«Se il governo non ci ascolterà continueremo a protestare. È solo l’inizio», assicura Soumaya mentre il corteo prosegue per Parigi, tra i cassonetti in fiamme, nonostante l’aria irrespirabile per i lacrimogeni. «Non ci sono abbastanza risorse per i nostri licei, ma si preferisce investire nell’esercito», ci raccontano i manifestanti
PARIGI – «Gazez-vous!», «Gasatevi da soli». È il coro che risuona più spesso mentre gli studenti parigini marciano lungo boulevard Voltaire, da place de la République verso place de la Nation. Gabrielle, 16 anni, frequenta il liceo Suger di Saint-Denis, nella banlieue nord di Parigi. «Siamo arrabbiati perché non ci sono abbastanza risorse per i nostri licei. Si preferisce investire nell’esercito invece che nell’istruzione. E i notiziari mostrano i cassonetti in fiamme, non le nostre richieste. Vedrai, succederà anche oggi».
Il movimento è partito due settimane fa dai quartieri popolari e si è esteso in tutta la Francia. Mohamed Amine, 14 anni, studente del liceo Julie-Victoire Daubié di Argenteuil, racconta: «Nella mia classe siamo in 35, ammassati come i topi che troviamo nei corridoi. È la stessa situazione per tanti studenti dei quartieri popolari. Come si fa a studiare così, con 40 gradi a maggio e settembre?». Julie, di La Plaine Saint-Denis, pone la questione in termini di disuguaglianza: «Perché, se vengo da una zona popolare, dovrei avere meno opportunità di chi vive a Parigi? Allo stato delle Banlieue non importa».
«Segregazione»
Intanto il corteo rallenta. A pochi km da Nation iniziano lanci di pietre e lacrimogeni tra manifestanti e polizia. Alcuni ragazzi si rifugiano negli androni dei palazzi, altri versano acqua sugli occhi di chi è stato raggiunto dai gas. «Ti sembra normale che ci trattino così solo perché chiediamo un futuro più equo?», continua Julie. «Lottiamo per un futuro che ci impediscono di immaginare. Non abbiamo le stesse possibilità, le stesse università, gli stessi sogni. E poi ci dicono che non dobbiamo chiamarla segregazione».
A far discutere sono anche i metodi utilizzati dalle forze dell’ordine, in particolare dai Crs. Karima, del liceo Suger di Saint-Denis, racconta: «Il mio liceo si è mobilitato da una settimana, ma il ministero lo ha chiuso perché voleva che smettessimo di bloccarlo. Era un modo per farci tacere. Il primo giorno che lo abbiamo bloccato, lunedì, i Crs ci hanno riempiti di lacrimogeni. Ne hanno lanciati così tanti che hanno dovuto evacuare anche la scuola materna accanto».
Al 5 ottobre il ministero dell’Interno francese registrava 6.059 interpellations. Più di 5mila persone erano finite in garde à vue e, tra queste, circa l’87 per cento erano minorenni. Un dato che si spiega anche con l’età dei protagonisti: il lycée francese dura tre anni, dai 15 ai 18 anni circa, e gran parte degli studenti non ha ancora raggiunto la maggiore età. Sul fronte della polizia risultano almeno 11 indagini affidate all’Igpn - l’organo di controllo interno della polizia francese - per accertare episodi in cui manifestanti sono rimasti gravemente feriti. A Lens, lunedì, un ragazzo di 15 anni ha perso la mano sinistra nell’esplosione di una granata durante l’intervento dei Crs.
Le voci dei prof
«È per questo che scendiamo in piazza al loro fianco: per evitare che vengano picchiati dalla polizia», dice Eluard, professore di storia e geografia al liceo Le Corbusier di Aubervilliers. È uno dei docenti che, insieme a personale scolastico e genitori, partecipa ai blocchi formando catene umane tra studenti e forze dell’ordine. Dopo un nuovo lancio di lacrimogeni, sono sindaci di periferia e lavoratori a provare a fare lo stesso, mettendosi tra i ragazzi e gli agenti.
«Non trovo normale che, solo perché proviamo a manifestare, veniamo aggrediti e oppressi», dice Giulia, figlia di madre italiana e padre francese, che vive in Francia. «Vogliamo solo un futuro migliore, non dovremmo essere condannati per questo».
Poco più avanti c’è Soumaya, con il suo velo verde sul capo. È una delle voci della protesta: dal primo giorno rivendica le ragioni della mobilitazione e rilancia gli appuntamenti delle assemblee studentesche. «Il governo risponde alle nostre richieste con la violenza. Ed è triste, perché noi siamo pacifici e, quando siamo davanti al nostro liceo, non siamo mai noi a iniziare gli scontri. Sono i poliziotti. Ci sono molte persone che rimangono ferite. Speriamo che il governo finalmente ci ascolti. E se non lo farà continueremo a protestare, continueremo a marciare. Perché è solo l’inizio. Dobbiamo lottare per i nostri diritti, nessun altro lo farà per noi».
Verso Nation l’aria continua a bruciare. C’è chi cammina con gli occhi chiusi, piegato dal gas, chi tossisce e continua a bere acqua o a versarsela sul viso per riuscire a respirare. Poco più avanti i pompieri spengono le fiamme dei cassonetti, mentre le sirene riecheggiano lungo boulevard Voltaire e la polizia torna a riposizionarsi dietro gli scudi. Poi ripartono i cori. «Gazez-vous! Gazez-vous!». Subito dopo, battendo le mani a tempo, gli studenti scandiscono in italiano, con una marcata pronuncia francese: «Siamo tutti antifascisti!».
Le voci si confondono con le sirene, il fumo resta sospeso sulla strada e il corteo torna a muoversi verso Nation. Gli occhi bruciano, qualcuno continua a tossire, nessuno sembra intenzionato ad andarsene. Come ripete Soumaya, «è solo l’inizio».
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