Investigare in epistolari o diari non è cosa originale. Ma qui la curiosità ha a che fare con la scoperta di un’ossessione. Nei miei studi disordinati mi è capitato di arenarmi davanti a una piccola scoperta, un fascio di lettere di una fanciulla italiana, Marianna Di Dio, indirizzate a Bruno Röder di Fliederoda
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani e in edicola
Non so se ogni età produca una sua giovinezza o se vi sia invece un tratto comune, leggibile sotto il premere dell’accadere, che fa della giovinezza una stagione che torna ogni volta eguale. Vero è che ci sono tempi, segmenti di tempo – spesso brevi o brevissimi – dentro i quali si mette in moto un vortice che attrae e contrae e che, mentre vibra nell’aria, è insieme cominciamento e fine di qualcosa. E questo qualcosa sembra avere una verità fisionomica tale per cui chi l’ha sentita non può che appartenervi e riconoscerla, e addirittura attribuirle un nome prima che si perda.
Mi piace che mia moglie lasci di tanto in tanto dei fiori sulla mia scrivania: niente di ingombrante, e soprattutto nulla che arrivi da lontano – sceglie di volta in volta qualcosa che venga dalla terrazza, e dovrei dire “dalla sua terrazza”, perché io la frequento poco e distrattamente. Lei sa cosa fare e le piace fare quel che fa. Così, di tanto in tanto, soprattutto in primavera, entrano due calle in un vaso a collo stretto, un iris blu elettrico, una camelia o un’ortensia bianche.
«Cosa stai facendo?» mi chiede, ma è quasi una domanda meteorologica. Pioverà? Non c’è bisogno di rispondere. E tuttavia è da tempo che sulla mia scrivania vede dei fogli giallognoli vergati da una calligrafia elegantissima, con un inchiostro diventato, nel corso del tempo, viola pallido.
Dunque, rispondo e dico: «Son sempre allo stesso punto».
Lei si dispiace, ma non credo che si preoccupi. «Ritorno per ora di pranzo. Ti trovo?»
Per lo più dico che sì, ci sarò, talora devo ammettere che ho preso un impegno e che pranzerò fuori.
Non c’è nessuno con cui possa veramente scambiare opinioni su questa singolare ricerca. Investigare in epistolari o diari non è cosa originale. Ma qui la curiosità ha a che fare con la scoperta di un’ossessione. Siamo stati tutti fratelli di Werther? Cos’era quella giovinezza suicida? Quella primavera così inebriante da premere sui sensi fino a cancellarli? In verità, la febbre sarebbe arrivata dopo di lui. E sarebbe stata la febbre che ora mi sta a cuore.
C’è stata una giovinezza – generosa e intollerante come tutte le giovinezze – che ha infuocato tra la fine del Diciottesimo secolo e i primi anni del secolo successivo una piccola città tedesca, divenuta per una manciata di anni il centro del mondo. Smise di esserlo quando Napoleone vi combatté una memorabile battaglia contro i prussiani. Jena. Jena sulla Saale. Il filosofo Georg Wilhelm Friedrich Hegel era lì, si era rifugiato in una locanda piena di soldati francesi appena fuori città. Poco tempo prima aveva fatto spedire a Bamberga dal suo editore il manoscritto di una delle sue opere capitali, La fenomenologia dello spirito.
Dunque ho guardato indietro, e su Jena mi sono fermato come se quel tempo e quella città mi appartenessero.
Nei miei studi disordinati mi è capitato di arenarmi, con sgomento, davanti a una piccola scoperta che in verità con Jena aveva ben poco a che fare: un fascio di lettere di una fanciulla italiana, Marianna (Nenna) Di Dio, indirizzate a Bruno Röder di Fliederoda, e la copia di quelle inviate da lui a Nenna, conservate a Dresda in una libreria del Neumarkt e sopravvissute, in una cassetta di metallo, al bombardamento del 13 febbraio 1945. Come poi quella cassetta abbia preso, insieme ad altre proprietà dell’ottimo libraio, la strada di Zurigo non è dato saperlo, anche se non è improbabile che vi giochi un ruolo l’occasionale relazione del libraio con Waldemar Jollos, il cui nome compariva su un cartoncino infilato sotto il coperchio della cassetta. Per le vie di un’Europa distrutta, arriva dunque fra le mani della germanista Lavinia Mazzucchetti, moglie di Jollos. Le lettere di Nenna e Bruno non compaiono tuttavia nel suo archivio ufficiale. Furono registrate da un’allieva e conservate fra le carte di una signora milanese che lasceremo nell’anonimato.
