C’è un’immagine della tecnica ormai corrente come un sistema totalizzante e del tutto autonomo. Pur senza nulla negare della sua pervasività, Carlo Galli spiega che è sì strumentalità, ma né il suo inizio né la sua fine sono strumentali. La direzione del movimento storico è decisa in ultima istanza da scelte sociali, economiche e politiche. Nemmeno l’Ia può farcelo dimenticare
Il visitatore che percorreva le sale della Biennale Architettura chiusa a novembre dell’anno scorso in cui gli schermi coi loro rendering digitali erano ormai molto più numerosi delle buone vecchie maquettes, i plastici di una volta, si imbatteva a un certo punto in un curioso automa. L’aspetto era volutamente minimalista, un manichino che sembrava quasi uscito da una sartoria, per di più senza gambe e dai movimenti goffi e rigidi di una marionetta. Ma se lo interrogavi con il microfono collegato ti sciorinava con voce aggraziata tutta la conoscenza e la melliflua compiacenza cui ci hanno abitato i chatbot, onniscienti e sempre disponibili
Anche all’inizio dell’ultimo libro di Carlo Galli (Tecnica, Il Mulino 2025) c’è un automa. Ma viene dall’altro capo della storia, addirittura dalla mitologia greca. È Talos, costruito da Dedalo per difendere l’isola di Creta, e pronto a fulminare chi tenti di introdurvisi con intenzioni ostili. Per Galli Talos è un buon simbolo dell’ambiguità della tecnica. Talos agisce da solo, non ha bisogno di intervento umano. Ma l’obiettivo della sua azione non se lo è dato da solo, è stato il saggio re di Creta a determinare la sua funzione.
Ambiguità della tecnica
A questa ambiguità profonda della tecnica possiamo arrivare anche attraverso un piccolo détour etimologico. Gli automi hanno sempre affascinato l’uomo, anche quando poteva solo immaginarli, come nel caso di Talos, o della testa parlante che una leggenda medioevale riteneva in possesso di papa Silvestro II, in pieno Medioevo. Nella parola automa c’è la radice – e l’idea – di un congegno che agisce da solo, senza bisogno dell’intervento umano.
L’automa diventa così l’emblema della autonomia della tecnica, del suo agire indipendentemente dal nostro controllo, del suo trasformarsi in totalità alla quale l’essere umano può solo conformarsi (come nel motto della esposizione universale di Chicago del 1933: La scienza scopre, l’industri applica, l’uomo si adegua).
Ma l’automa ha anche un altro nome, un nome che deriva dalla parola della lingua russa che significa lavoro. È il robot, una parola che ormai (ma è indicativo) usiamo specie in rapporto a macchine che compiono operazioni parcellizzate e pratiche, come quando parliamo della sostituzione degli operai con i robot, un fenomeno più che mai dilagante nell’industria, o. più domesticamente, dei piccoli aggeggi che ci tagliano l’erba del prato o ci tolgono la polvere dai pavimenti.
Il robot ci mette davanti agli occhi non solo l’immagine dell’essere umano mimato dalla tecnica, ma quella dell’uomo (e del suo sostituto tecnico) che lavora, che si muove nella dimensione dell’utile. Ed è questa dimensione dell’utilità, della funzione economica e pratica, che non dobbiamo dimenticare. Facendo leva su di essa, Galli può instillare più di un dubbio su tante idee correnti sulla tecnica, e anche sull’immagine che di essa hanno dato filosofi come Nietzsche, Heidegger, o, da noi, Severino.
La tecnica, per Galli, implica sempre l’elemento dell’utile, che va oltre la pura strumentalità: diventa la realizzazione delle logiche dell’economia e della politica. La tecnica si comprende nella sua genealogia dal cuore dell’utilità, «nel suo essere un grumo di strumentalità, di sapere e potere socialmente generato e intrinsecamente asimmetrico, tanto quanto è asimmetrica la società che la genera».
Di modo che nella tecnica vengono a intrecciarsi con la strumentalità l’intelligenza, l’economia, la politica e la comunicazione. Anche quando sembra che la tecnica sia fuori controllo, è pur sempre la protesi di una volontà di utilità. Bisogna, dunque uscire dalla considerazione astratta, universalizzante della tecnica come sistema autoriproducentesi, svincolato dalle sue procedure materiali.
Non ostante le apparenze, e quello che ci viene ogni giorno ripetuto, la tecnica non è tutto, è sempre parziale, anche, anzi soprattutto, nel senso che non è neutra, ma di parte. Non è giusto, a rigore, parlare di Tecnocrazia: la direzione del movimento sociale e politico non è decisa dalla tecnica.
