«Prevost entra nelle case degli americani, per Trump è difficile dire “lui è altro da noi”», spiega il direttore di Chora nell’incontro all’evento Le sfide di Domani intitolato “I due papi”. «La Chiesa è ancora in grado di parlare ai giovani perché dice la parola “tutti” in un mondo frammentato», ha detto Damilano
«Leone XIV è un enigma? Sì, soprattutto per i giornalisti che non sanno in quale corrente incasellarlo. E in questo è davvero il successore di papa Francesco». La conversazione “I due papi” tra Marco Damilano, editorialista di Domani, e Mario Calabresi, direttore editoriale di Chora Media, moderata da Nicola Imberti, parte dal confronto tra Robert Francis Prevost e Jorge Mario Bergoglio, per poi affrontare il rapporto conflittuale tra il pontefice e Donald Trump, il ruolo della gerarchia cattolica italiana e quello della Chiesa nel mondo.
A rispondere a una domanda sul bilancio del primo anno di pontificato di Leone e sul futuro delle riforme iniziate da papa Francesco è Damilano, il cui nuovo libro Noi siamo i tempi. La Chiesa di Francesco e Leone nel mondo a pezzi (Mondadori 2026) è nato dal suo podcast-diario del periodo tra la morte di Bergoglio e l’elezione di Prevost: «Ero in piazza San Pietro il 13 marzo 2013 quando è stato eletto papa Francesco, e fu una sorpresa straordinaria, un viaggio in Transatlantico andata e ritorno da Europa all’Argentina in pochi minuti. E c’ero l’8 maggio 2025, per la sorpresa del primo papa americano con quella parola di cui tutti sentivano il bisogno, pace, “pace disarmata e disarmante”, che è stata un’apertura di speranza. Un nuovo papa è un nuovo inizio sempre, in questi due casi ancora di più».
Ma, continua Damilano, si può dire che «la rivoluzione è irreversibile, perché papa Francesco diceva che non dobbiamo occupare spazi ma aprire processi, che è anche una lezione laica di politica. In questo senso, l’investimento di Francesco su Robert Francis Prevost è stata molto importante, lo ha nominato quattro volte in pochi anni: prima vescovo in Perù, poi prefetto a Roma, poi cardinale, poi cardinale vescovo. Un mondo si è innamorato di Francesco perché aveva il borsello, un altro mondo si è innamorato di Leone perché si è messo la mozzetta, oggi tutti i giornali hanno le immagini di Leone con le Nike nel 2008. Ma questa è la superficie, poi c’è una profondità di processi, e qui andiamo in qualcosa di più difficile da raccontare».
La “guerra santa” di Trump
Il dialogo poi vira sugli attacchi di Trump contro il papa. C’era un rapporto conflittuale con Francesco, ma con Leone il livello dello scontro si è alzato moltissimo. È una guerra di religione? E questo fanatismo religioso che attraversa il secondo mandato del presidente rappresenta davvero l’America?
«Trump di religione non sa niente», risponde Calabresi. «Però sa fiutare molto bene l’aria, capisce quali sono i sentimenti sotterranei e sa cavalcarli. Lui è stato eletto da uomo miliardario che è riuscito a diventare il campione dei poveri, dei disoccupati e dei dimenticati. Nell’ultima fase ha capito che c’era un malessere verso i democratici sul tema dei valori ed è diventato campione dei valori».
Ma, prosegue Calabresi, c’è una ragione semplice per la sua escalation contro Leone: «Lui era detestato da papa Francesco: ma Francesco era un papa sudamericano che la maggior parte dei cattolici americani non amava. Ed era più facile per Trump dire “lui è altro da noi”. Il problema è quando arriva un papa americano, del Midwest, che tifa una squadra di baseball di Chicago. Una persona con una storia tipicamente americana, con un nonno che viene dalla Sicilia, la parte materna della famiglia che è creola e che è cresciuto nella periferia di Chicago. Quindi quando quel papa parla ai giornali in inglese, ti sta parlando in casa tua. Dopo l’ultimatum di Trump su Hormuz, papa Leone esce da Castel Gandolfo e parla ai giornalisti prima in italiano e poi in inglese. E c’erano tutte le tv americane e quindi entra nelle case americane dicendo “Questo è inaccettabile, chiamate i vostri rappresentati politici e dite che è inaccettabile”. È questo che ha fatto impazzire Trump, perché ha messo in luce come l’impalcatura religiosa della Casa Bianca è tutta farlocca. E sempre più americani se ne stanno rendendo conto».
