Nella nostra percezione la natura è qualcosa di cui non facciamo parte e che possiamo devastare o decidere di preservare. Ma per secoli non è stato così. Nel mondo antico non era un oggetto distinto dall’umano ma il modo stesso in cui il mondo accadeva, il principio del mutamento delle cose, la forza ordinatrice del Kosmos
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Quando l’uomo scopre la natura scopre sé stesso. Definire i contorni di ciò che è natura significa soprattutto definire i contorni di ciò che è umano, collocando l’umano al di fuori della natura. Anche oggi usiamo la parola natura per indicare quasi tutto ciò che appare separato dall’uomo e non prodotto da lui: i boschi, gli animali, le montagne, il mare. La natura è ciò che immaginiamo fuori dalla città, fuori dalla tecnica, fuori dalla storia.
È qualcosa di cui non facciamo più parte, è qualcosa che possiamo devastare o decidere di preservare, qualcosa da amare o da odiare. Ma per secoli non è stato così. Nel mondo antico la natura non era un oggetto da contemplare né un ambiente da proteggere. Non era nemmeno qualcosa di davvero distinto dall’umano. Era il modo stesso in cui il mondo accadeva, il principio del mutamento delle cose, la forza ordinatrice del Kosmos.
Prima della separazione
I greci usavano la parola physis, che deriva dal verbo phýo: nascere, germogliare, venire alla luce. Dunque il manifestarsi originario della vita e della materia. Viene tradotto con “natura”, ma in realtà non esiste un termine corrispondente.
La natura, prima di essere una cosa, era un processo. Indicava la crescita delle piante, il mutare delle stagioni, il formarsi delle rocce, ma anche il divenire degli uomini. In nessuno dei pensatori antichi l’uomo occupa ancora una posizione esterna al mondo. Non è spettatore della natura: è immerso dentro il suo stesso movimento. Anche Aristotele, che più di ogni altro prova a classificare il vivente, non separa l’umano dal resto delle cose naturali. La physis è, per lui, un principio interno di movimento e quiete: ogni essere naturale contiene in sé la causa della propria trasformazione. La natura è la forza che muove il mondo, è la sostanza stessa degli esseri naturali. Non è natura ciò che è techne, ossia ciò che non ha in sé le cause della propria origine, ciò che è opera dell’uomo.
Ovidio porterà questa intuizione alle estreme conseguenze, fissandola in versi eterni. Nelle Metamorfosi nessun corpo è stabile: le ninfe diventano alberi, gli uomini si trasformano in cervi o costellazioni, il dolore pietrifica, il desiderio muta le forme. Dafne fugge da Apollo e si trasforma in alloro; Narciso diventa fiore; Filemone e Bauci, per non essere separati dopo la morte, si mutano in due alberi intrecciati. Ovidio racconta un universo in cui la metamorfosi è una condizione dell’esistere. Nel XV libro si trova il noto monologo contro il mangiar carne (“se vi mettete in bocca membra di buoi macellati, sappiate e rendetevi conto che masticate i vostri contadini!”), che a un certo punto si articola così: “Tutto muta, nulla muore. Lo spirito è errabondo: / ora si sposta da là a qui, ora da qui a lì, e s’insinua / in qualsiasi arto, e dagli animali passa in corpi umani, / e il nostro negli animali, e non si consuma nel tempo. E come la duttile cera si plasma in nuove figure, / e non rimane com’era, né mantiene la stessa forma [...] Pure i nostri corpi si modificano sempre, senza requie, / né domani saremo più ciò che fummo o che siamo.”
D’altra parte anche Brodskij nella sua Lettera ad Orazio (in Dolore e ragione, Adelphi) scrive di Ovidio: “lui è riuscito a cogliere la semplice verità che noi tutti siamo composti della materia di cui è fatto il mondo. Giacché noi siamo di questo mondo. E così tutti conteniamo acqua, quarzo, idrogeno, fibra, eccetera, sia pure in proporzioni diverse. Che poi possono essere rimescolate. E che già sono state rimescolate per dar vita a quella ragazza. Niente di strano se diventa un albero. Solo uno spostamento nella sua struttura cellulare”.
