Cosa può fare un uomo qualunque che abita in una cittadina sperduta per contrastare il regime autoritario del suo paese? Se lo domanda Mr Nobody Against Putin, documentario uscito di recente al cinema con cui il regista statunitense David Borenstein mette ordine ai materiali video girati da Pavel Talankin, videomaker russo ed ex coordinatore degli eventi in una scuola primaria di Karabas, piccolo centro minerario nella regione degli Urali.

A partire dall’inizio del conflitto tra Russia e Ucraina, nel 2022, Talankin ha iniziato a documentare di nascosto la crescente ingerenza propagandistica nei programmi scolastici. Da una parte gli insegnanti costretti a distorcere e manipolare i manuali di testo, dall’altra studenti a cui sono imposti saluti alla bandiera, marce militari il partecipare ad esercitazioni tra granate e mitragliatrici.

Alla cerimonia degli Oscar di quest’anno, Mr Nobody Against Putin ha vinto il premio al miglior documentario. È il terzo film incentrato su questioni riguardanti la Russia contemporanea a ricevere tale riconoscimento negli ultimi quattro anni – striscia interrotta solo nel 2025 da No Other Land, altra opera di urgenza nella Cisgiordania occupata da Israele.

Nel 2023 lo ottenne Navalny, diretto da Daniel Roher, che racconta della figura del leader di opposizione russo Alexei Navalny e ricostruisce gli eventi attorno al tentativo del suo avvelenamento. Nel 2024 andò invece a 20 Days in Mariupol, in cui il videoreporter ucraino Mstyslav Chernov vive sul campo le prime settimane dell’invasione russa dell’Ucraina.

Cosa mostrare, come farlo

Gli Oscar non validano il valore artistico. Piuttosto mappano e tracciano una topografia, misurano temperatura e raggio di un fenomeno. Inquadrano per riflesso il presente. E nel nostro presente la schizofrenia del reale supera di gran lunga l’immaginabile della finzione. Quest’ultima non sta più al passo: Il mago del Cremlino di Olivier Assayas, in potenza grande cineromanzo sulla Russia post sovietica uscito a inizio anno, non era granché.

Nulla può colpire come le immagini di Mr Nobody Against Putin, un misto di disillusione e inesorabile lavaggio del cervello. Su cui Talankin fa guerriglia, rifunzionalizzando il suo ruolo e sovvertendo lo scopo di quelle riprese: da atto di propaganda ad accusa. Anche al costo di sollevare il dubbio etico su cosa mostrare e sulla necessità del mostrarlo. In un’intervista al New York Times, Borenstein e Talankin spiegano come abbiano tagliato fuori dal film posizioni troppo esplicite sul conflitto e sulle critiche al governo, per proteggere il più possibile da ritorsioni le persone coinvolte nel documentario. Talankin infatti è riuscito a lasciare la Russia e diffondere i suoi materiali, ma tutti gli altri sono rimasti lì, inclusa sua madre.

“20 Days in Mariupol”

Cosa mostrare e come mostrarlo è anche il dilemma interiore di Chernov mentre narra in prima persona 20 Days in Mariupol. Le sue immagini sono una cruda testimonianza a partire dai video girati durante i giorni dell’assedio della città, all’epoca diffusi dai media internazionali.

Per tutto il tempo il regista si domanda quale sia la giusta distanza da adottare per approcciarsi a ciò che ha davanti, spesso crimini di guerra. A un certo punto dice: «È doloroso da guardare, ma deve esserlo». Lì decide che il confine morale è mobile. La ragione del reportage di guerra annulla la mediazione della forma artistica per spingersi a restituire così com’è l’inaccettabile nudità della barbarie. E ciò che il film mostra è doppiamente dirompente: lo è sui corpi colpiti dalle bombe russe e sulle conseguenze psicologiche di un’esposizione prolungata a sequenze di morte e barbarie.

“Navalny”

Anche Navalny è un reportage, ma più sofisticato nella cornice e più classico nella forma. Video d’archivio, interviste, luci, musiche. Se Talankin è un menestrello che si ribella al re e Chernov uno sguardo posato su una terra devastata, Navalny è l’anti-corpo putiniano. Sta al centro dell’inquadratura così come Putin nei suoi discorsi alla nazione, lui che per anni è stato il suo maggiore e unico oppositore – morirà nel 2024 nelle carceri russe, in circostanze ancora poco chiare.

Il film cerca l’elogio empatico di marito e padre in esilio con la sua famiglia, poi ne ricostruisce il profilo politico, forse un po’ indulgente nello smussarne i lati più spigolosi – come l’associazione “forzata” con elementi dell’estrema destra. Al nucleo sta però lo scopo di andare a stanare, con un astuto gioco di giornalismo investigativo, gli esecutori del tentativo di avvelenamento di Navalny. E lo fa in diretta, con ammissioni di colpa da non crederci.

Tre documentari che sono allora tre fronti aperti. Il politico, il militare, il civile. Il quadro è quello di una superpotenza in disfacimento, i cui cocci mietono vittime e fanno tremare il mondo.

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