Ma un effetto elettorale sulle elezioni di medio termine non è sicuro: «Nell’opinione pubblica Trump è in caduta libera, ma alle elezioni non è detto. Vari stati stanno ridisegnando i collegi elettorali e questo avrà un impatto. E con i raid dell’Ice, anche tanti cittadini fragili possono avere paura, c’è un clima che non invoglia alla partecipazione democratica».
La Chiesa e l’Italia
Dagli Stati Uniti la conversazione si sposta sull’Italia e sul paradosso per cui nel momento in cui la gerarchia della Chiesa italiana era più distante dalla destra, quella destra è andata al governo.
Secondo Damilano, «la destra italiana ha anticipato alcuni fenomeni, viene in mente l’immagine di Silvio Berlusconi che entra al Family Day nel 2007. C’è un filone della destra italiana che ha cercato di anticipare tutta questa questione, facendo propri i valori anche con effetti paradossali. Ma nell’idea di trasformare il cristianesimo nell’ideologia dell’occidente hanno fatto molti strafalcioni, anche perché la tradizione italiana è un’altra cosa: c’è stata la Democrazia cristiana, una storia di autonomia e anche conflittualità fra le gerarchie e i politici cattolici».
Osserva però Damilano che «la questione che ha mandato Meloni e Trump in conflitto aperto è stato papa Leone, la solidarietà che Meloni ha dovuto dare a Leone. A parte il rapporto personale tra Meloni e Francesco, a un certo punto la destra italiana ha capito che non poteva portare la guerra politica nella chiesa. Quando Salvini ha sventolato il rosario la reazione della chiesa italiana è stata non praevalebunt. Meloni e Alfredo Mantovano hanno avuto una postura diversa, ma comunque di fronte a Mantovano Leone ha detto “attenzione non si usano le intercettazioni contro i giornalisti o contro gli uomini di Chiesa”: non parole casuali ai vertici dei servizi durante i mesi di Paragon».
E per quanto riguarda i vescovi italiani: «La Chiesa italiana deve riorganizzarsi: l’assenza del papa italiano non è più un episodio, ora c’è l’assenza del papa europeo. La Chiesa italiana deve fare i conti con questa situazione da cui non si tornerà più indietro. Dolton (il quartiere dove è nato Prevost, ndr) mi ha colpito perché è lontana anni luce da Sotto il Monte, Concesio, Riese (rispettivamente paesi natali di Giovanni XIII, Paolo VI e Pio X, ndr). La casa del papa sta in un sobborgo di Chicago, in un territorio degradato, è la metafora di un papa che viene da questa situazione ed è attrezzato a guidare la Chiesa universale».
I giovani
Il dialogo si è concluso con una domanda sul rapporto dei giovani con la Chiesa: dopo anni in cui si è raccontato che l’istituzione non sapeva parlare al mondo, oggi sembra un punto di riferimento, l’anno scorso due milioni di ragazzi erano a Tor Vergata per il Giubileo dei Giovani.
«Noi stiamo vendendo in tantissime parti del mondo le generazioni più giovani che ci mettono i loro corpi», ha detto Mario Calabresi, «da Gaza al Nepal, dall’Iran all’Est Europa. Questi due papi stanno mettendo il loro corpo dicendo cose basilari in un mondo che ha perso le cose basilari. Perché quando dici la parola pace e dici che non si può dire di voler cancellare una civiltà stai dicendo cose sensate in un mondo che ha perso il senso».
Mentre per Damilano, «la chiesa dice una parola, tutti, il famoso todos todos todos di Francesco che è l’alternativa al mondo a pezzi. In un mondo in cui tutti sono super assertivi la chiesa mette in discussione sé stessa, Leone XIV ha chiuso il giubileo chiedendosi: “C’è ancora vita nella chiesa?”. Quindi non trionfalismo, ma una domanda. E poi concludo con una citazione di Kierkegaard, che tiene nell’agenda il cappellano della Sapienza Gabriele Vecchione: “La parola più potente che un uomo abbia mai detto è quella di colui che ama: io rimango”. Quindi dentro una cultura che è tutta frammentata l’idea che qualcosa rimane è un’idea che per il mondo adulto è difficile da interpretare e che però parla ai giovani. Perciò avere un’istituzione che dice queste cose è importante per tutti, anche per i giovani».
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