Prima di andare a dormire, mio padre prepara la tovaglietta per la colazione: fazzoletto, tazza a testa in giù, cucchiaino, biscotti, barattolo d’orzo, deltacortene da 5mg. Da quando è in pensione, ogni mattina si sveglia alle cinque per andare al Gran Caffè Maffei.

Per le strade i lampioni sono ancora accesi.

In macchina, tiene la radio spenta per non svegliare il paese. Al sibilo degli pneumatici che tagliano la pioggia dà il compito di riempire il vuoto, anche quello della grande piazza dove faceva i comizi per il partito comunista e dove si trova la scuola in cui ha insegnato per trentacinque anni.

Il giorno per mio padre comincia in una strada di periferia a qualche centinaia di metri dalla piazza centrale. Furgoncini, autocarri, macchine con i motori fumanti sono parcheggiati di fronte al Gran Caffè Maffei, l’unico aperto a quell’ora.

La sala del bar è quasi al buio come fuori. Al bancone non si sente pronunciare un ordine, solo il chiacchiericcio di piattini e tazzine quando toccano sul marmo. Antonio, il proprietario, sa che Franco e Tonino prendono un caffè e mio padre un caffè macchiato. Gli altri, seduti ai divanetti, hanno già la loro consumazione al tavolo.

Si salutano con un cenno della testa o con «Uè», «Oh». Quando uno di loro va via, dice a mio padre: «Professò, manco buongiorno mi hai detto». È un rituale per ridere.

Se, come questa mattina, piove, in poche ore gli operai devono capire se la giornata di lavoro parte oppure no. Si mettono fuori sotto il balcone, guardano il tempo e parlano.

«Oggi se ne tornano», dice Tonino. «Non lavorano con questo tempo».

«Se piove un altro po’, il raccolto, quest’anno lo perdono», Franco controlla il cellulare. Le loro mogli sono partite con il pullman delle due di notte per la raccolta delle fragole.

«Quand’è che ha fatto sempre sole», Tonino tocca l’amico con una spalla.

«Eh, quand’è…»

«Dillo».

«Quando stava la pandemia».

«Una cosa incredibile, non potevamo uscire e il sole spaccava le pietre».

«Vabbè, ma tu uscivi, dai».

«Eh certo, stavano sempre caldaie da riparare».

«Comunque, secondo me, hanno esagerato…».

«Con il terrore ti mettono a fare tutto».

«Veramente. E poi tutti dallo psicologo».

«Tu ci sei andato?»

«No. E tu?»

«Nemmeno io».

Mio padre fa una smorfia, la mano sotto al cappuccio.

«Maestro, che è successo?».

«Ah, niente».

«Porti una faccia…»

«Niente. Una cosa, qua, in testa». Si gratta tra i capelli.

Franco tira il mento in dentro, impercettibile.

«Tranquillo che tu stai bene», gli bisbiglia Tonino ma forte per farsi sentire dagli altri. Poi rivolto a me: «Casomai dici a Franco che lo vedi giallo, cose così. È capace che sviene». Ridono. Anche Franco, gli occhi galleggiano nelle lenti degli occhiali. Guarda la pozzanghera che si è creata lungo il marciapiede e guarda il telefono. «Bisogna vedere pure il fidanzato di mia figlia come farà sulla strada con tutta questa pioggia».

«Vabbè ma da Taranto a Policoro è vicino».

«Vicino? Sono almeno cinquanta chilometri».

«Cinquanta?! Ma che stai dicendo?!»

«Chiediamo a Google: distanza chilometrica Taranto Policoro». Il cellulare di Franco adesso dice qualcosa: settantasei virgola due chilometri. La distanza tra paesi avvicina alla conversazione altri operai che dicono che la benzina costa cara. Scherzando, qualcuno dice che finiremo a usare la benzina agricola anche per circolare. E mio padre racconta di suo padre che metteva la benzina agricola nella 112 Fiat e la filtrava con un cappello di feltro. È strano sentire mio padre dire mio padre, sentirlo parlare di materiali edili o di potature. «In un mese al bar impari come funziona la terra, quando raccogliere le sprascine, come trattare la xylella», mi ha detto la sera prima quando gli chiedevo perché si sveglia all’alba tutti i giorni per andare al Gran Caffè Maffei.

