C’è stato un tempo, che oggi appare mitologico come la storia d’amore tra Cupido e la sua Ninfa, in cui il cinema era un rito di esaltazione sensoriale. Si entrava in una sala buia per potenziare sguardo ed emozioni. L’unica concessione al mondo fisico era, al massimo, una mentina consumata con la discrezione di un cospiratore carbonaro o il fruscio quasi impercettibile di un morso a una patatina effettuato durante un’esplosione atomica sul grande schermo, per mimetizzare il peccato delle papille gustative.

Da tempo, ormai, quel santuario del silenzio è stato definitivamente profanato.

Alcune sale sono diventate una via di mezzo tra una mensa aziendale nell’ora di punta e una fiera campionaria degli snack industriali a base di E200 ed E299. La sfiga, grandissima, cosmica, inappellabile che ti segna la serata come una lettera scarlatta, mi ha colto qualche tempo fa, quando ho varcato la soglia di un multisala di ultima generazione. Un luogo che non promette solo “visione”, ma “esperienza”, parola che nel marketing moderno è diventata il sinonimo elegante di «inaspettata ispezione rettale».

Non so esattamente quando la situazione ci sia sfuggita di mano, né chi sia stato il primo a decidere che la settima arte avesse bisogno di un contorno di carboidrati complessi. Forse è successo quando abbiamo accettato, con colpevole rassegnazione, che il popcorn non fosse più una piccola gratificazione croccante da sgranocchiare con moderazione, ma un secchiello da cantiere edile. Parlo di recipienti di cartone dalle dimensioni tali da poter sfamare un’intera guarnigione prussiana per l’intero inverno del 1914.

Triplo bacon

Nella situazione che sto per narrarvi, credo però si sia toccato il fondo del barile. O meglio, il fondo del secchiello.

Mi trovavo alla proiezione pomeridiana di un film insolitamente dolente, una di quelle pellicole dove i silenzi pesano come macigni e i protagonisti si guardano negli occhi per minuti interi senza dire una parola, comunicando il fallimento di un’intera esistenza e forse anche della pellicola. In sala, però, la tragedia non era sullo schermo, ma in platea: una coppia di trentenni era in procinto di accomodarsi sulle poltrone in velluto con il vassoio.

Fermiamoci un istante a riflettere sull’ontologia del vassoio al cinema.

Vedere due esseri umani che si presentano in sala con un rettangolo di plastica termoformata, su cui ondeggiano pericolosamente bibite dalle dimensioni di idranti antincendio e scatole di cartone trasudanti grassi saturi, è una visione che toglie ogni residua speranza nel progresso della specie. Siamo passati, con una capriola evolutiva all’indietro, dalla venerazione dei Grandi Registi all’adorazione del Vitello Grasso.

Il vassoio è un’arma d’assedio. È una dichiarazione d’intenti che dice: «Io non sono qui per Iñarritu, io sono qui per il colesterolo».

E così, mentre le luci si spegnevano e i loghi delle case di produzione apparivano sullo schermo con la solita magniloquenza orchestrale, nell’aria non aleggiava il profumo dei sogni, ma l’afrore acre e persistente del fast food. Quell’odore che non si limita a passare: si insedia. Si infiltra nelle fibre dei tuoi vestiti, si aggrappa alla giacca come un parassita affamato, trasforma la tua maglia da 27 euro e 50 in un gadget promozionale della catena di hamburger più vicina. Esci dalla sala e la gente per strada non pensa “Guarda quel tizio triste che ha appena visto un film dolente”, ma ”Guarda quel tizio triste che ha dormito in una friggitrice”.

Immaginate la scena: sullo schermo un primo piano sofferto, un dialogo sussurrato che in un mondo ideale dovrebbe scuotere le fondamenta dell’anima. E nel mondo reale, invece, le battute degli attori sistematicamente coperte dal ruminare a tutta ganascia di gente felice di sovrapporre una visione pubblica a una serata privata, sul divano, davanti a Netflix, mentre dichiara un amore incondizionato alle cosce di pollo.

Non era un semplice atto culinario, ma la performance umida e implacabile di una mascella che tritura il ”triplo bacon” con la grazia di una betoniera. Il climax drammatico del film veniva costantemente obliterato dal rumore di una cannuccia che aspira con disperazione l’ultimo rimasuglio di ghiaccio sul fondo di un bicchiere da un litro.

Il vero dramma, però, non era solo nel rumore. In un momento storico in cui imperversano in televisione critici in grado di trovare problemi anche in un bicchiere d’acqua minerale, la coppia di giovani inviati del Gambero Rosso mostrava un’ansia atavica di scambiare ad alta voce pareri gourmet sul cibo in fase, ormai, di digestione.

«La salsa è troppo dominante», dicevano.

«E la prossima volta senza cetriolo».

Alla parola “cetriolo”, ho pensato a un utilizzo diverso da quello strettamente gastronomico, ma la mia mente ha avuto il pudore di trattenere i pensieri in quell’area del cervello in cui di solito reprimo le contumelie di carattere politico.

Il tutto mentre l’eroe del film stava decidendo se salvare la propria famiglia o sacrificare la propria vita.

La deriva

Credo che questa deriva ultragastronomica richieda, come minimo, uno sconto sul prezzo del biglietto.

Sia chiaro, per onestà intellettuale e per evitare di sembrare un brontolone che rimpiange il cinema muto: sono perfettamente consapevole della realtà. So che oggi gestire un cinema è un esercizio di equilibrismo che rasenta il martirio civile.

Chi alza la saracinesca di una sala deve combattere una guerra su troppi fronti contemporaneamente. C’è la concorrenza spietata, asettica e comodissima delle piattaforme streaming che ti portano l’anteprima direttamente sul divano di casa, dove puoi mangiare anche i peperoni ripieni senza che nessuno ti giudichi. C’è lo snobismo intermittente di certi spettatori — me compreso, a volte — che disertano le sale per mesi, salvo poi gridare allo scandalo e firmare petizioni accorate quando la loro sala storica preferita chiude per diventare un supermercato o un centro massaggi. E, non ultimo, un deficit di investimenti strutturali che rende la manutenzione dei sogni un’impresa titanica.

In questo scenario apocalittico, il vassoio di patatine fritte e il menù “Maxi Burger” non sono scelte culinarie: sono salvagenti finanziari. Il margine di profitto su una bibita annacquata e un pacco di patatine è ciò che permette alle luci di restare accese, ai dipendenti di ricevere lo stipendio e alla pellicola (digitale) di scorrere. Senza quella puzza di ketchup, probabilmente, non avremmo più nemmeno lo schermo.

A chi gestisce cinema (e più in generale a chi si occupa di cultura di questi tempi) si deve profondo rispetto. Sono gli ultimi guardiani di un rito collettivo che sta scomparendo sotto i colpi dell’isolamento digitale. Sono lì, a presidiare la frontiera dell’immaginario, anche se quella frontiera oggi puzza tragicamente di olio di semi esausto.

Nonostante lo sconcerto, la prossima volta che vedrò in sala una coppia col vassoio, cercherò di ricordarmi che quell’odore di fritto è l’unico incenso rimasto a proteggere la sopravvivenza del cinema. E forse, in fondo al cuore, dirò anch’io: «Rendiamo grazie al burger».

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