A gennaio ricominciavano a bloccarsi le gettoniere. Bisognava aprirle, asciugare i contatti, soffiare via un po’ di ossido. D’inverno era già una fatica tenere aperto e ci si metteva anche il sale. La riviera lavorava per tre mesi e aspettava per gli altri nove. Per quello accendevo metà delle luci. I cabinati in fondo restavano spenti finché non entrava qualcuno. Tutti tranne uno. In genere il ragazzo aspettava l’apertura appoggiato al parapetto del porto. Il rumore della serranda lo distoglieva dalle mareggiate.

Aveva cominciato a venire l’estate prima. All’inizio non aveva niente di diverso dagli altri. Entrava, perdeva in fretta, cambiava gioco. Poi aveva smesso di cambiare. Attraversò il locale ignorandomi. Sapevo che gli erano avanzati dei gettoni dal giorno prima. Riservò uno sguardo frettoloso agli altri cabinati. Andò in fondo. Tideline ci metteva qualche secondo ad accendersi. Prima il nero, poi una riga blu, poi il mare. Sembrò aspettare che il gioco si ricordasse di lui, e soltanto allora infilò il gettone.

Un gioco strano

Era un gioco strano, Tideline. Il rivenditore me l’aveva proposto come una rivoluzione. Lo diceva di tutti i giochi. Ogni estate arrivava con qualcosa di nuovo e parlava come se dovesse convincerti che il futuro stava nel suo catalogo. Aveva detto che in America andavano forte i giochi senza sparare. Io avevo riso. Quando lo installarono mi sembrò vuoto. Sembrava uno di quei giochi che si guardano dieci minuti e poi non ci torna nessuno. Il mobile era blu scuro. Di lato c’erano le onde del mare: trovandoci in riviera perdeva quel non so che. Sulla scheda c’era scritto Action Arcade a scorrimento orizzontale (da sinistra a destra), ma per tutti era soltanto il gioco del mare in fondo alla sala. Il mare occupava quasi tutto lo schermo. Niente astronavi, niente esplosioni. Una costa in alto, il largo sotto. Entravano delle imbarcazioni e bisognava passare. La prima partita l’avevo fatta io. Durai poco. Le barche arrivavano storte, si spostavano come se ci fosse una corrente che non vedevo. Provai a evitarle e andai contro una boa. Sullo schermo comparvero il punteggio e il tempo. Fine.

A luglio non ebbe molto successo. I ragazzi lo provavano una volta e tornavano agli shoot ‘em up. Dicevano che era lento. Neanche me lo ricordavo, quando era entrato il ragazzo. O meglio, quando si era fissato con Tideline. Era un volto che avrei riconosciuto anche fuori. Mi ricordavo di tutti quelli che si erano fatti cambiare anche un solo gettone. All’inizio perdeva in fretta come tutti. Però restava lì. E mi ricordo anche un’altra cosa. C’era una piccola differenza tra lui e gli altri avventori, il modo in cui stava in piedi davanti al cabinato. Con il busto dritto, rigido. In sala giochi ci si andava per fare casino, era un luogo di svacco. Soprattutto d’estate. In seguito seppi che era per via della scuola alberghiera. T’insegnano un portamento che non va più via, neppure in sala giochi. «Postura ipercorretta» diceva lui, o qualcosa del genere.

Da allora, quando lo vedevo lì dritto impalato con il joystick in mano, la schiena forzatamente inarcata, le scapole sporgenti e i movimenti ridotti all’osso, non potevo non pensare a una serie di cose. Tipo come si dovevano piegare i tovaglioli a tavola. A ogni modo, d’inverno i cabinati li tenevo quasi tutti spenti. Bastava una fila accesa per dare l’impressione che il locale fosse aperto davvero. I flipper consumavano troppo e in ogni caso non interessavano più a nessuno. Solo a qualche sbandato che era stato giovane negli anni Settanta. I ragazzi nei mesi freddi sparivano. I pochi rimasti in circolazione avevano altro da fare. E quelli che non avevano altro da fare non avevano soldi. Io non facevo credito a nessuno. «Per colpa di qualcuno, non si fa credito a nessuno». Quel cartello ce l’avevo appeso proprio dietro alla cassa.

