L’attore argentino interpreta un alter ego del regista nel suo film autobiografico presentato a Cannes: «Quando mi ha offerto il ruolo, mi ha detto: “Non voglio un ritratto lusinghiero”. La cosa davvero interessante di lui è che, dopo 24 film, è ancora un artista che esplora, cerca, indaga, si impegna e corre dei rischi»
Cannes – Leonardo Sbaraglia, 55 anni, è un vero gentiluomo argentino: affascinante, alla mano e simpatico, non esita a commuoversi, cambiarsi la maglietta mentre parla e sorseggiare mate durante la nostra intervista. L’attore, vincitore di un premio Goya nel 2002 per Intacto, torna a recitare per Pedro Almodóvar, con cui aveva già lavorato in Dolor y gloria (2019), in un altro film autobiografico del maestro spagnolo: Amarga Navidad, in cui interpreta Raúl Rosetti, un regista in piena crisi creativa, alle prese con un dolore interiore e mentale, che confessa: «Vivere senza poter fare cinema è una vera agonia». Un ruolo d’oro quello dell’alter ego di Almodóvar che svela, mischiando arte e vita, le più profonde ossessioni e la paura legata alla mancanza di ispirazione del regista.
Qual è stata la sua reazione quando Pedro Almodóvar le ha chiesto di interpretare il suo alter ego cinematografico?
Paura... Ero a Parigi e avevo appena finito la prima lettura del copione di Karma di Guillaume Canet con Marion Cotillard, presentato l’altra sera a Cannes. Poi, all’improvviso, ho ricevuto la telefonata di Pedro che mi confermava che la parte era mia. In quel momento ho realizzato che la vita mi stava mettendo alla prova: un argentino catapultato a Parigi per un film francese che si ritrova con la responsabilità di incarnare un mito come Almodóvar nel suo prossimo film. Un alter ego difficile... Quando mi ha offerto il ruolo, mi ha detto: «Non voglio un ritratto lusinghiero».
Avevo già fatto parte dell’universo di Pedro in Dolor y gloria, un altro film autobiografico, ma in quel caso interpretavo il suo amante, un personaggio molto più tenero e schietto, in cui mi potevo facilmente immedesimare. La cosa davvero interessante di Pedro è che, dopo 24 film, è ancora un artista che esplora, cerca, indaga, si impegna e corre dei rischi. Non ha paura di mostrare la sua vulnerabilità, di guardarsi allo specchio e di interrogarsi su sé stesso, sul suo cinema e, soprattutto, su quella specie di confine labile tra finzione e realtà. Mi ha parlato molto di Emmanuel Carrère e del suo lavoro sul tema “autofiction”.
È stato un set difficile? Doloroso?
È stato difficile, soprattutto nei primi giorni di riprese e durante le prove, perché Almodóvar è un regista che non usa mezzi termini: ti dice le cose in faccia senza filtri. Se non è soddisfatto della tua interpretazione di una scena e tu gli chiedi: «Cosa dovrei fare?», lui ti risponde: «Falla bene».
È molto preciso nel suo lavoro. Ti dice cose come: «Abbassa la spalla, tieni la testa dritta». Lavora a ritmo serrato e pretende il massimo; ha un modo tutto suo di modellarti, come se fossi una scultura. Ti rendi conto che sta lavorando su ciò che vuole vedere, su quel personaggio, e che devi mettere da parte il tuo ego perché in fondo fai parte di un grande mosaico. Anche se ti senti sopraffatto dall’angoscia e a volte ti dici: «Non ce la farò», non puoi lasciarti scoraggiare da questo scultore che a volte ti modella in modo delicato e altre in maniera più brutale.
È un po’ come un Dalí o un Picasso che sta tessendo, dipingendo, dando vita a colori e creando mondi. Quando si lavora con Pedro, si gestiscono molte cose che forse lui non immagina nemmeno di suscitare. Si ha voglia di dargli tutto, perché è un regista che si ammira fin da giovani; siamo cresciuti con Pedro. La prima cosa da superare è la sfida con sé stessi. Credo che lui non ne sia consapevole, perché è impossibile che sia consapevole di tutto ciò che genera.
Che effetto le fa far parte dell’universo di Almodóvar?
Pedro ti accoglie nella sua famiglia, che è composta dai suoi attori: entri a far parte di un mondo in cui c’è una vera intimità.
Dopo questa esperienza mi sento molto vicina a lui. Ho scoperto un uomo dalle mille sfaccettature, dotato di grande intelligenza e sensibilità. Inoltre, ha il dono incredibile di saper catturare l’anima delle persone e di saperla trascrivere e rappresentare. Per me è come un Bergman o un Fellini: il suo cinema ha ispirato, rivoluzionato e dato coraggio alle fasce più vulnerabili della società. Con i suoi film ha dato al mondo una voce e il coraggio di esprimersi.
Se potesse mettere in scena un momento della sua vita, cosa racconterebbe?
Un viaggio che ho fatto in Italia con mio nonno nel 1996... solo a pensarci mi commuovo. Firenze, Montelupo, Santa Croce sull’Arno... fu una scoperta delle mie radici italiane, dato che mio nonno era fiorentino e mia nonna romana. Sarebbe un bel road movie da portare sul grande schermo. Mi piacerebbe lavorare in Italia, magari con un regista come Luca Guadagnino. Adoro Chiamami col tuo nome. Pedro me ne parlò e mi regalò una copia autografata del film durante una scena che stavo girando con Antonio Banderas in Dolor y gloria. Poi ho incontrato Guadagnino a Venezia e mi ha fatto dei bellissimi complimenti proprio su quella scena! Un segno?
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