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Potersi godere una pausa pranzo con i colleghi o compagni di classe in un luogo luminoso, senza troppo rumore, riparato dal caldo e dal freddo, potendo sederci dove vogliamo è oggi considerata la normalità, ma è in realtà una conquista molto recente che riguarda poche persone nel mondo, e che racconta i cambiamenti del nostro paese.

Il diritto di crescere

Tutto inizia tra i banchi di scuola, alla fine dell’Ottocento. All'epoca, l'Italia era un paese povero e per molti bambini il pranzo a scuola non era una comodità, ma l'unico pasto completo della giornata.

Le prime mense nacquero per un motivo molto pratico: non si può imparare nulla se si ha lo stomaco vuoto, quindi i pedagogisti - cioè gli studiosi delle varie forme di educazione - scrissero nero su bianco che era inutile per i bambini frequentare la scuola se non avevano sufficienti forze. Era una forma di carità, gestita da comuni e associazioni spesso religiose, dove si servivano minestroni caldi e pane nero, a volte persino latte e uova.

Che le mense siano un diritto che fa parte dell’istruzione è un dibattito sempre aperto, ma soprattutto non sempre un diritto rispettato. In alcune scuole non è nemmeno possibile fermarsi per consumare un pasto portato da casa, ma bisogna uscire e tornare per forza.

Al contrario, per chi riesce ad usufruire della mensa, ci sono spesso delle rimostranze, ma nonostante le lamentele sui menù, la mensa italiana compie un grosso sforzo nell’educazione alimentare: i pasti sono spesso bilanciati da nutrizionisti con primo, secondo, contorno e frutta. Un equilibrio che non è scontato nemmeno in alcuni dei paesi più ricchi, come gli Stati Uniti, dove frutta e verdura sono rarità sui vassoi scolastici.

La Fao, cioè quella parte dell’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di alimentazione e agricoltura, pubblica ogni sei anni un rapporto sulle mense scolastiche nel mondo e i dati del 2024 ci dicono che ogni giorno mangiano a scuola (anche se non sempre in una mensa scolastica) 466 milioni di bambini: per molti di loro la situazione è come quella degli italiani alla fine dell’Ottocento, cioè una delle poche occasioni di poter mangiare durante la giornata.

Per questo l’associazione promuove la diffusione delle mense e la crescita degli utenti: più bambini mangiano in mensa più bambini hanno la possibilità di crescere in salute e soprattutto, di frequentare la scuola e non abbandonarla per lavorare quando sono piccoli.

Rimangono comunque delle grosse differenze: nei paesi ad alto reddito hanno la possibilità di pranzare a scuola l’80 per cento degli alunni, in quelli a reddito più basso solo il 27 per cento. In alcune grandi città come San Paolo o Bangkok le scuole offrono sia la possibilità di pranzare che di fare colazione, visto che ci si sveglia molto presto e si percorrono lunghe distanze nel traffico per giungere a destinazione.

Dalle macchine da scrivere alla mensa

Per immaginarsi come fossero le pause pranzo degli operai un secolo fa non ci vuole molto, ce lo racconta una delle foto più spettacolari mai scattate, quella del pranzo sul grattacielo: una decina di lavoratori che mangiano seduti su una trave sospesi a 250 metri da terra, a New York nel 1932.

All’epoca era la normalità mangiare dove si stava lavorando: per terra, in piedi, di fianco a macchinari rumorosi o sospesi nel vuoto. In Italia a Ivrea Adriano Olivetti – figlio dell’imprenditore che creò la famosa azienda di macchine da scrivere - negli stessi anni in cui la foto fu scattata iniziò ad occuparsi dei suoi dipendenti e a voler fornire loro quello che adesso chiameremmo “welfare aziendale”, cioè case, biblioteche, asili e anche una mensa.

Nel 1936 creò un servizio mensa rivoluzionario, con uno dei primi "self-service": ogni lavoratore poteva scegliere cosa mangiare usando dei semplici tagliandi. Un ulteriore cambiamento fu implementato negli anni Cinquanta. Olivetti non voleva una stanza grigia con i neon, voleva un luogo di vera pausa e riposo.

Affidò il progetto all’architetto Ignazio Gardella, che costruì una mensa immersa nel verde, con vetrate altissime che guardavano la collina: un tipo di architettura, ampia e luminosa, che resta un’ispirazione ancora valida per tante mense contemporanee, scolastiche o aziendali.

In quella mensa, la pausa durava due ore. Non era una perdita di tempo per l’azienda, ma un investimento sul benessere del lavoratore. Il lavoratore poteva mangiare bene, guardare il paesaggio e poi magari leggere un libro nella biblioteca aziendale lì vicino.

Era il “modello Olivetti”: trattare l'operaio come una persona, non come un ingranaggio. Spesso le aziende si facevano carico del costo della mensa chiedendo al lavoratore di contribuire con una cifra simbolica, che a volta serviva anche per dare un contributo solidale.

Le cose sono cambiate drasticamente negli anni Settanta. La vita è diventata più veloce, è arrivato l’orario continuato e la pausa pranzo si è ridotta. Le mense si sono dovute adattare: dovevano essere veloci, efficienti e capaci di servire centinaia di persone contemporaneamente. In questo periodo la gestione delle mense è passata spesso a società esterne specializzate.

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