– Chi è Lamericano? – mi chiese un giorno il ragazzo, dal fondo della sala.

Il mare – dentro e fuori – si era già ingoiato gran parte del pomeriggio.

– Chi?

– Lamericano, tutto attaccato, – ripeté con una sottolineatura, come se si trattasse di un nome proprio. – Quello che è al primo posto di Tideline.

Abbandonai la cassa e pazientemente mi avvicinai al cabinato: l’inverno rendeva la sala grande il doppio. Aspettai che comparisse la schermata degli High Score per controllare insieme a lui. C’erano un milione di punti, firmati proprio con quel nome inventato. Che fosse inventato non mi stupiva, la maggior parte degli smanettoni si dotava di nomi da battaglia.

– Allora? – insisté.

– Non lo so, – ammisi. – Non sto a guardare chi batte il record di cosa.

Scrollò le spalle. – È un punteggio assurdo.

Non era un punteggio predefinito, non avrebbe avuto un nome italiano.

Scorsi con gli occhi la Top Ten. – Tu quale sei?

– Non ci sono, – tagliò corto, infilando un altro gettone.

– L’ultima, – gli dissi io, accennando al buio fuori dall’ingresso.

Restai per un po’ a guardarlo come per ricordarmi di un gioco che non mi aveva impressionato. Il giocatore manovrava una piccola imbarcazione che doveva evitare di schiantarsi su altre imbarcazioni che gli venivano incontro. Ebbi l’impulso di domandargli come mai non lo annoiasse ma mi morsi la lingua.

– Ti prende tanto, – dissi.

– È la corrente, – disse. – La corrente del mare.

– Cioè?

– Cambia, è difficile da prevedere.

Per la prima volta non lo considerai soltanto come un gioco di sopravvivenza. La corrente lo rendeva imprevedibile. Intanto il ragazzo si era schiantato e aveva infilato un altro gettone.

– Questa è l’ultima, intesi?

Venne per tutto l’inverno, tre o quattro volte a settimana. Non dico che ci spendesse un patrimonio, anche perché diventata sempre più bravo e le partite duravano di più. Dieci minuti alla volta. Verso marzo o aprile, andai a dare un’occhiata alla schermata degli High Score. C’era ancora Lamericano con un milione di punti e a seguire, per tutte le restanti nove posizioni, c’era lui. Si era firmato Ilragazzo perché era così che avevo preso a chiamarlo. Il divario era ancora enorme, ma pareva proprio una gara a due.

D’estate l’utenza della sala giochi decuplicava. Dai primi di giugno fino a settembre andavo a pieno regime, da ogni cosa emanavano luci e rumori. Nell’aria il salmastro si confondeva con lo zucchero a velo: era una piccola città di riviera a vocazione turistica. Chi non gestiva una sala giochi si occupava di uno stabilimento balneare oppure apriva una pizzeria. I nostri figli studiavano per diventare camerieri o per impiegarsi nelle strutture ricettive del circondario. Tutto ruotava intorno all’Adriatico. La sala giochi non scontava nessun divieto. Era una vera pacchia per i minorenni: potevano bere e fumare, fare casino, stare addossati in venti a un solo cabinato. Io avrei dovuto fare il cattivo ma mi limitavo a passargli i gettoni. Il ragazzo però non intensificò le visite. A differenza dei mesi invernali, la presenza di un pubblico sembrava mortificarlo. Veniva, giocava e se ne andava. Sempre solo, sempre taciturno. Tideline stava ancora là, in fondo alla sala, e non c’era posizione migliore in cui potesse trovarsi considerata la situazione. Le risate e gli schiamazzi sembrava lo disturbassero. Non aveva niente dell’atteggiamento degli altri smanettoni. Quando qualcuno si metteva di lato a guardarlo la partita non durava mai a lungo. Forse perdeva apposta. Aspettava d’infilare un altro gettone quando capivano che lo spettacolo non sarebbe stato divertente.