Carmine, lu rimunnator, il potatore, sta mezzo sotto il balcone, mezzo sotto la pioggia, the berretto in testa. «Mannaggia li fior», dice lamentandosi del tempo con una bestemmia primaverile. Non ha ancora deciso se rischiarsela e andare a lavorare. Parla della luna di marzo e di come si metteranno alberi e piante quando il tempo poi si aggiusta. Mio padre per sentire bene quello che dice gli guarda le scarpe. Il maestro ascolta, il maestro impara. Tra gli operai del Gran Caffè Maffei gli argomenti cambiano velocemente e vengono introdotti da un gesto. Carmine, ad esempio, sfila il cellulare dalla tasca e lo punta verso il centro del gruppo: «La coinquilina di mia figlia a Parma è iraniana e se n’è tornata alcuni mesi fa al paese suo. Non si hanno più notizie».

«Bah, poverina», commenta uno.

«Il padrone di casa la sta cercando. Vuole sapere se è viva o morta. Vuole pagato l'affitto». Ridono a mezza bocca e seguono a parlare di guerre e dittature.

«La mentalità di un popolo non la cambi», Tonino si mette le mani in tasca.

Mio padre invece le tira fuori e comincia a dire che la civiltà persiana ha una storia molto antica e, mentre sente salire la sua voce oratoria, cambia tono e prosegue il concetto: «Le persone sono diverse da chi le comanda».

Le sue parole cadono sulla pozzanghera come petali e formano un mandala, per un istante, il tempo in cui gli passa davanti un ragazzo che si infila nel bar. «È entrato Piazza San Marco», dice mio padre. Ridono. Il ragazzo fa di cognome Palumbo che in dialetto significa piccione. E mio padre si mette a raccontare un aneddoto: «Ai tempi in cui era sindaco Lino Ciraci, il consigliere comunale di opposizione era tale Allegretti Antonio. Aveva una lista che si chiamava L’ancora, l’ancora di salvezza per il paese. Lui era un monarchico fascista che negli anni Settanta si era addolcito nelle liste civiche. Insomma, durante un consiglio comunale Allegretti si alza e fa un’interrogazione al sindaco: “Lei, signor sindaco, forse non sa in che condizioni vive il nostro paese. I cittadini non prendono pace né di giorno né di notte, ed è una vergogna che non si sia ancora provveduto a porre fine a questo scempio!”. Lino Ciraci, sapete, pronunciava le labbra a mo’ di bacio ma con gli occhi di fuori. Chiese la cortesia al consigliere di continuare e questi non si risparmiò: “Tutte le mattine alle quattro e mezza c’è un gallo, signor sindaco, un gallo che canta svegliando e molestando un intero quartiere. Cosa aspettate nel fare un’ordinanza di arresto e decapitazione?!”». Gli operai ridono sorreggendosi l’un l’altro e in quel momento il cellulare di Franco vibra, suona, si illumina: è arrivata la foto dalla moglie che insieme alle altre donne ha riempito le prime cassette di fragole. Sono le sei e venti.

«Pietro s’è visto?», Carmine porta con sé a giornata, alcuni operai tra cui Pietro La murea, conosciuto anche come lo scapolo, che nell’alba del Gran Caffè Maffei ordina un mandarinetto caldo e un caffè, prende la giornata, poi ritorna a casa per preparare il latte al padre malato ed esce di nuovo per andare a lavorare in campagna. Con lui si raccontano le barzellette come quella del cane Fofi o della maga indovina tutto. Tonino, Franco e gli altri operai hanno realizzato alcuni video con l’intelligenza artificiale in cui Pietro si trova sempre in un bar ma di lusso, con una donna coreana o una donna brasiliana e un cocktail in mano. Mi mostrano le immagini sullo schermo: lui brinda, fa la bella vita, le donne gli sorridono, e la pioggia scura dietro il cellulare che tengono tra le mani passa un suono sottile su quelle immagini mute. Un po’ lo prendono in giro, Pietro, un po’ gli regalano un sogno. «Lui è un lavoratore numero uno», dicono.

