12 bytes, Mondadori 2023, raccoglie dodici saggi sull’evoluzione dell’uomo e racconta, in modo semplice e insieme brillante, la Storia dell’età moderna e contemporanea poggiando su un quesito specifico, che vibra tra le pagine del libro: siamo vicini all’estinzione o all’inizio di una nuova fase per l’umanità?

Jeanette Winterson – nata a Manchester nel 1959, cresciuta in una dimensione fortemente religiosa e destinata dai genitori a diventare una missionari –  non si domanda, infatti, se il mondo cambierà, ma come si modificherà e lo fa con un occhio sempre puntato all’Ia che, a suo dire, sarà il perno di questo futuro cambiamento. L’Ia sarà la causa della nostra estinzione o ci aiuterà a salvarci, ad andare verso nuove direzioni?

In un’intervista recentemente ha detto che noi tutti, in qualità di cittadini del mondo, dovremmo sapere quanto più possiamo sull’Ia, l’intelligenza artificiale. Perché?

Perché se non cerchiamo di comprendere i grandi movimenti del nostro tempo – e, in cima alla lista, metterei la crisi climatica – non potremo far altro credere a ciò che ci viene detto dai media e dai politici che potrebbero quindi veicolare le informazioni modellando il nostro pensiero, senza che ognuno di noi possa svilupparne uno proprio.

Riguardo l’Ia si fa un gran parlare con un’accezione negativa, come di qualcosa che porterà il mondo alla rovina, noi ad abitare in una distopia. Per carità, tutto è possibile, ma credo che informarsi, nel miglior modo possibile, sia un dovere di ciascuno.

Crede che generalmente questo non accada?

Credo ci si sia abituati a ingurgitare qualsiasi tipo d’informazione, senza mai, realmente, sforzarsi di usare il pensiero critico.

Dipende dalla pigrizia o c’è dell’altro?

È qualcosa che affonda le proprie radici nel sistema scolastico. Fin da bambini veniamo abituati a non fare domande, ma perlopiù ad apprendere e basta. Per espandere la nostra mente, le nostre conoscenze invece porsi, porre dei quesiti è fondamentale. Ecco, ho spesso la sensazione che questa struttura di pensiero sia ormai insita nel nostro modo di essere e ragionare. Come se gli umani non volessero capirlo, il mondo in cui vivono. Il corpo, la società, l’economia, la storia, le migrazioni, la scienza sono fondamentali e quantomeno cercare di comprendere, di sapere è imprescindibile.

È per questo che in 12 bytes è partita dalla rivoluzione industriale?

Certo. Volevo partire dal principio della nostra epoca, per poi andare avanti e arrivare a oggi.

Nonostante tutto, nonostante questa sua visione pessimistica della società contemporanea, leggendo il suo libro ho avuto l’impressione che lei sia in realtà ottimista circa il futuro.

È così, infatti: il mio lato peggiore è al tempo stesso il mio lato migliore, ed è l’ottimismo. È quello che mi permette di andare avanti. Ho avuto un’infanzia molto complicata, difficile, e credo d’aver sviluppato uno spiccato ottimismo proprio per compensazione: credere che le cose miglioreranno, aggrapparsi a questa convinzione, mi ha tenuta in vita.

Ottimismo a parte, però?

Se devo cercare di essere realistica, be’, direi che ci troviamo in una situazione orribile sotto tanti punti di vista, e sono preoccupata.

Perché?

Perché stiamo vivendo, in un equilibrio precario, sul limite del baratro, stiamo distruggendo noi stessi e se non facciamo niente la fine è certa.

Siamo al capolinea dell’umanità?

Forse. Dipende tutto da noi. Siamo ancora in tempo per prendere delle misure, stabilizzare il pianeta, far tornare indietro l’orologio, ridistribuire le risorse e, lentamente, riprenderci. Si sente spesso parlare dell’Apocalisse sia per via del concetto religioso di fine dei tempi e ascensione delle anime al Paradiso e sia per via del mondo che, in effetti, stiamo uccidendo. Ma l’Apocalisse potrebbe ancora rivelarsi come qualcosa di diverso dall’estinzione dell’uomo, potrebbe essere, ad esempio, l’inizio di una nuova fase.

Apocalisse, in effetti, non significa distruzione, ma rivelazione, e magari sì, ha ragione lei: l’uomo non ha ancora raggiunto il suo capolinea. Però, a essere sinceri, io non sono ottimista come lei e temo che a causa di certi individui, ricchi ed egoisti e troppo attaccati alla loro fortuna, troveremo presto la nostra fine.

Sì, è una delle mie più grandi paure. Loro vivranno su un isolotto, già pronto, in Nuova Zelanda mentre noi saremo qui a lottare per le poche risorse rimaste. Sì, certo, è uno scenario molto probabile, però non deve andare così per forza. Abbiamo a disposizioni tante strade, il cambiamento climatico in atto, causato dall’uomo, può ancora essere messo a posto.

Dovesse scommettere come crede che andranno le cose?