Ogni tanto ci andavo io. – Hai battuto Lamericano?

– Lamericano è imbattibile.

– Ti ci stai avvicinando?

– Piano piano, – diceva senza distogliere lo sguardo dallo schermo. – Ma hai saputo chi è?

La sfida

Chi era Lamericano? La cosa si faceva grottesca. In genere quelli bravi tornavano da un anno all’altro. D’estate i nomignoli di battaglia degli High Score erano ricorrenti. Lamericano invece aveva lasciato quel record clamoroso – un milione di punti – e poi era sparito nel nulla. I punti a Tideline li facevi se non morivi. Non c’erano livelli da superare, semplicemente non c’era la fine. Era un loop.

– Se vuoi posso resettare, – gli dissi.

– Che?

– Se ti dà fastidio quel milione di punti.

Il ragazzo fermò il joystick e mi guardò come se fossi stupido: l’imbarcazione andò a schiantarsi.

– Non ti azzardare, – disse. – Non toccare la scheda.

Capii che quel record imbattibile era una sfida. Che in qualche modo assurdo il ragazzo pensasse a quella entità, Lamericano, come a una specie di maestro. Fu da quel momento che ci prestai più attenzione. Giocava come in trance, il ragazzo. La compitezza lo obbligava a uno sforzo maggiore. Usciva dalla sala giochi con le magliette da strizzare. Prima della chiusura – che d’estate spesso voleva dire passata la mezzanotte – mi capitava di fermarmi davanti a Tideline con un fremito strano. Non lo vedevo più per ciò che era sempre stato: alimentatore, monitor CRT, gettoniera, altoparlante, comandi, scheda PCB, cablaggi. Un attimo appena, prima di riprendere a svuotare i posaceneri e passare lo straccio sul pavimento. Prima di spegnere i giochi e l’insegna. Feci anche un paio di partite, di nascosto da tutti. Volevo capire cosa ci vedesse, cosa provasse il ragazzo.

Rispetto a un anno prima ne sapevo di più: non era un discorso di calcolo dei volumi, di occhio geometrico, ma di pattern difficili da controllare. Non era solo un “Tetris in orizzontale”, come avevo sentito definirlo da qualcuno per denigrarlo. Mi schiantai, mi spazientii. Non riuscivo a seguire la linea del mare. Buttai un’occhiata fuori, verso il mare vero. Il mare della riviera che ci dava da vivere. Una falce di luna appesa a un chiodo invisibile rischiarava una risacca gentile. Per una volta ringraziai Dio per non essere più giovane, per non essere stato risucchiato dentro ai cabinati. Cominciai a provocare il ragazzo. Gli dicevo che non si metteva in mostra, che era timido. Non giocava per fare colpo sulle turiste straniere come gli altri? Sulle tedesche, sulle francesi. Aria da saputelle, da prime della classe, anche nel sesso. Fuori dalla sala giochi, sul tardi, l’arenile si trasformava in una camera da letto a cielo aperto. Avevamo perso tutti la verginità in quel modo. Se ne uscì con una frase sibillina: “Non sono pronto”. Non era pronto? A provarci con una straniera, a perdere la verginità? Continuava a stare dritto impalato davanti a Tideline. Rigido come uno stoccafisso. Ignorato dalla maggior parte dei suoi coetanei.

Avevo pena del ragazzo, tuttavia non potevo allontanarlo dalla sala giochi. Soprattutto nei mesi freddi era uno dei pochi avventori stabili. Lo vedevo dalla cassa, in lontananza, attraverso le file dei cabinati accese alternativamente, passare le ore davanti a Tideline, insieme a Tideline. Aveva cominciato a portarsi un quaderno su cui alla fine di ogni partita prendeva degli appunti. Perché non staccava un po’ e non andava a giocare a Out Run o Double Dragon o Super Monaco GP? Niente, mai una volta che cambiasse gioco. Infilava il gettone, stava lì con i suoi movimenti impercettibili per tre quarti d’ora e poi buttava giù degli appunti.

