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C’è qualcosa di estremamente affascinante e al tempo stesso di profondamente destabilizzante nel fatto che il personaggio più magnetico dell’Isola del Tesoro sia un cuoco zoppo. Non il coraggioso capitano Smollet, non l’irreprensibile dottor Livesey e nemmeno il giovane protagonista Jim Hawkins. Ma Long John Silver: una gamba sola, una stampella, un pappagallo sulla spalla e una cucina da governare nel ventre della nave.

Non è un dettaglio. È una scelta narrativa che, ancora oggi, continua a produrre effetti. Non a caso il titolo originale del libro è: Sea Cook, or Treasure Island; perché dentro a uno dei romanzi di formazione più potenti della narrativa mondiale, Robert Louis Stevenson affida il centro morale e simbolico dell’intera trama non a chi incarna la superiorità morale, la forza fisica o l’integrità del corpo, ma a chi è, almeno in apparenza, segnato da una menomazione. E nonostante questo – o forse proprio per questo – domina la scena.

Silver è il vero maestro del giovane Jim Hawkins. Non perché sia buono (non lo è), né perché sia coerente (non lo è affatto), ma perché è intelligente, adattabile, capace di leggere gli uomini e di muoversi tra le regole senza mai rispettarle fino in fondo. È, in altre parole, un personaggio moderno. E guarda caso, è anche un cuoco.

Invisibile e indispensabile

Qui il gioco si fa interessante. Perché la cucina, soprattutto quella di bordo, è uno spazio ambiguo: subordinato e centrale allo stesso tempo. Il cuoco non comanda la nave, ma senza il cuoco la nave non funziona. Non è un ufficiale, ma entra ogni giorno nella vita di tutti. È invisibile e indispensabile. Come spesso accade nella storia dell’alimentazione, il potere passa da lì, ma non lo si vede.

Silver incarna perfettamente questa ambiguità. È apparentemente marginale – un uomo con una gamba sola, confinato ai fornelli – ma in realtà tiene insieme tutto: gli equilibri della ciurma, le alleanze, i tradimenti. La sua disabilità, che in un altro contesto lo avrebbe reso fragile o escluso, qui diventa quasi un elemento di costruzione del personaggio. Non è un ostacolo da superare, né un limite da nascondere. È semplicemente parte della sua identità, come lo è il suo ruolo di cuoco.

Ed è proprio questa normalità a essere sorprendente. Silver non è un simbolo edificante, non è una lezione morale ambulante, anzi, proprio il contrario. Non “rappresenta” nulla, se non sé stesso. E proprio per questo finisce per rappresentare moltissimo.

Se allarghiamo lo sguardo, ci accorgiamo che la figura del pirata, così come si consolida nell’immaginario tra Otto e Novecento, porta spesso con sé una qualche forma di menomazione: una gamba di legno, una benda sull’occhio, un uncino al posto della mano. Potremmo scambiare tutto questo per semplice folklore. In realtà si tratta di una costruzione simbolica.

Il pirata è, per definizione, un corpo segnato: dal mare, dalla violenza, dalla guerra e dalla vita fuori norma. Ma in Stevenson, che in qualche modo costruisce questo archetipo, accade qualcosa di più sottile. Quella menomazione non è il segno di una caduta. È, semmai, il segno di una sopravvivenza. Silver non è “meno” degli altri. È di più. Ha perso qualcosa, ma ha guadagnato in astuzia, in capacità di adattamento, in libertà dalle convenzioni.

Rimedio e inventiva

E qui la cucina torna a essere centrale. Perché cucinare, in fondo, è sempre un’arte dell’adattamento. Si lavora con quello che c’è, si trasforma, si rimedia, si inventa. Non è un caso che molte grandi tradizioni culinarie nascano in condizioni di scarsità, di marginalità, di vincolo. La cucina non è il regno dell’abbondanza perfetta, ma quello dell’imperfezione governata.

Silver, da questo punto di vista, è un cuoco perfetto. Non perché sappia fare piatti raffinati, non è questo il punto e in fondo non sappiamo cosa prepari ogni giorno alla ciurma, ma perché incarna quella logica profonda: usare ciò che si ha, anche quando manca qualcosa. Anche quando manca una gamba.

C’è poi un ultimo elemento, forse il più interessante. In un romanzo di formazione, la guida del giovane protagonista non è in alcun modo un modello da imitare, ma per certi versi una figura da attraversare. Jim Hawkins non deve diventare Silver. Deve imparare da lui, e poi prendere un’altra strada. Ma senza Silver, quella strada non esisterebbe.

E allora forse il punto è proprio questo: la centralità di figure che stanno ai margini, che non corrispondono ai modelli dominanti, ma che proprio per questo aprono possibilità. Non perché siano migliori. Ma perché sono diverse. In un’epoca che tende a costruire modelli sempre più levigati, performanti, impeccabili, la vecchia storia di un cuoco pirata con una gamba sola continua a dirci qualcosa di scomodo. Che il potere non coincide con la perfezione. Che l’autorità può nascere anche dall’imperfezione. E che, a volte, è proprio chi manca di qualcosa a vedere più lontano.

Del resto, sull’Hispaniola, la nave immaginata da Stevenson, come nella società reale, chi sta in cucina raramente è al centro della scena. Ma spesso è quello che capisce tutto per primo. E forse è anche per questo che Long John Silver, ancora oggi, resta l’unico di cui ci fidiamo davvero. Anche se sappiamo benissimo che non dovremmo farlo.

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