Non lo so. C’è ancora qualche chances, potremmo riuscire a spuntarla. Quello che conta davvero, oggi, è stabilizzare il pianeta; e questo io non mi stancherò mai di ripeterlo. Il punto però è che non solo gli sforzi che stiamo facendo in questa direzione sono pochi e scarsi, rispetto alla situazione in cui ci troviamo, ma sembra quasi che le intenzioni reali di alcune persone siano di farlo saltare in aria, il mondo. Insomma, pensi a Vladimir Putin: per pochi pezzi di Ucraina sta mettendo a repentaglio l’esistenza dell’uomo sulla Terra. Alcuni sembrano ben decisi a farci estinguere, e non riesco a spiegarmi perché, la ragione.

Si sta molto concentrando sulla crisi climatica, però il suo libro è sull’Ia.

Be’ finché non faremo qualcosa di concreto per contrastarla, la crisi climatica, ogni altro discorso, ogni altro argomento è solo un esercizio di vanità.

Torniamo all’Ia, però. Crede che gli artisti verranno sostituiti, che opere d’arte, romanzi verranno prodotti dall’Ia?

Se ne parla tanto, in effetti, ma è un aspetto che non mi preoccupa per niente. Anzi, lavorare con l’Ia su alcuni progetti mi piacerebbe molto. Dei musicisti, ad esempio, lo hanno fatto e lo hanno trovato interessante, stimolante. Si tratta di una collaborazione vera e propria, così hanno detto, e trovo sia qualcosa di innovativo che potrebbe aprire scenari inediti. Ecco, dubito fortemente che ci sarà un sorpasso, o peggio una sostituzione, in tal senso.

Piuttosto, credo che, se riusciremo a capire come usarla adeguatamente, l’Ia potrebbe essere come una sorta di collaboratore nella produzione artistica. Quando venne inventata la fotografia Picasso disse «bene, così tutti i pittori scarsi potranno finalmente essere messi da parte, sostituiti da questo nuovo mezzo, e in circolazione non ci saranno che quelli bravi: se vorrete una rappresentazione noiosa avrete una foto e se vorrete qualcosa di più interessante avrete noialtri». Aldilà di questa collaborazione di cui parlavo, penso che gli unici artisti a scomparire, nel caso in cui l’Ia sia effettivamente destinata a sostituire qualcuno, saranno gli scarsi e basta. E che male c’è, in questo? E poi i lavori scompaiono dacché il mondo è mondo, il cambiamento è continuo e necessario.

La differenza tra Ia e noi esseri umani?

Ancora non lo sappiamo. Al momento è certamente uno strumento molto, sul serio molto intelligente, ma incapace di pensare per i fatti suoi – al momento. Sembra non avere una coscienza, non aver intuito sé stesso, e questa è oggi la differenza più grande tra Ia e noi. Questa e il fatto che le connessioni dell’Ia sono e saranno solo intellettuali, non ha un sistema che gli faccia provare delle emozioni cosa per noi impossibile anche solo da immaginare; ci provi: provi a immaginare di non provare mai alcuna emozione, di qualsiasi tipo: ecco, è impossibile per noi. A questo punto, però, dobbiamo fermarci, e domandarci: cosa stiamo cercando di figurarci? La risposta: un essere incorporeo, che non si riproduce, che non prova emozioni.

È tanto distante da quel che la religione ha raffigurato come Dio? Non dico che l’Ia sia Dio, ma solo che per millenni abbiamo coltivato l’idea che ci siano divinità che ci hanno generati e che, per certi aspetti, combaciano con la figura dell’Ia. Se non riusciamo a fare pace con l’Ia è perché siamo noi ad averla creata.

A tal proposito: sulla teoria della simulazione che mi dice?

È possibile: forse viviamo in una simulazione creata da entità superiori a noi.

Se morire diventasse una scelta, cosa farebbe?

Morirei comunque.

Crede in Dio?

Non posso dire di no, non ho prove sufficienti. Mi sembra probabile, ad ogni modo, che esista un’intelligenza superiore, da qualche parte. Non so che tipo di relazione ci sia tra Essa e noialtri, cosa su cui si basano le religioni, ma che possa esistere qualcosa del genere mi pare possibile.

So che lei è cresciuta in un contesto molto religioso.

Sì, ed ero una forte credente. Ma sa, i bambini credono in ciò in cui i genitori dicono loro di credere, finché poi non cominciano a pensare.

Ha messo in atto una rivoluzione, dunque?

Non si è trattata di una vera e propria rivoluzione, ho solo iniziato a pensare. So che sembra banale, ma così è.

Cos’è importante, in tal senso?

Essere curiosi, interessati. Fare domande, sempre.

Quando è cominciato questo suo cambiamento?

A sedici anni.

Ho letto che sua madre voleva esorcizzarla, all’epoca.

L’ha fatto! I miei genitori hanno chiamato un esorcista, è venuto in casa nostra e ci ha provato, ma di diavoli da scacciare non ce n’erano. Esperienza orribile. Avevo fatto da poco coming out, i miei non la presero bene.

Quindi?

Quindi me ne sono andata di casa. Dovevo.

Delle religioni, dunque, cosa mi dice?

Che hanno fatto sia del bene sia del male. Rifugio per alcuni, gabbia per altri.

Cosa si augura per il futuro?

Che le cose cambino, e che le persone imparino a fare comunità. Ne abbiamo un gran bisogno.


12 bytes (Mondadori 2023, pp. 348, euro 21) è l’ultimo libro di Jeanette Winterson

© Riproduzione riservata