– Perché non cerchi di divertirti? – gli dissi, un giorno.

Si voltò di scatto. – Cosa?

– I videogame sono passatempi.

Non mi rispose, come se non mi avesse sentito. All’improvviso capii cosa intendesse l’estate prima con l’espressione “Non sono pronto”. Per lui Tideline non era un videogame, era un banco di prova. Era vita o morte. Qualche mese dopo, sempre durante quell’inverno, lo vidi una domenica particolarmente fredda passeggiare insieme a una ragazza. Ne fui in qualche modo sollevato, perché era inequivocabile che stessero insieme. Si tenevano per mano. Lei pareva molto felice, lui al solito più assorto. Ma forse dipendeva dal bavero della giacca che teneva alzato per ripararsi dal vento. Con la bora da queste parti non si scherza. Ricordo di aver pensato che Tideline d’ora in avanti avrebbe potuto aspettare. Tideline sarebbe stato il secondo pensiero del ragazzo e mai più il primo. Dovetti ricredermi quando si ripresentò in sala giochi con il suo quaderno per gli appunti sottobraccio.

Tre o quattro pomeriggi alla settimana, come al solito. Tra una partita e l’altra scoprii che la ragazza si chiamava Vicky (un abbreviativo di Vittoria) e che stavano insieme già da parecchio tempo, addirittura prima dell’esistenza di Tideline. Si erano conosciuti sui banchi della scuola alberghiera, parlavano di rilevare il ristorante di uno zio di lei. Io annuivo dimenticandomi che tutti questi discorsi me li faceva continuando a giocare (ormai era difficile che si schiantasse nella prima mezz’ora di navigazione).

– Stai diventando bravo o sbaglio? – lo punzecchiavo.

– Tu che dici?

– Io non ci capisco niente di Tideline. Muoio dopo un minuto.

– Non ci sei portato, – diceva. – Bisogna esserci portati.

Ne parlava come una vocazione o qualcosa del genere. E io mi ricordavo che Tideline era venuto dopo Vicky e non prima. Vicky non aveva cambiato la dinamica.

Nell’estate il ragazzo perse ogni freno inibitore. Si presentava al cabinato schioccando le dita per chiamare la claque. Spiegava a voce alta i passaggi più critici del gioco e le evoluzioni più difficili dell’imbarcazione in modo che i neofiti potessero afferrare la sua destrezza. Anche i movimenti sul cabinato avevano subito un cambiamento, adesso era decisamente più sciolto e molleggiato. Giocava ancheggiando, sculettando, danzando. Portava camicie hawaiane aperte sul petto, in genere sopra un costume da bagno e degli zoccoli. Occhiali a goccia che teneva sopra la testa. Aveva preso a fumare come un dannato, in quella che sarebbe stata l’ultima estate prima del diploma alberghiero. Onestamente non sapevo cosa pensare. Se essere sollevato o preoccupato da quel cambio repentino dei modi. Una cosa era sicura: cominciai a regalargli i gettoni, perché era buona pubblicità, un richiamo per tutta la sala giochi. Lo venivano a vedere dalla spiaggia. Preferivano i suoi record che stare al juke-boxe dei vari stabilimenti a sentire sempre le stesse canzoni con un cornetto in mano. Era come se avesse finito un lungo allenamento e adesso fosse arrivato il momento dello spettacolo. Quando cominciava una partita attorno a Tideline si formava in automatico un capannello di almeno una dozzina di persone. La gente lo chiamava con il nomignolo di battaglia con cui vergava i record. Con un pizzico di vanagloria sapevo di averglielo affibbiato io, in un solitario inverno di qualche anno prima. Seguiva con la sua imbarcazione la linea, quella maledetta linea, sempre e comunque quella cazzo di linea nel mare. Ci teneva però a delucidare certi concetti, per mettere in mostra la sua maestria. Un principiante evitava gli ostacoli, un esperto trovava i passaggi, un campione li creava.