Tra gli operai nessuno si ripara dalla pioggia, tranne Tommaso che sta seduto al tavolino, appena fuori dalla porta del bar, sotto un ombrello aperto tenuto in una mano. Tommaso è in pensione, ha lavorato trentaquattro anni nella falegnameria di Giovanni Lu giall. Lu giall sta per l’orientale, non per le sue origini ma perché da giovane ha fatto una sola lezione prova di karate. Non ha mai seguito il corso ma gli amici da allora lo chiamano Lu giall oppure Kung Fu. Mio padre nella rubrica del telefono ha salvato il suo numero come Giovanni Kung Fu. Tommaso è in pensione ma alle cinque viene comunque al Gran Caffè Maffei. Gli uomini seduti dentro ai divanetti sono anziani, non lavorano più, se non nelle loro campagne, ma alle cinque vanno comunque al Gran Caffè Maffei. E quando cambia l’orario la sveglia è alle quattro. Lo stesso Tonino inizia a lavorare alle otto e trenta. Ma alle cinque è comunque al Gran Caffè Maffei: «È lui – indica l’amico Franco – che mi ha fatto prendere questa abitudine. Vengo ogni mattina qua, non so perché».

In macchina, al ritorno, faccio notare a mio padre che ha parlato del nonno.

Lui non risponde.

Quando fa il giro della piazza, rischiara la voce e comincia: «In termini dispregiativi, mio padre lo chiamavano Lu zanzen, il zanzara, uno che succhia il sangue: faceva il mediatore di tufi e prendeva una percentuale. Ora questo mestiere non esiste più. Con i tufi si fa poco. Si usano i mattoni forati che sono più coibentanti e più leggeri. Fanno traspirare e non trattengono l'umidità. E la mediazione non serve più. Il materiale edile si trova dai venditori diretti».

«Non ti ho mai sentito parlare così».

«Così come».

«Così operaio».

«Quando arrivavano i camion rimorchio pieni di tufi, io mi facevo trovare in piazza e li accompagnavo sui cantieri. Avevo dieci anni. A volte per la vergogna non li fermavo. Oppure perché in quei momenti pensavo ad altro. E a mio padre dicevo che non erano venuti».

«Perché per la vergogna, papà?».

Non risponde. Il tempo della piazza è finito.

La sera, prima dell’alba insieme a mio padre al Gran Caffè Maffei, lui mi ha chiesto di non fare domande: «Puoi venire ma non fare domande». Volevo capire perché da quando è in pensione si sveglia col buio per andare in un bar. «Dove devo andare. Non c'è più nessuno della vecchia guardia con cui ho fatto politica».

Quando faceva politica ed era sul palco per un comizio, alla panchina in fondo a destra della piazza si sedeva suo padre e lo ascoltava. Ha iniziato a conoscere suo figlio così, a capire cosa aveva in testa: eguaglianza, ridistribuzione, giustizia sociale. Quando mio padre ha smesso con la politica e mio nonno era diventato anziano, camminavano avanti e indietro sulla piazza, fianco a fianco, le braccia dietro la schiena, senza dirsi una parola. «Io non l’ho mai recuperato come padre, ma ho recuperato me stesso come figlio».

Mio padre si sveglia ogni mattina col buio. Non può mancare l’appuntamento con gli operai del Gran Caffè Maffei che insegnano a Mimino, maestro di italiano, le parole di suo padre. Non manca un’alba, anche con la pioggia. «Imparo tante cose su agricoltura e artigianato e muratura. Quando facevo politica, non avevo il contatto con queste persone».

Franco, Tonino, Carmine e gli altri operai, dalla soglia del bar, guardano il cielo freddo come l’acciaio. Uno di loro dice: «Sopra, molto sopra, deve stare il sole». L’avvenire, papà, riesci a vederlo?

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