La leggendaria attrice francese è protagonista di La donna più ricca del mondo: «Credo che la cosa migliore che un’interprete possa desiderare sia poter incarnare costantemente diverse versioni di sé, come credo che ogni essere umano abbia dentro di sé»
Definita dal New York Times «la migliore attrice del XXI secolo», il mistero di Isabelle Huppert s’infittisce film dopo film. L’inafferrabile interprete francese sembra trarre la sua energia dal cinema, dalla molteplicità delle sue maschere e dalla sua immagine: una sorta di Monna Lisa cinematografica che si butta a capofitto in esperienze artistiche senza confini geografici o autoriali, rivelando con parsimonia frammenti di sé. Con oltre 160 film all’attivo, l’attrice pluripremiata ha lavorato con registi del calibro di Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, Michael Haneke, Wes Anderson, i fratelli Taviani, Michael Cimino, Marco Bellocchio, Paul Verhoeven e Claire Denis, per citarne solo alcuni.
Ha interpretato donne di ogni tipo: maniacali, buffe, masochiste, gelide, romantiche o feroci, ma il tratto comune a tutte loro è l’ambiguità che l’attrice coltiva come una diva di altri tempi. In La donna più ricca del mondo, Huppert veste i panni (di Marianne Farrère, una donna rigida, una moglie disillusa e una madre indifferente, a capo di un potente impero dei cosmetici.
Ma quando irrompe nella sua vita mummificata Pierre-Alain Fantin, scrittore, fotografo e eccentrico dandy omosessuale, lei cede al fascino di questo uomo che pensa solo ai soldi ma le offre una nuova giovinezza. Nonostante i cognomi siano stati modificati, è facile riconoscere il famoso caso Bettencourt, in cui lo scrittore e fotografo François-Marie Banier fu ritenuto colpevole di abuso di debolezza per aver sottratto ingenti somme a Liliane Bettencourt, erede del fondatore di L’Oréal.
Il regista Thierry Klifa si appropria con brio di questo fatto di cronaca, trattandolo in chiave tragico-buffa e mettendo a nudo i codici compassati dell’alta borghesia di fronte all’uragano travolgente di Fantin/Banier. Una commedia perfida che riesce persino a farci provare empatia nei confronti di un’incarnazione del capitalismo, ma poteva essere altrimenti con Isabelle Huppert?. Al cinema dal 16 aprile con Europictures.
All’epoca aveva seguito la vicenda della Bettancourt?
Come tutti. Era impossibile sfuggirle. Ma questo è un film, non un documentario. Le uniche immagini che abbiamo di lei risalgono al periodo finale della sua vita, quando è stata travolta dallo scandalo mediatico. Prima di quel momento, non si sapeva nulla del suo incontro con il fotografo François-Marie Banier. All’epoca, le famiglie così ricche vivevano lontano dai riflettori e si mantenevano discrete, il che mi ha permesso di immaginarla completamente, l’ho inventata di sana pianta. È stata la sceneggiatura di Thierry a convincermi ad accettare il ruolo, il suo modo di affrontare questa storia. I dialoghi, divertenti e cinici, ci offrivano la necessaria distanza dalla realtà. Il film, a metà tra farsa e dramma, è come una fiaba crudele, ma non nega la gravità di ciò che sta accadendo e, come dice Renoir in La regola del gioco: «Ognuno ha le sue ragioni».
È una storia complessa, carica di paradossi. Senza provare subito simpatia per questi personaggi, finiamo per affezionarci a loro. Se si esce dal contesto economico straordinario, il film raggiunge allora una forma di universalità: le infermità affettive, il sogno di accedere a un’altra vita, il peso dell’eredità familiare, i segreti di famiglia che riaffiorano e sconvolgono…
Si in effetti la famiglia Bettancourt aveva parecchi scheletri negli armadi, tra cui l’ombra dell’essere stati dei collaborazionisti durante la guerra. Crede che questa donna fosse infelice? È stata una vittima “consenziente” del fotografo François-Marie Banier?