La creazione

– Capite che cosa sto facendo? – sbraitava con gli occhi spiritati. – Sto CRE-AN-DO.

Era diventato a tutti gli effetti un campione di Tideline, un cavolo di virtuoso o non saprei che altro. Le persone, dacché l’avevano bollato come un ripetitivo e incomprensibile gioco di sopravvivenza (come del resto avevo fatto io), adesso restavano incantati dalle evoluzioni del ragazzo. Ogni tanto al cabinato compariva anche Vicky, combattuta tra orgoglio e gelosia, desiderio e amor proprio. In un certo senso nessuno la capiva meglio di me. Restava a guardarlo con un paio d’occhi compiaciuti e infastiditi allo stesso tempo, mentre io contavo l’incasso. Un giorno di fine agosto si toccò l’apice. Intuizione, memoria, disciplina, resistenza mentale. Tutto insieme. Il ragazzo era così padrone del gioco che entrò in una modalità fino ad allora sconosciuta chiamata BLUE WATER. Tideline era caratterizzato dall’assenza di una colonna sonora, riproduceva in modo ipnotico una campionatura di suoni marini. Una cosa snervante, quando la sala giochi era deserta. All’improvviso partì un muro sonoro elettronico che replicava la velocità sullo schermo. Premendo il booster il punteggio si moltiplicava, spingendo l’imbarcazione e chi la manovrava a indovinare traiettorie alla cieca. Al limite del bug.

– Come fai a sapere dove andare? – gli chiesero da dietro.

– Sono diventato il gioco.

Alla fine di quella partita, negli High Score Ilragazzo era primo e Lamericano secondo.

Quell’inverno, mentre tutto cambiava senza che ce ne accorgessimo, il ragazzo pensava di avere ancora tempo per un’altra partita. Mi confidò che aveva mollato la scuola alberghiera e Vicky aveva mollato lui.

– Hai visto come mi muovo quando gioco? – mi domandò. – Un cameriere non si muove così.

– Che c’entra?

– Un cameriere è invisibile…

Lo disse lasciando la frase in sospeso, come se dovessi completarla io al posto suo. Avevo capito cosa intendeva. L’avevano visto tutti, la scorsa estate. Aveva voluto che lo vedessero tutti. Forse non era il migliore del mondo, d’accordo. Ma che importa? Era il migliore qui. Adesso quando entrava in sala giochi lo riconoscevano. E anche sul lungomare, con il bavero della giacca alzato o abbassato.

– Vicky… – gli dissi. – Stai facendo una cazzata.

– Acqua passata.

Davanti al cabinato di Tideline adesso non c’era più un ragazzino ma un giovane uomo. Gli occhi disposti a guardarlo però diminuirono, e non soltanto perché era freddo. Quell’anno per la prima volta non ordinai giochi nuovi. Da dentro la sala giochi, anche nei momenti di punta, usciva quel tipico rimbombo che somiglia già a un’eco. Le console domestiche avevano quasi del tutto soppiantato gli spazi di gioco pubblico. Aveva vinto il divano. Uscivano per prendersi una pizza al trancio e poi tornavano a giocare a casa. E l’estate non avrebbe cambiato di molto le cose. Non più. Il ragazzo continuava a giocare, nonostante tutto. Spodestò Lamericano dalla Top Ten, ridicolizzando quel milione di punti che ci era sembrato l’Everest.

– Sono il Re, – mi diceva, dal fondo della sala. – Sono il cazzo di Re.

Era vero, ma c’ero rimasto soltanto io. In genere il ragazzo aspettava l’apertura appoggiato al parapetto del porto e il rumore della serranda lo distoglieva dalle mareggiate. Ma l’ultima volta non ci fu nessun rumore. Fui io che andai ad appoggiarmi al parapetto di fianco a lui.

– Ho venduto bene, – lo informai. – È pur sempre un locale sul lungomare.

Sapevo che aveva ancora in tasca dei gettoni. Sapevo che non avrebbe più saputo dove infilarli. Sapevo che li avrebbe conservati per sempre.

© Riproduzione riservata