La storia insegna (e anche Aristotele)
Nulla, tuttavia, sarebbe più sbagliato di considerare Galli un nemico o anche solo un critico della tecnica, un apocalittico pronto solo a deprecare ed esorcizzare la tecnica come radice di ogni male, una specie che a partire da una non sempre corretta interpretazione di Heidegger è diventata fin troppo comune.
Galli sa perfettamente che la tecnica è, in un certo senso, coestensiva all’essere umano, avendo sempre giocato un ruolo essenziale nella sua vita e avendo consentito la sua stessa uscita dallo stato puramente animale. La storia, e la geografia, della tecnica sono estremamente istruttive, perché dimostrano quanto l’evoluzione tecnica sia sempre stata legata a fattori in ultima istanza non tecnici, ma economici e politici.
Perché il mondo antico, Grecia e Roma, non ha sviluppato una tecnica adeguata alle conoscenze scientifiche che pure, almeno in alcuni campi, avevano raggiunto un alto livello? Perché le applicazioni tecniche della scienza antica non sono andate oltre, tranne casi sporadici, alla creazione di novità ingegnose, come gli automi di Erone?
C’entra molto, ovviamente, l’organizzazione schiavistica del lavoro, e la connessa svalutazione di tutto ciò che comporta applicazione pratica, evidente anche nella posizione dei filosofi antichi circa la tecnica. Ma con differenze rilevanti, fa notare Galli. Sia per Platone sia per Aristotele la tecnica è inferiore alla filosofia, alla scienza, ma il secondo coglie comunque un punto decisivo, riconoscendo la tecnica come ragione strumentale.
Per Aristotele verità scientifica, utile tecnico e saggezza morale implicano tutte un’attività razionale, e la gerarchia che pure il filosofo instaura tra ciò che è pura generalizzazione dell’esperienza (tecnica), ciò che implica conoscenza delle cause prime (filosofia) e ancora ciò che tende a uno scopo morale incondizionato alla fine risulta meno importante del riconoscimento che in tutte e tre le forme sono presenti funzioni razionali.
Ecco perché ripensare il modo in cui Aristotele guardava alla tecnica può persino assumere il valore di un antidoto efficace contro l’ estensione moderna della tecnica a unico modo dell’esistere e del pensare, alla elevazione della tecnica a Sistema e totalità. E chi volesse farlo ha adesso a disposizione una messa a punto eccellente nel volume di Giuseppe Cambiano Aristotele e la tecnica, che è uscito sempre dal Mulino quasi in contemporanea al libro di Galli.
L’ultimo automa
Va bene, si può pensare, ma come la mettiamo con l’intelligenza artificiale, l’ultima, la più perfetta e la più sorprendente incarnazione dell’idea dell’automa? Non siamo qui di fronte a qualcosa che veramente scompagina ogni tentativo di ricondurre la tecnica entro un qualche limite? E d’altra parte i big data, quella che è stata chiamata la “svolta algoritmica”, non rischiano di dare il colpo definitivo alla possibilità di conferire un indirizzo non tecnico alla tecnica?
Non siamo ormai pienamente all’interno di quella che Heidegger chiamava l’epoca dell’immagine del mondo, quella in cui i simulacri elettronici hanno sostituito la realtà vera? Galli non sottostima ovviamente l’impatto enorme che l’Ia e l’economia data driven stanno avendo sia nell’organizzazione del lavoro sia sulla nostra vita quotidiana e tuttavia non abdica allo sforzo di non ridurre ogni problema a problema interno alla tecnica.
Nemmeno l’universo digitalizzato ha in sé le proprie ragioni di esistere: anch’esso è al servizio di molte utilità esterne, reali, di poteri e profitti, spesso tra l’altro esercitati in regime di oligopolio se non di oligarchia. Insomma, dipendenti da poteri concreti. Anche se si presenta come universale e trasparente, il sistema tecnico è pieno di opacità, di contraddizioni, di parzialità politiche ed epistemologiche.
Oltre che esaltarci per le strepitose capacità di ChatGpt 4 o 5, dovremmo anche riflettere sui molti condizionamenti esterni che la rendono possibile, dalla caccia alle terre rare per fabbricare i microchip fino all’enorme necessità di energia per immagazzinare un numero di dati sempre crescenti.
Ma soprattutto dovremmo, a parre di Galli, riflettere sul fatto che non c’è solo un pensiero alimentato dal già pensato e basato su di esso, ma anche un sapere che decostruisce, che critica, che re-orienta. E che non dimentica che, alla fine, il mondo digitalizzato dell’intelligenza artificiale non è una sfera globale liscia su cui tutto scorre senza ferire. La posta in palio, come sempre, è il Potere.
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