Il 6 ottobre un'imponente ondata di mobilitazioni ha attraversato la Francia, portando in piazza 450.000 persone. Studenti, insegnanti, genitori e sindacati hanno sfilato uniti per denunciare il profondo malessere del sistema scolastico, in un clima segnato dalla forte preoccupazione per la dura repressione poliziesca degli ultimi giorni. La protesta pacifica si è trasformata in una vera e propria lezione pratica di educazione civica. A margine di questa storica giornata, il dibattito si sposta sui presupposti teorici espressi nel libro-manifesto Parions sur l'École et l'éducation: Manifeste du Café Pédagogique, pubblicato dalla casa editrice Éditions de l'Aube e curato da Djéhanne Gani (autrice e direttrice del Café pédagogique) e dal celebre pedagogista Philippe Meirieu.

I due curatori hanno riunito protagonisti ed esperti del sistema scolastico, che prendono posizione senza giri di parole su questioni chiave: inclusione, formazione degli insegnanti, orientamento, intelligenza artificiale, diritti dell'infanzia, con l'intento di proporre un'alternativa strutturale alle politiche ministeriali e di stimolare un cantiere di ricostruzione partecipata per la scuola pubblica. Questo progetto vuole ridare pieno spazio all'orizzontalità e superare la "politica dell'annuncio" e della comunicazione estemporanea per approdare a una politica educativa stabile.

Oggi la scuola pubblica francese appare profondamente ferita e inquieta. Questo stato di sofferenza è il risultato di anni di gestione autoritaria e verticale, ideologie reazionarie, restrizioni di budget, instabilità cronica e un separatismo sociale esasperato. Durante i due quinquennati del presidente Macron, l'intero sistema ha subito riforme continue e brutali, spesso condotte ignorando le evidenze della ricerca scientifica. Questa instabilità ha generato una grave crisi istituzionale, le cui conseguenze sono evidenti: svalutazione professionale, fuga dei professionisti dal settore e il collasso dei servizi di supporto.

L'analisi di Djéhanne Gani

Di fronte a questo panorama, in cui lo Stato risponde alle difficoltà sociali unicamente con la via repressiva, il volume si propone come un manifesto politico per invertire la rotta. Djéhanne Gani sottolinea con forza come la coscienza politica dei ragazzi si risvegli proprio scontrandosi con queste disuguaglianze e con la ghettizzazione delle periferie. Sostituire l'educazione con la violenza di Stato spinge inevitabilmente i giovani verso una diffidenza duratura nei confronti delle istituzioni.

Ricordando la celebre massima di Rimbaud sulla serietà dei diciassette anni, l’autrice ribadisce che queste proteste sono rivendicazioni del tutto legittime, condivise dalla maggioranza del personale scolastico. La repressione rischia solo di alimentare ciò che vorrebbe prevenire, trasformando l'indignazione per le brutalità della polizia in una presa di coscienza collettiva. Gani, inoltre, contesta duramente la retorica politico-mediatica focalizzata sul “pericolo giovani", una narrazione tossica che mira solo a compiacere l'elettorato più conservatore.

Per l'autrice è necessario rifiutare radicalmente l'idea di una gioventù umiliata e costretta a «se tenir sage» (stare buona e brava) in ginocchio. Questo è un tragico e diretto richiamo ai fatti di Clichy e Mantes-la-Jolie del 2018, quando le forze dell'ordine costrinsero oltre 150 studenti nel fango per ore con le mani dietro la testa, un episodio che divenne il simbolo nazionale dell'umiliazione istituzionale dei minori.

Nei saggi del volume si rivendica invece il diritto a una gioventù emancipata, matura e libera. Gani lancia un appello chiaro all'opinione pubblica: la spaccatura dei ragazzi riflette il degrado del servizio pubblico e per questo «leur colère devrait être la nôtre» (la loro rabbia dovrebbe essere la nostra) perché criminalizzare la gioventù non significa né ascoltarla, né educarla. L'autrice si domanda polemicamente come i giovani possano comprendere il senso dello Stato e della legge dopo aver subito abusi fisici e fermi di polizia senza aver violato alcuna norma e senza mai ricevere scuse.

La competizione come logica divisiva

L'attuale sistema scolastico è ancora fortemente segnato da logiche segregative che contribuiscono a produrre "vincenti" e "perdenti" socialmente situati, intensificando la competizione a causa del recul dello Stato sociale. Un esempio lampante di questo modello è stato il progetto ministeriale dello Choc des savoirs di Gabriel Attal. Questa riforma, che prevedeva la divisione degli alunni delle medie in "gruppi di livello" in base al rendimento, è stata aspramente contestata perché accusata di ghettizzare e discriminare i ragazzi provenienti dai contesti familiari più fragili.

È stato, però, proprio il fronte unito di lavoratori, famiglie e associazioni a far arretrare un provvedimento che tradiva le missioni emancipatrici della scuola, dimostrando come la capacità di fare corpo comune sia vincente. Difendere la scuola significa promuovere la democrazia, rifiutare le assegnazioni sociali e garantire a ogni giovane la possibilità di scegliere e costruire il proprio futuro.

Occorre innanzitutto riparare il danno partendo dalle fondamenta: migliorare i salari, ridurre l'affollamento delle classi, contrastare il veleno della segregazione sociale e restituire dignità ed ascolto alla categoria dei docenti. L'obiettivo ultimo è sottrarre la scuola al monopolio dei burocrati per restituirla alla collettività, trasformandola in uno spazio aperto, solidale e orientato al lungo periodo. Un processo di rinascita democratica che è ancora possibile, ma a patto che venga realizzato insieme a coloro che la scuola la difendono e la animano ogni giorno dall'interno.

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