Non sarà mai un gioco comune.

Ogni volta che partono le note di Live is life, il popolo del calcio fa un salto nella memoria e arriva a una sola immagine: Diego Armando Maradona che palleggia sulle note della canzone e trasforma un riscaldamento in una danza ipnotica, magica. «E se tu dici che questa è retorica, io che ho fatto solo la scuola dell’obbligo ti dico che chiunque ha qualcosa dentro, cioè dei sentimenti veri, è un po’ retorico», disse una volta Diego a Gianni Minà. Eroe sfortunato, non come i supereroi degli americani che non muoiono mai: «Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto», come scrisse la penna di Eduardo Galeano, una delle poche che poteva seguire con l’inchiostro quel che lui faceva sul campo («nessuno può prevedere le diavolerie di questo generatore automatico di sorpresa»).

Non supereremo mai questa fase, qualsiasi cosa voglia dire per molti di noi nel mondo del calcio di oggi, perché per alcuni tifosi il calcio è e resta soprattutto quel tocco a un pallone, il primo che si dà da cui può nascere un tipo di poesia difficile da descrivere («A Napoli i bambini giocano ovunque a calcio. Ogni piazza, viale, parco o garage delle palazzine si trasforma in un meraviglioso impianto»).

Diego era un bambino di Villa Fiorito che aveva imparato a ripulire il pallone dalla polvere e dal fango – la pelota no se mancha – e un bambino cresciuto in fretta («Un’adolescenza Maradona non l’ha mai avuta. Ha visto crescere dentro di sé una sindrome di Atlante sempre meno arginabile e più ingombrante») che lavorava per dare felicità ai bambini come lui (anche nel fango rischioso della partita di Acerra), ai bambini di Napoli, la città che più di ogni altra si è fusa con la sua persona e la sua terra («Difficile dire se Napoli sia un’enclave argentina o viceversa. Probabilmente fanno entrambe parte di un’unica nazione, unificata sotto il nome di Diego»).

Nel ventre di Napoli 

In A Napoli con Maradona. Non sarò mai una città comune (Giulio Perrone Editore, 2026) Giancarlo Piacci ha dedicato a Diego e Napoli un Passaggio di dogana fatto di sentimenti veri, un attraversamento ancorato ai chiaroscuri de La mano de Dios che siamo ancora qui a celebrare, a quarant’anni di distanza. A questo dio del limite («Mito del margine, del meticciato, della periferia») e della fede alla sua parte di mondo; al buio dei suoi abissi, delle sue contraddizioni e fragilità.

Piacci lo racconta dal suo posto nel mondo, che è lo stesso poi di Diego, negli anni del prodigio, dal ventre di Napoli che lo scrittore vive e racconta. «Diego», scrive, «è l’idolo di chiunque abbia un sogno» e noi ancora ci emozioniamo per la bellezza nuda di questo gioco e per il respiro di riscatto e possibilità che veicola per molti.

Politica calciofila

Se dici Diego, pensi ovviamente anche Che. Tra le squadre di Ernesto Che Guevara viene in mente il Club Social Atletico y Deportivo Guevara, che dal guerrigliero prende il nome (sfoggia anche il suo ritratto sulla maglia da gioco rossa). «Tra le tante iniziative d’ispirazione guevarista promosse dalla società, spiccò l’organizzazione della Copa Hombre Nuevo (Coppa Uomo Nuovo), una coppa del mondo alternativa riservata ai club ribelli di tutti i continenti e intitolata a ciò che il Che voleva forgiare, un “uomo nuovo”».

È Futbolitica (66thand2nd, 2026), la politica che incontra il calcio – il calcio è politica, ogni cosa è politica – quella che racconta Ramon Usall che indaga e passa in rassegna tutti quei casi in cui i club sono più che club, assurgono al ruolo di portavoce di particolari gruppi o comunità oppresse, ma anche regimi autoritari o minoranze ribelli. Del resto, è stato così fin dagli albori quando rappresentavano «una città, un quartiere, un centro educativo, una parrocchia, persino un’ideologia politica».

Nel 1987, grazie a un gol di Iván Zamorano (El Terrible), il Cobresal conquista il suo primo titolo vincendo la finale della coppa cilena contro l’onnipotente Colo-Colo, il principale club di Santiago. La squadra dei mineros era nata per volere della politica, per controllo, ma era anche servita a localizzare sulla carta geografica la città di El Salvador, punto anonimo e indistinto nel deserto di Acatama («L’obiettivo all’atto della fondazione era chiaro: distrarre i minatori di El Salvador e avvicinarli sentimentalmente, attraverso un club di calcio, all’azienda pubblica per cui lavoravano, per evitare possibili mobilitazioni operaie»).

Usall racconta la storia di questo club, tra i tanti che passa in rassegna e sceglie di farci conoscere sull’intero globo, perché conosce la bellezza dei trionfi poetici nati nelle contraddizioni più cupe. Sa che il calcio è, forse più di tanti altri sport, un concentrato di contrasti che coabitano, di sfumature di realtà, splendori e miserie. Come scriveva Eduardo Galeano (che se n’è andato undici anni fa, nello stesso aprile in cui i mineros del Cobresal vincevano il torneo di Clausura): cantore dell’epica, maestro di parole, mago dell’invenzione e della brevità.

La poesia del gol 

Il suo grande classico è uscito per SUR nella nuova traduzione di Fabrizio Gabrielli, corredato da due testi di Federico Buffa e Darwin Pastorin. Un omaggio al calcio e insieme una denuncia di uno dei giri d’affari più lucrativi del mondo. Il racconto completo di quel che accade attorno al pallone: il libro che non può mancare nelle case degli appassionati di calcio, ma neanche in quelle dei lettori più raffinati.

Splendori e miserie del gioco del calcio è la poesia del gol, di certi gol che hanno fatto la Storia e non saranno mai dimenticati e di certi giocatori che anche nella magia totale hanno sempre sbagliato qualcosa («Maradona stava già commettendo da anni il peccato di essere il migliore, e il delitto di denunciare a viva voce le cose su cui il potere vorrebbe regnasse il silenzio, e poi il crimine di giocare sinistrorso, che secondo il Piccolo Larousse Illustrato significa “con la sinistra” ma anche “al contrario di come si dovrebbe fare”»).

Il calcio non sarà mai un gioco comune, la pensiamo ancora così: bisognerebbe spolverarlo molto, certo, come faceva Diego bambino col suo pallone…

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