Grazie a Francesco Guccini ho sentito per la prima volta parole come “percalle”, “teorete” e “crucifige”.

Avevo un quadernino dove segnavo tutte le parole che non volevo dimenticare: c’erano anche “orpello” e “cordite”, c’era l’espressione “amore ancillare”, che non capivo cosa fosse a quattordici anni. Quello era un mio primitivo dizionario privato, una sorta di iniziazione segreta che cominciava con le cuffie nelle orecchie, percorrendo le strade rotte e interminabili di una provincia della Campania.

Ho cominciato ad ascoltare Guccini all’inizio del quarto ginnasio, quando andavo a scuola col pullman. La mia scuola era a più di un’ora da casa e dovevo partire col buio e con l’unico bus della giornata, seguendo le curve e gli spigoli del Cilento interno, sobbalzando a ogni buca, mentre fuori dal finestrino si aprivano boschi scuri che volevano mangiarmi. Se dovessi immaginare un luogo in cui far risuonare le parole di Guccini, sarebbero quelle foreste buie della mia adolescenza, quell’attimo prima che il cielo cominciasse a macchiarsi di luce.

Avevo le guance premute contro il vetro appannato, e c’era la erre di Guccini nelle cuffie a farmi compagnia: mi aggrappavo a quella voce, assorbivo come una spugna, segnavo e annotavo.

Educazione alla lingua

Quelle canzoni non sono state solo compagnia o decorazione, ma magia e sapienza narrativa, educazione alla lingua e al ritmo, amore smisurato per la parola. Ancora non lo sapevo, ma ascoltarlo per me era attraversare una soglia, era un esercizio incessante di avvicinamento alla letteratura e all’affabulazione, a tutte le gradazioni possibili e sviscerabili della parola.

Credevo la sua fosse la voce di una pietra millenaria, qualcosa che non sarebbe mai morto. Sentivo la sua voce come quella di un trovatore che immaginavo in un’osteria eterna; nelle mie fantasie, lo accostavo ai poeti religiosi, ai comico-realistici, ai provenzali che cantavano l’amor de lonh. Quando partiva Canzoni dei dodici mesi pensavo alla ballata Ben venga maggio delle rime volgari del Poliziano, sentivo il Rinascimento e il Novecento uscire dai manuali, sedersi accanto a me su quel pullman scassato e finalmente prendere vita.

Ascoltavo Bologna e provavo a immaginarmi questa signora col seno sul piano padano e il culo sui colli, io che a Bologna non c’ero mai stata, io che il Nord Italia non lo conoscevo, non ero mai stata al Nord se non alla gita di terza media. Sentivo però una forza insopprimibile che brillava come un prisma, e sentivo che quella cosa lì, la letteratura, qualunque cosa fosse, dovesse avere tante facce, essere capace di amore e di morte, essere popolare e tellurica, spingere a un singhiozzo e a un rutto.

Ma cosa c’entrava un’adolescente della Campania con Guccini? I miei coetanei non lo conoscevano, io cominciai ad ascoltarlo grazie a M., una mia amica di scuola che mi citò per caso una sua canzone, l’unica che sapeva, poi da là ho cominciato a sgranare tutto Guccini: con M. fumavamo chiuse in bagno e ripetevamo la perifrastica attiva, parlavamo di uomini e bevevamo la birra, poi un giorno non l’ho vista più, è sparita. A distanza di anni ho saputo che è scappata ed è diventata una suora francescana.

Sentivo un filo di sangue che mi legava a quei brani, l’alone contadino che veniva dalle mie origini, una rabbia che mi faceva cantare L’avvelenata e impararla a memoria come il rosario, una forza che scavalcava ogni differenza di geografia o età. La campagna di Guccini era la mia, ero io «la prima che ha studiato», ero io che venivo da una provincia campana che non era nemmeno sulle mappe e dovevo pensare che una laureata conta più di una scrittrice. Non sono nata in una famiglia ricca e il salto nel vuoto non me lo potevo permettere: avrei pubblicato un romanzo solo dopo aver cominciato a lavorare, con un lavoro a cui tornare e che negli anni non ho mai abbandonato.

Con Guccini ho imparato che i giorni e i mesi vanno via, che certe crisi sono soltanto segno di qualcosa dentro che sta urlando per uscire. Ascoltavo Eskimo e mi segnavo questo verso qui: “con l’incoscienza dentro al basso ventre”, non ho ancora capito perché proprio quel verso mi colpisse.

Mi piaceva il gusto di ogni sua parola scelta, la precisione di fuoco di ogni verso, volevo perdermi nella malìa di quel lessico: l’amore fatto alla boia di un Giuda, il letto a ore, su cui passava tutta la città, bisogna saper scegliere in tempo e non arrivarci per contrarietà. Le stagioni e di vetro e di sabbia. L’ipocrisia di chi sta sempre con la ragione e mai col torto.

Forse quello che mi mancherà di più è il suo timbro capace di evocare una versione di me ragazzina, quella stupidità dei vent’anni che ho sempre trovato benedetta e che mi manca ogni giorno, perché a vent’anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell’età.

Un faro 

«Giovane e ingenuo io ho perso la testa, sian stati i libri o il mio provincialismo». Non avrei trovato una frase capace di descrivermi meglio, e Guccini è stato questo per la me ragazzina: un soffio indicibile nello stomaco per cui passavano tutte le cose indicibili. Non era il sesso a essere indicibile per me, ma cominciare a pensare a quello che volevo diventare, chiedermi se potessi farlo, e mi ripetevo «se son d’umore nero allora scrivo, frugando dentro le nostre miserie».

Ascoltando Guccini oggi, mi manca quel pulviscolo dorato e ingenuo che non ho ritrovato più, la sensazione di stare sveglia alle quattro del mattino a bestemmiare, chiusa dentro un cesso a sognare un mio momento, e mi manca ancora di più quella versione infantile di me che non capiva minimamente: «Credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni».

Guccini non scriveva per aver «le tasche piene e non solo i coglioni», ma per una disperazione incandescente, con un’ostilità istintiva e contadina nei confronti di qualsiasi etichetta, e io me lo sentivo vicino più di un amico o di un compagno di classe, e volevo bene al pio, teorete, Bertoncelli e prete, chiunque fosse.

E il suo amore per la parola rimane per me un faro, in tempi in cui la parola sembra contare sempre meno, in cui tutto è algoritmo e polarizzazione, in cui ogni pagina che non sia immediatamente pettinata o omologata viene bollata come “difficile” o come un’anomalia da correggere. Guccini mi ha insegnato, molto prima che potessi capirlo, le venature di un testo e le sue sporgenze, la meraviglia di lasciarsi sconvolgere da una parola o da un giro di frase, ma anche la solitudine oceanica che nasce da tutto questo.
Rimangono i libri mangiati, l’ansia volgare del giorno dopo, la fine triste della partita.

E rimane questo tempo che, come vedi, dura ancora, per noi che siamo nati fessi.

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