato a fare stand up comedy nel 2020. Dopo mesi di gavetta, feci una bella esibizione in un locale vicino Prato con il mio collega Ivano Bisi. Andammo bene entrambi. Un po’ tronfio, durante il viaggio di ritorno gli chiesi se ciò che avevamo fatto sul palco – cioè parlare in libertà di diversità e ingiustizia sociale – potesse essere ritenuta una forma di satira. Era una domanda retorica. Ero convinto di sì, ma volevo sentirmelo dire da lui. Ivano, però, da toscano maledetto qual è, mi guardò dritto negli occhi e mi dette una risposta secca, dura, che non dimenticherò mai: «Boh, può anche essere… comunque, a me mi importa una sega!». Ecco, questa sua breve uscita, per quanto ruvida, ha riassunto e riassume ancora oggi cosa sia per me la Satira nel suo senso più alto: uno schiaffo a qualunque retorica. (E comunque, mi importa una sega).
Sullo stato della Satira in Italia, invece, sono ottimista con riserva. La comicità italiana ha oggi un nuovo spazio dove potersi esprimere senza le interferenze dei partiti: i social. Queste macchine mangia-soldi hanno un potere enorme, ma lo esercitano in modo blando. Rompono le palle per qualche parolina tabù, per il resto a noi comici ci lasciano stare. E infatti sui social possiamo esprimerci liberamente, e fare liberamente i nostri fantastici content sulla ciolla di Bad Bunny o i nostri reels di improvvisazione, dove chiediamo al pubblico «dove lavori?», «di dove sei?», «hai mai fatto sesso anale?».
Insomma, siamo liberi di fare cultura. Così come lo siamo nel nostro luogo santo: il live teatrale. Rifugio privilegiato di noi anime perdute, sul palco possiamo raccontare la società senza filtri o censure, a patto che nessuno ci prenda sul serio. Per ogni stand up comedian che viene preso sul serio, un comico satirico muore. E un Beppe Grillo risorge.
Esistono quindi questi due spazi di libertà, dove è possibile e necessario fare satira in tutte le sue forme. L’unico dramma che ancora attanaglia la comicità italiana è la permalosità dei politici. La nostra classe politica è allergica all’ironia. E questo è un bel problema. Un esempio concreto: la denuncia che ha ricevuto il collega Daniele Fabbri per delle battute innocue sul presidente del Consiglio in carica. Trovo sia piuttosto ingiusto denunciare un comico contando sulla forza del proprio potere politico e sulla debolezza economica dell’artista. Così ingiusto che spero che il mio collega questa causa la vinca. Lo auguro a lui, lo auguro a voi e lo auguro pure a me: è più bello ricevere un premio dedicato alla Satira, sapendola in buona salute.
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