Cibo è il nostro inserto mensile che racconta il mondo attraverso ciò che mangiamo. Esce l'ultimo sabato di ogni mese sulla app di Domani e in edicola. In ogni numero svisceriamo un tema diverso con articoli, approfondimenti e commenti: questo mese parliamo di come la lingua della moda si intreccia con quella del settore gastronomico, dalla foodification dei vestiti alle collaborazioni tra grandi chef e maison. Qui troverete man mano tutti gli altri articoli di questo numero. In questa pagina, invece, tutti gli altri articoli di Cibo, che è anche una newsletter gratuita. Ci si iscrive a questo link.


C’è stato un tempo in cui il cibo non serviva principalmente per essere mangiato. Serviva per essere guardato. Fotografato no, perché Instagram mancava ancora di qualche secolo, ma osservato, commentato, invidiato.

In altre parole: serviva per fare scena. Chi pensa che la trasformazione della cucina in spettacolo sia una malattia contemporanea, nata con gli chef televisivi e i social network, dovrebbe fare un salto nella Bologna del Rinascimento.

Il 2 maggio 1464 Giovanni II Bentivoglio, futuro signore di Bologna, sposò Ginevra Sforza, figlia di Alessandro Sforza e vedova del cugino Sante Bentivoglio. Il matrimonio aveva un evidente significato politico: consolidava il potere della famiglia e rinsaldava i rapporti con la galassia sforzesca dell’Italia settentrionale. Ma ciò che colpì i contemporanei non furono tanto gli equilibri diplomatici, quanto l’incredibile apparato festivo costruito intorno all’evento.

Le cronache raccontano di banchetti sontuosi, scenografie elaborate, spettacoli e soprattutto di una lunga processione di vivande che attraversò la città prima di raggiungere il luogo del convito. I piatti furono mostrati alla popolazione come si mostrano oggi gli abiti di una collezione d’alta moda. Non era un dettaglio logistico. Era il cuore stesso dell’operazione.

Se l’obiettivo fosse stato semplicemente nutrire gli invitati, sarebbe bastato portare il cibo direttamente in tavola. Invece quelle pietanze furono esibite. Dovevano essere viste. Dovevano suscitare stupore. Dovevano raccontare una storia: quella della ricchezza, della potenza e della magnificenza dei Bentivoglio.

Il valore del brand

Esattamente come accade nelle sfilate di Parigi o Milano. Gli abiti delle passerelle non sono progettati per essere indossati nella vita quotidiana. Sono manifesti, dichiarazioni di intenti, esercizi di creatività e soprattutto strumenti di comunicazione. Servono a far parlare del marchio.

I banchetti rinascimentali funzionavano allo stesso modo. Le pietanze erano spesso più simboliche che alimentari. Gli animali arrivavano in tavola rivestiti delle loro piume, i colori venivano alterati artificialmente, le portate assumevano forme improbabili. Talvolta comparivano castelli di zucchero, fontane che versavano vino, costruzioni gastronomiche che richiedevano giorni di lavoro e pochi minuti per essere distrutte.

Come nella moda, il valore non risiedeva nell’utilità dell’oggetto, ma nella sua capacità di generare meraviglia. Anzi, in certi casi viene da chiedersi se qualcuno mangiasse davvero tutta quella roba. Gli storici discutono da tempo sul consumo effettivo delle portate nei grandi banchetti di corte. Una parte certamente veniva consumata, ma non è affatto detto che tutto ciò che veniva esibito finisse nello stomaco degli invitati.

Necessità e desiderio

La somiglianza tra cucina e moda è più profonda di quanto sembri. Entrambe nascono come attività strettamente legate alla necessità. Bisogna mangiare e bisogna vestirsi. Poi, a un certo punto, accade qualcosa. Il bisogno lascia spazio al desiderio. La funzione si trasforma in rappresentazione. L’atto pratico diventa linguaggio sociale.

Il sociologo Pierre Bourdieu avrebbe parlato di distinzione. Mangiamo e ci vestiamo per comunicare chi siamo. O, più spesso, chi vorremmo essere. Per questo motivo le mode alimentari assomigliano terribilmente alle mode sartoriali.

Arrivano all’improvviso, sembrano irresistibili e poi scompaiono senza lasciare traccia. Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una successione quasi comica di tendenze: la Nouvelle Cuisine, il biologico, il chilometro zero, la cucina molecolare, il foraging, i fermentati, le proteine alternative. Anche qui il parallelo con la moda è evidente.

La verità è che il cibo è sempre stato un potente strumento di comunicazione sociale. Molto prima dei programmi televisivi, molto prima delle guide gastronomiche e molto prima degli influencer. I signori rinascimentali lo avevano capito perfettamente. Un banchetto era una forma di propaganda politica. Un modo per rendere visibile il potere.

In questo senso, la processione delle vivande organizzata dai Bentivoglio nel 1464 appare sorprendentemente moderna. Non era molto diversa da una sfilata firmata da una grande maison contemporanea. Il prodotto contava, certo. Ma contava soprattutto il racconto costruito attorno al prodotto.

Forse è questa la lezione più interessante. Ci piace pensare che il cibo appartenga al regno dell’autenticità, mentre la moda sarebbe il territorio dell’artificio. In realtà entrambe vivono della stessa materia prima: l’immaginazione.

E forse, se potessimo riportare per un giorno a Bologna Giovanni Bentivoglio e Ginevra Sforza, dopo qualche inevitabile stupore davanti agli smartphone e alle auto elettriche, capirebbero immediatamente il senso di una settimana della moda o di un congresso di cucina stellata. Riconoscerebbero il meccanismo al primo sguardo.

Cambiano i vestiti. Cambiano i piatti. Cambiano gli ingredienti e le stoffe. Ma il desiderio di impressionare il pubblico è rimasto esattamente lo stesso. Dal Quattrocento a oggi, la passerella è sempre apparecchiata.

© Riproduzione riservata