È difficile capire davvero il mondo antico senza comprendere questa assenza di separazione. Noi moderni pensiamo alla natura come a qualcosa che può essere osservato da lontano, fotografato, protetto, sfruttato, studiato. La storia dell’Occidente inizia nel momento in cui l’uomo inventa la natura come qualcosa di diverso da sé.
L’invenzione dello sguardo
A un certo punto, l’uomo arretra di un passo. Non è più dentro il quadro: lo guarda. La frattura avviene lentamente. A partire dal Rinascimento l’uomo comincia a guardare la natura come qualcosa che può essere misurato, rappresentato, classificato. Leonardo osserva i vortici dell’acqua, le vene delle foglie, la struttura anatomica dei corpi con uno sguardo che è insieme artistico e scientifico. La meraviglia non consiste più nell’osservare il mondo, ma nel cercare di comprenderlo, di dominarlo. È una soglia decisiva. Non più dentro il quadro, ma davanti ad esso.
In questo senso il Cinquecento è un secolo ambiguo e vertiginoso. È ancora pieno di dèi, allegorie, metamorfosi, ma contiene già l’origine della modernità.
La mostra Inventare la natura. Leonardo, Arcimboldo, Caravaggio ospitata a Palazzo Te a Mantova dal 26 settembre 2026 al 10 gennaio 2027 e curata da Barbara Furlotti e Guido Rebecchini, riflette proprio su questa soglia storica. L’esposizione indaga il modo in cui il Cinquecento ha iniziato a concepire la natura come qualcosa di separato dall’umano: un territorio da osservare, studiare, imitare e dominare. Attraverso opere di Leonardo, Arcimboldo, Caravaggio, dei Carracci e di altri maestri, insieme a sculture, disegni, oggetti di Wunderkammer e automi provenienti da importanti musei europei, la mostra racconterà la tensione rinascimentale tra fascinazione per il mondo naturale e nascita dello sguardo scientifico destinato a plasmare la modernità.
Arcimboldo è forse l’artista che rende più visibile questa trasformazione. I suoi volti composti di frutti, ortaggi, animali e fiori sono giochi di corte, ma anche immagini potentissime della nuova relazione tra uomo e natura. La natura viene smontata e ricomposta secondo l’immagine umana. Leonardo, invece, cerca nelle forme naturali una logica universale; Caravaggio porta frutti, foglie e corpi dentro una luce quasi anatomica. In tutti e tre esiste ancora meraviglia, ma è una meraviglia che nasce dallo sguardo umano.
Fare i conti con il distacco
La modernità continuerà questo processo fino alle sue estreme conseguenze. Bacone parlerà della necessità di “strappare i segreti” alla natura. Cartesio immaginerà gli animali come macchine biologiche prive di interiorità. La rivoluzione scientifica produrrà una conoscenza straordinaria del mondo naturale, ma al prezzo di una separazione sempre più radicale.
Oggi questa separazione mostra tutte le sue contraddizioni. La crisi climatica, il collasso degli ecosistemi, l’estinzione delle specie ci ricordano che non siamo mai stati davvero scindibili dal pianeta che ci ospita. Donna Haraway ha scritto che il futuro dell’umano non può essere costruito sulla purezza delle identità separate, ma sulla mescolanza. Non esistono natura e cultura come mondi autonomi: esistono intrecci, contaminazioni, coabitazioni.
È un’intuizione sorprendentemente vicina al mondo antico, alla sua idea di metamorfosi continua. Forse il problema contemporaneo non è soltanto ecologico, ma immaginativo. Abbiamo perso la capacità di sentire il mondo come qualcosa che ci parla. Il sociologo Hartmut Rosa definisce questa condizione “crisi della risonanza”: la modernità rende mute le cose. Gli alberi diventano legname, i fiumi risorse idriche, gli animali biomassa. La relazione si spezza.
Eppure basta poco perché il mondo torni improvvisamente vivo. Andando verso Chiasso, qualche tempo fa, ho visto i papaveri crescere lungo la ferrovia. Spuntavano tra le pietre, rompevano il selciato, invadevano i bordi delle rotaie. Il fiore del partigiano. Fragile e ostinato. E in quel rosso improvviso ho intuito, come una speranza vivida, che dovremo tornare per forza ad essere natura. La natura sopravvive perché coincide con il tempo lungo della materia. Sarà facile capire che è tempo per l’uomo di tornare a concepirsi solo come una forma provvisoria del vivente. Natura. Eterna.
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