Come dunque io sia arrivato a questo carteggio fra Bruno e Nenna, è vicenda che poco ha a che vedere con le ricerche accademiche, anche se qualche figura di studioso vi compare, e d’altro canto non posso attribuire la scoperta del prezioso pacchetto di lettere alla mera fortuna, al caso. Quando ho cominciato a presumere l’esistenza di quel rapporto epistolare, era passato troppo tempo per rinvenirne l’esistenza attraverso le pur vaste ricognizioni sulle relazioni tardosettecentesche fra Germania e Italia. Quindi, per certi aspetti, la casualità vi ha una sua parte. Non solo: esiste tanta corrispondenza privata, specialmente nel secolo che più di tutti è stato educato alla relazione epistolare, alla quotidiana amministrazione della corrispondenza privata preservata con scarsa costanza. Anni fa mi capitò di entrare in una villa di campagna nel Novarese per esaminare lo stato della biblioteca, in verità già dilapidata da più tempestivi visitatori: molto Chiabrera fra i letterati, molta divulgazione scientifica, e con quei libri interi fascicoli di corrispondenza, di scarsa rilevanza e comunque destinati al macero, non essendoci una famiglia residuale interessata a difenderne la conservazione. Da quell’episodio in avanti non mi meraviglia la volatilità delle nostre testimonianze private, anche di quelle digitali.
E tuttavia, toccare lettere che parlano da così lontano scioglie un’emozione lenta, un venir meno che dura sulla soglia dei sensi. Cosa mai credessi di trovare, non so. Ho saputo dell’esistenza del pacchetto di Dresda attraverso poche lettere mal conservate e le pagine di un taccuino trovate dentro un armadio, sigillato da almeno un secolo in un palazzo salentino, inutilizzato da almeno due passaggi di proprietà. L’armadio era stato in una stanza di servizio e lì aveva patito l’umidità e l’indifferenza. […]
Da quei fogli, alcuni vergati in tedesco, altri in italiano – e in italiano erano soprattutto una serie di note stilate in bella grafia di fanciulla in un taccuino o zibaldone di pensieri – risalii al nome del mittente e dunque alla famiglia Röder di Fliederoda, al suo trasferimento a Halle e quindi a Dresda. Bruno era morto nel 1803, gli era sopravvissuta la madre, Anna Scherer, che, sposa per la terza volta di un commerciante di Halle, Bernhard Kargel, aveva lasciato il palazzetto di Fliederoda dal quale aveva portato con sé l’indispensabile, ivi comprese le lettere di Marianna Di Dio, le copie di quelle del figlio e dei versi di lui mai pubblicati. Insieme alle pagine comprese nell’epistolario transitato dalla libreria di Dresda è conservata parte della corrispondenza con Heinrich Friedrich Müller, amico di Bruno e di Bruno ispiratore di imprese, di visioni, complice di incontri e di notti alcoliche.
Il tedesco è stato tradotto da S.F., un’amica che non vuol essere citata, anche perché la sua traduzione ha subìto un trattamento da parte mia, così come del resto il trattamento tocca anche le lettere italiane, con l’eccezione del taccuino di Marianna Di Dio che viene riprodotto così come è stato trovato. […]
Lettera di Bruno Röder
a Marianna Di Dio
5 ottobre 1793
Archivio R** B** (copia) e plico di Scantara
Non faccio che tornare, tornare, tornare, e infatti le partenze non esistono; appena ci muoviamo, è come se già ci voltassimo indietro.
Chissà se per Voi, mia piccola Nenna, sarà così? Forse non tornerete mai, forse tornerete, se mai lo potessimo chiamare ritorno, solo da me.
Mia madre mi attendeva all’ingresso, quando la carrozza si è avvicinata al palazzetto di Fliederoda. Le braccia conserte, l’ampio scialle di lana leggera sul vestito rosa pallido, l’espressione senza smagliature di chi ha più a cuore i princìpi che gli affetti. Sono in Turingia e spero di raggiungere Jena al più presto, poi mi auguro di trovare la via più breve per tornare e magari proseguire insieme verso la Vostra terra, che non ho mai visto e che mi immagino dorata come i datteri che abbiamo mangiato insieme sulla riviera di Napoli.
