Nell’ultimo incontro del nostro evento dal vivo a Milano, “Le sfide di Domani”, con l’attrice e regista Valeria Golino abbiamo esplorato il tema del rapporto tra letteratura e cinema e la sua evoluzione negli anni. Dal primo film di Golino del 2013, Miele, a oggi, con la serie tv L’arte della gioia (definita «un lungo film») e la sua interpretazione di Goliarda Sapienza nel film Fuori di Mario Martone, in questi lunghi 40 anni di carriera la regista ha ammesso di aver dovuto spesso “tradire” i libri per realizzare poi un’opera cinematografica che fosse davvero sua.

«Come lavoro all’adattamento? Dipende da tante cose. In Miele, ad esempio, prima ancora delle tante domande etiche presenti nel libro e che ovviamente mi attraevano ho notato che c’erano soprattutto dei personaggi cinematografici. Non facili, ma allo stesso tempo molto interessanti, da trasporre sullo schermo. Non succede sempre: esistono libri bellissimi ma non cinematografici. Il cinema è immagine, non letteratura, quindi devi sfrondare molto, al punto che talvolta di bei libri non ti rimane niente di visibile. Nel caso di Miele e de L’arte della gioia, invece, c’erano personaggi molto vividi. Nonostante ciò, ho tradito mille volte Mauro Covacich, ho tradito mille volte Goliarda Sapienza, ma l’ho tradita nei fatti e non nello spirito. Devi farlo, lo sai, devi spremere quel libro come un limone per tutto quello che ti interessa, che non è detto che sia tutto, appunto, perché è filtrato dalla tua personalità, dalle tue idiosincrasie, dal tempo che passa tra la scrittura dell’opera e la trasposizione. Anche se il rischio è di deludere i puristi del libro», ha raccontato Golino, moderata dal direttore di Domani, Emiliano Fittipaldi, e da Beppe Cottafavi. 

Introdurre personaggi che nei libri non esistono

«Nei film e nella serialità ci sono regole non dette: ad esempio, nel libro L’arte della gioia il personaggio di Modesta è come se non avesse rivali, va avanti nella sua scalata sociale in mille modi, non tutti edificanti: uccide la famiglia, l’aristocrazia e la chiesa. È sovversiva, più che rivoluzionaria, un personaggio troppo moderno persino per l’oggi. Nel libro non viene mai veramente sospettata, vista come una possibile assassina. Nel film, invece, per motivi anche di puro intrattenimento, perché senza pericolo non c’è drammaturgia, per evitare la noia, ci siamo inventati dei rivali che la mettono in pericolo e in dubbio, ma che nel libro non esistono».

Un’attività non sempre facile: «Allora come te li inventi? Come piacciono a te o come pensi sarebbero piaciuti a Goliarda Sapienza? La cosa veramente interessante è inventare qualcosa che presumi potesse piacere all’autore o all’autrice dell’opera. Tanto che molte persone che hanno letto il libro neanche si accorgono che alcuni personaggi importanti nel film, non sono nel libro. Perché sembrano organici alla storia: quando ci riesci, è molto interessante».  

Femminile, maschile, perturbante 

I protagonisti di Miele e de L’arte della gioia sono due personaggi femminili e disturbanti, che vanno contro la morale comune del tempo in cui sono inseriti, per i quali non scatta una simpatia automatica. Per questo motivo, il direttore Fittipaldi ha chiesto alla regista se scelga apposta personaggi femminili di questo tipo.

«Personalmente non sento come un dovere quello di raccontare personaggi femminili: nel mio secondo film, Euforia, ci sono protagonisti maschi e il personaggio interpretato da Riccardo Scamarcio è debosciato, promiscuo. Il mio obiettivo è raccontare personaggi che siano perturbanti, a prescindere dal sesso».

Cottafavi ha ricordato a questo punto che a collaborare alla scrittura del soggetto di Euforia c’era anche lo scrittore e collaboratore di Domani Walter Siti. Golino ha ricordato la difficoltà, nonostante avesse una voglia enorme di conoscerlo e lavorare con lui, che ha trovato nel convincere Siti a collaborare al film. «Il rapporto giusto tra cinema e letteratura – ha aggiunto – si ha quando uno scrittore concede i diritti del suo libro per una trasposizione cinematografica, ma poi non vuole leggere la sceneggiatura, o comunque non è uno che mette pressioni perché la trasposizione sia fedele al romanzo. Con Covacich, ad esempio, è andata proprio così». 

Il rapporto con gli attori

Abbiamo poi chiesto a Golino come si avvicinano gli attori alla trasposizione cinematografica di un romanzo, e soprattutto come (e se) ogni volta spiega agli attori il senso letterario del loro personaggio. «Lo faccio perché una parte bella del nostro lavoro è quella di teorizzare, quando cominci a lavorare non hai poi modo di farlo, quindi nella fase precedente va fatto. Poi ogni attore e ogni attrice ha il suo modo di farlo. Io cerco di trattare ogni mio attore come io avrei voluto essere trattata da ogni regista. Quando l’attore viene “voluto bene”, anche se sul set poi non mancano scazzi, si sente più libero. Gli attori vanno guardati».

Il prossimo film? «Certo che ci sto pensando. In questo momento sto lavorando su un soggetto originale, che è molto più difficile rispetto a trarre qualcosa da un romanzo. È per questo che noi registi siamo molto grati alla letteratura. Se ho già identificato un libro da cui trarre un lavoro futuro? No, non ancora».

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