Direi che aveva tutto per essere felice, anche se si dice che i soldi non fanno la felicità, non sono tutto. Incontrando questo fotografo fuori dal comune, ritrova leggerezza, gioia e l’imprevisto nella sua vita così rigida e priva di sorprese. Lui è intelligente, spiritoso, molto divertente. La risveglia, la strappa dalla sua routine quotidiana, non si cura delle convenzioni, dice tutto ciò che gli passa per la testa, comprese le cose più orribili.
È proprio questo che la diverte e dimostra anche che lei ha un grande senso dell’umorismo. È una parte della sua personalità che non si era mai rivelata prima di lui. È una donna che, per tanti anni, è stata descritta, o ridotta, solo alla figlia di suo padre o alla moglie di suo marito. E ad un certo punto tutto questo non lo vuole più. Abbatte tutti i codici che governano questo mondo. Vuole uscire dal sarcofago e mostrare quello che è, non la vedo come una vittima ma come una donna che trova un anima gemella con cui assapora per la prima volta il gusto della vita.
Crede che la sua infatuazione per il fotografo fosse un atto di ribellione contro il sistema economico a cui apparteneva?
Non è tanto lei a ribellarsi al sistema, ma piuttosto il sistema che si ribellerà contro di lei. È evidente che c’è un antagonismo tra il suo desiderio di libertà e ciò che il sistema economico, e soprattutto la sua famiglia, si aspettano da lei.
C’è una sorta di collusione tra la sua famiglia e il denaro che la mette in discussione, ma credo che sia semplicemente una donna che ha la libertà di concedersi il piacere di assaporare la vita. La storia mostra anche fino a che punto si spinge nell’arte della gioia e l’incontro con questo fotografo le fa scoprire un nuovo aspetto di sé: quello della mecenate. Invece di vendere prodotti di bellezza, entra nel mondo dell’arte in un’epoca in cui gli ultraricchi non finanziavano il mondo dell’arte come fanno oggi.
È interessante che lei sia stata rivelata con La merlettaia (1977), in cui interpretava una giovane ragazza che sognava un amore borghese, e che oggi interpreti la donna più ricca del mondo. Tra l’altro, ha vinto un David di Donatello e un BAFTA come miglior attrice esordiente per quel film.
È vero! Me lo ero dimenticata.
Tra le innumerevoli donne che ha interpretato c’è un punto in comune?
Il punto in comune sono io. Non è uno scherzo. Penso di essere stata molto fortunata, anzi, sono stata brava a trovare personaggi straordinariamente diversi tra loro e a trasformarli fino a un certo punto. Questo mi ha anche dato la possibilità di non arrendermi mai. Credo che questa sia davvero la cosa migliore che un’interprete possa desiderare nella sua vita di attrice: poter incarnare costantemente diverse versioni di sé, come credo che ogni essere umano abbia dentro di sé.
Siamo un’infinità di sensazioni, sentimenti, contraddizioni e complessità. Questo è ciò che cerco di tradurre ogni volta in ruoli così diversi tra loro, come ha giustamente sottolineato. Ci sono infatti pochissimi punti in comune tra la merlettaia e la donna più ricca del mondo: sono io, ma non sono io. È paradossale, ma un film è come un rifugio in cui puoi essere te stesso al 100 per cento.
Tutte queste maschere diverse sono lo specchio di una sua ricerca di identità?
Non vado molto lontano con il mio pensiero: recitare per me è prima di tutto un piacere. Contrariamente a quanto posso sembrare, non intellettualizzo il mio lavoro e i miei personaggi. Mi piace viverli di film in film: è bello essere, allo stesso tempo, molto, molto diversa, senza rinunciare fondamentalmente a ciò che sono. Il cinema è davvero l’arte del momento presente: non c’è nulla che si possa prevedere. Forse ci sono attori che non hanno abbastanza fiducia o non sono abbastanza consapevoli che ciò che conta è il qui e ora.
La recitazione è l’arte del momento presente, quindi bisogna avere una fiducia totale nel cinema, perché è la messa in scena che ti permette di farlo. Poi, ovviamente, ci sono la preparazione e i costumi: il costume è davvero molto importante per entrare nel personaggio e, in questo caso, mi ha aiutato molto. La magia sta proprio nel saper cogliere l’attimo e da lì che traiamo un piacere straordinario. Ma se si ha paura di vivere il momento, forse è meglio cambiare mestiere.
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