Prima di mettermi allo scrittoio ho vagato per la campagna di Fliederoda, appena oltre i confini della proprietà di famiglia. Ho scavalcato la cinta di ciliegio e, senza neppure prendere uno dei sentieri che portano al fiume, son sceso in mezzo all’erba alta di ottobre, che tra poco sarà tagliata per preparare la terra alla stagione fredda. Ho vagato cercando di evitare le aree abitate. Sentivo cani abbaiare e l’ultimo stormire di foglie. Leggere, leggere, leggere. Aumentavo il ritmo dei passi e ho continuato veloce fino alla strada poderale. A quel punto mi son fermato sotto un tiglio e ho ascoltato il cuore che mi batteva fortissimo. Ho abbracciato il tronco liscio dell’albero, ci ho strofinato sopra la guancia, l’ho accarezzato, ho cercato la sua anima. Ho cercato anche di ascoltarlo e son rimasto così, gli occhi chiusi, l’orecchio sulla corteccia, per un tempo che non so quantificare. So solo che, quando ho riaperto gli occhi, la campagna intorno mi ha abbracciato con dolcezza. Era come se non l’avessi mai vista così morbida, così serena, così in attesa. Io l’amo questa terra, ma da quando Vi ho conosciuto è come se le resistessi. Ora so che in fondo alla sequenza di tigli, là dove la strada di polvere scende a lambire la riva del fiume, potreste apparire Voi, e allora non c’è più nulla della familiarità costruita nel tempo dopo la lunga infanzia a Stoccarda nella casa di mio padre.
Ora ci siete Voi. Ho già scritto di Voi durante il viaggio, quando la carrozza ha sostato in mezzo alle Alpi. Vi farò avere i miei versi. E cercherò di tradurli. Non sono Winckelmann che scriveva in italiano, ma mi diverte provarci e sentire che versi come “Piovonmi amare lagrime dal viso con un vento angoscioso di sospiri” non possono che suonare così come li ho letti e divisi insieme a Voi.
La testa mi si è annebbiata. Mi son sentito mancare, ma in questo mancare la luce mi veniva a cercare per accecarmi di dolcezza. Oltre il velo di quel mancamento avvertivo il montare caotico dei sentimenti. Son rimasto con le spalle contro il tiglio, ho spiato il cielo, in mezzo ai rami. E allora, come obbedissi a una forza ignota, ho ricominciato a camminare veloce, velocissimo, e infine a correre, fino a farmi mancare il fiato. Era tardo pomeriggio, oltre le colline che cingono la valle, il cielo si tingeva di rosso pallido, il rosso di certe rose estenuate dalla loro stessa bellezza. Una barca solcava il fiume lenta, sarebbe arrivata a riva di lì a poco e dunque l’ho attesa per salutare il contadino che conosco bene e che tornava sulla nostra sponda.
Sapeva che ero stato in Italia, anche perché è lui che ci porta frutta, legumi e animali da allevamento. Si è intrattenuto con me, senza esibire alcuna forma di deferenza. Semplicemente gentile. Mi vien voglia di dirVi che in effetti una qualità del popolo in Turingia è forse proprio questa: la gentilezza.
Ma non è di gentilezza che ho bisogno. Mi piace che l’uomo di campagna mi si rivolga con garbo e consapevolezza del mondo, ma io guardo oltre: vorrei obbedire all’inquietudine che mi porto dentro e che nessuna forma di buona educazione può veramente sedare.
Sto davanti al fiume, i prati salgono oltre le sponde e si gonfiano di arbusti e confinano con faggete ombrose.
È questo luogo di pace di cui ho bisogno? La pace mi scava nel cuore, ma allo stesso tempo è proprio la pace a provare nostalgia di tutte le turbolenze del tempo in cui sto vivendo.
Io voglio studiare a Jena, è lì che voglio andare […] con l’amico Heinrich. Tutte le volte che ci sono stato, è stata un’avventura. Era come se qualcuno, ogni volta, mi aspettasse. Ero sicuro che avrei incontrato chi ancora non conoscevo. Non c’è bisogno di arrivare nel quartiere universitario, il traffico comincia prima: c’è ovunque un andirivieni di studenti e studiosi. Hanno volumi sotto il braccio, la giacchetta sulle spalle, la camicia aperta anche quando fa freddo. Sono come me. Anche se io non oserei tanta trasandatezza nel vestire. Siamo tutti molto più giovani dei giovani che si incontrano per le vie di Lipsia. A Lipsia ma anche a Dresda, a Halle, a Stoccarda si diventa adulti subito. A Jena invece sono giovani anche i docenti. O almeno così mi pare. Qualcosa sta cambiando. Lo si respira nell’aria. Ho scritto a degli amici. Giurisprudenza. Filosofia. La strada è aperta. Devo affrettare le mie scelte, che non sono solamente accademiche. Anzi, accademiche non lo sono affatto. E Voi fate parte di quell’orizzonte.
Voi, che siete la mia stella nella notte.
da Le attitudini, Neri Pozza, 2026
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