La ricerca di sé è uno dei temi principali di Home Stories, nuovo film della regista tedesca. È una storia familiare, in cui le tre generazioni devono fare i conti con il passato del paese
«Chi sei e come ti definiresti?». La sedicenne Lea si sente persa di fronte a questa domanda semplice e spietata, posta dagli autori di un celebre talent show canoro a cui vuole partecipare. Ed è proprio la questione dell’identità personale e della ricerca di un ruolo in una storia più grande di sé il tema centrale di Home Stories, il terzo film di Eva Trobisch, classe 1983, vincitrice del premio come miglior esordiente a Locarno per Va tutto bene (2018) e del premio Heiner Carow di Berlino per il suo secondo film Ivo.
In concorso alla Berlinale 76, la regista ritrae una famiglia di tre generazioni nella Germania di oggi, interrogandosi sul passato di un popolo ancora segnato dalla divisione tra Est e Ovest. Un film erratico, abitato dai fantasmi del passato, che affronta la questione sociale attraverso l’intimità e i legami impregnati di pudore tra una famiglia disfunzionale e una figlia che cerca di spiccare il volo.
Chi è Eva Trobisch? Come si definisce?
Sono pessima nel rispondere a questa domanda, probabilmente è per questo che ho realizzato questo film. Quando i giornalisti mi hanno chiesto di raccontarmi dopo la mia opera prima, mi sono sentita molto in imbarazzo, per la prima volta mi sono sentita osservata e esposta al mondo. Non so definirmi, non sono neanche in grado di crearmi un profilo su un’app di incontri.
È una domanda che ne suscita molte altre: perché provo vergogna a parlare di me stessa? Perché una domanda così semplice crea in me una crisi esistenziale? Questo film mi ha aiutata ad avere più fiducia in me stessa e ad accettare il fatto che la personalità può essere fluida e non necessariamente limitata dal peso di un’appartenenza a un gruppo o a un’identità territoriale. Ma ho ancora dei dubbi sul sogno individualista di poter scegliere di essere chiunque si desideri: siamo tutti il risultato delle nostre influenze biografiche e sociali. È un argomento che sto ancora esplorando nella mia vita e forse anche attraverso questo film.
Perché è così importante, a 36 anni dalla riunificazione tedesca, sottolineare nella sua biografia che è nata nella Germania dell’Est?
Perché la questione dell’identità è ancora una ferita aperta in Germania: se qualcuno dell’ex Germania occidentale si permette di raccontare una storia ambientata nell’Est, viene spesso criticato in modo violento per appropriazione culturale. Posso capire se si tratta di film ignoranti, arroganti e superficiali, ma credo che se una persona è curiosa e disposta a fare ricerche approfondite possa raccontare qualsiasi storia. È chiaro che un cambiamento di sistema ha sempre ripercussioni sugli esseri umani e sulla società, ma in Germania questo cambiamento ha creato un grande squilibrio e stiamo ancora lottando per bilanciarlo, ma senza grandi risultati.
Come sono visti i tedeschi dell’ex Ddr in Germania?
Non godono ancora di una buona reputazione, si sentono esclusi e poco rappresentati. Molti di loro si autocommiserano, si pongono come vittime e votano l’estrema destra per protesta. Sono soggetti a un paternalismo condiscendente che non favorisce un dialogo alla pari.
Ci sono poi dei fatti che creano un grande squilibrio: solo il 2 per cento della tassa di successione proviene dagli ex cittadini della Ddr, quindi il loro apporto economico dal passato è molto basso. Esiste anche una grande disparità tra uomini e donne dell’Est. Le donne sono storicamente indipendenti e sessualmente libere: la maggior parte di loro lavora, sono femministe e vengono considerate delle “toste”. Gli uomini dell’ex Ddr, invece, non hanno soldi, non parlano le lingue, non hanno viaggiato e sono poco appetibili sul mercato del lavoro e matrimoniale. Diciamo che la loro autostima non è ai massimi livelli. Durante il casting, ho notato che per me era molto più facile lavorare con le attrici e aiutarle a creare un personaggio resiliente e dignitoso.
Mi sentivo invece molto più inesperta nel trasmettere quel senso di umiliazione maschile che vive Matze, uno dei miei personaggi. Poi è arrivato Max Riemelt, che ha affrontato le scene del casting con intelligenza, senza mai cadere nell’autocommiserazione. Era un terreno scivoloso in cui bisognava trovare un equilibrio…
Il suo film sfugge infatti agli stereotipi ed è costruito su vari livelli narrativi in cui si intrecciano personaggi, luoghi e generazioni. Quanto è stato complicato da concepire?
Era chiaro che, se volevo raccontare una storia di ricerca dell’identità, non potevo ignorare la questione di quanto l’identità possa anche essere una gabbia, e questo concetto andava tradotto artisticamente. Non volevo che il film fosse etichettato come una semplice storia di formazione o una commedia familiare, ma che fosse un racconto fluido e aperto, per questo fin dall’inizio il progetto aveva una struttura multi-prospettica.
Se si raccontano otto personaggi, è quasi impossibile forzarli in una trama: ti lasci andare e ti fai sorprendere da loro. Volevo raccontare uno stato d’animo e, anche se i personaggi sono molto diversi da quelli del mio film, sono stata molto influenzata da Yi Yi di Edward Yang e da America oggi di Robert Altman, che, attraverso la coralità dello sguardo, riescono a essere universali. Anche se il mio film è molto tedesco e specifico nei personaggi, credo che possa arrivare agli spettatori di tutto il mondo. Più si è veri e specifici, più si è universali.
Il film ruota anche intorno alla partecipazione della giovane protagonista a un talent show. C’è qualcosa che la affascina in questo tipo di programma?
Ero a letto malata e guardavo The Voice of Germany, quando sono scoppiata a piangere durante l’esibizione di una delle concorrenti. Non perché cantasse in modo straordinario, ma per le immagini della sua famiglia che la incitava piangendo davanti al monitor nel backstage.
Mi sono chiesta perché fossi rimasta così colpita. Forse il passaggio dall’invisibilità alla visibilità? Vedere se stessi e essere visti? In fondo, è un bisogno universale e i talent show lo sanno bene. Venendo da una famiglia della Germania dell’Est che ha vissuto una frattura identitaria con la caduta del Muro, il tema della visibilità e del riconoscimento è ancora molto vivo. Da lì ho capito che si trattava di un ottimo espediente narrativo.
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