È stato una delle figure che più hanno contribuito a costruire l’ecosistema della lettura italiana del secondo Novecento, ha formato generazioni di giovani aspiranti editor, di libraie e librai, insegnando al Master in Editoria dell’Università di Bologna. Ci lascia con la discrezione di chi conosce il peso delle ultime pagine e sa che il momento decisivo di un libro non è l’inizio, ma la chiusura
Romano Montroni è morto stamattina a Bologna, a ottantasette anni, e ci ha lasciati come si conviene a un grande libraio: senza fare troppo rumore. Con la discrezione di chi conosce il peso delle ultime pagine e sa che il momento decisivo di un libro non è l’inizio, quando tutto è ancora possibile, ma la chiusura, quando bisogna fare i conti con quello che si è stati.
A pochissima distanza da un’altra perdita importante per il mondo del libro, quella di Ulrico Hoepli, se ne va una delle figure che più hanno contribuito a costruire l’ecosistema della lettura italiana del secondo Novecento.
La vita
Nato a Bologna nel 1939, Montroni ha formato generazioni di giovani aspiranti editor, di libraie e librai, insegnando al Master in Editoria dell’Università di Bologna fondato da Umberto Eco e alla Scuola per Librai Umberto ed Elisabetta Mauri di Venezia. Prima ancora, però, era stato ciò che amava definire semplicemente: un libraio.
Una vita passata tra gli scaffali, con una parentesi istituzionale da presidente del Centro per il Libro e la Lettura. Appassionato di musica classica e di bicicletta, aveva iniziato giovanissimo e lavorato per oltre quarant’anni nelle librerie Feltrinelli, dirigendole fino al 2000, prima di contribuire alla nascita della rete Librerie Coop.
Per capire la sua idea di libreria basta leggere una pagina del suo ultimo libro. «I musicisti di un’orchestra compongono una squadra, non diversamente dai librai di una libreria». Era il suo modo di intendere il mestiere: meno assolo e più concerto. Un’idea quasi rivoluzionaria in un ambiente che talvolta scambia il protagonismo per competenza.
Era diventato libraio quasi per caso. O almeno così raccontava. Ma “per caso” è una formula che si usa spesso per le persone che hanno trovato presto la propria vocazione. Aveva sedici anni quando iniziò come garzone, tra scuole serali e libri movimentati a mano. Nel 1962 arrivò da Feltrinelli e vi rimase fino al 2000 con la naturalezza di chi non occupa un posto di lavoro, ma abita una casa.
I ricordi
L’ho conosciuto nella Bologna degli anni Settanta, turbolenta e desiderante, quando presidiava la Feltrinelli di via dei Giudei, un salotto culturale all’ombra delle Due Torri. Da quelle parti poteva capitare di incontrare Eco, Ezio Raimondi, Gianni Celati o Tomás Maldonado.
Le cene con gli autori a casa sua, le librerie stipate solo di libri Feltrinelli. Alla morte di Giangiacomo, Inge gli aveva regalato la sua mitica Citroën.
Alto, imponente, autorevole, Montroni esercitava un controllo vigile sugli studenti deleuziani e sugli indiani metropolitani che avrebbero potuto nascondere sotto l’impermeabile, senza passare dalla cassa, i libri di Deleuze, Foucault, Derrida, Baudrillard o dello stesso Eco. Difendeva il pensiero critico, ma pretendeva che venisse regolarmente acquistato.
Nel frattempo inaugurava librerie. Tante. Dalla prima aperta a ventiquattro anni insieme a Giangiacomo Feltrinelli fino alle Librerie. Coop nei centri commerciali, dove un volume di Paul Celan poteva trovarsi a pochi metri dai detersivi. Non era una contraddizione che lo scandalizzasse. Montroni aveva capito qualcosa che molti intellettuali continuano a considerare una bestemmia: un libro non letto non salva nessuno. E che portare la letteratura nel posto sbagliato è spesso meglio che custodirla nel posto giusto dove non entra nessuno.
Ha formato centinaia di librai. A tutti insegnava la stessa lezione: il mestiere non consiste nel vendere libri, ma nel capire le persone. La domanda giusta, fatta al lettore giusto, vale più di qualsiasi algoritmo. In questo senso era davvero, come recitava il titolo di un suo libro del 2020, un uomo che sussurrava ai lettori. Un titolo che in altre mani sarebbe diventato sentimentalismo; nelle sue restava una definizione professionale. Aveva insegnato libreria nel master di editoria di Umberto Eco. I due si capivano, si intuisce, nella stessa lingua: quella di chi ama i libri più di sé stesso.
Oggi l’editoria italiana lo saluta con i comunicati ufficiali, e fa bene. Ma forse la cosa più vera da dire è un’altra. In un mondo che parla continuamente di lettori, Romano Montroni ha trascorso la vita dalla loro parte. Non dalla parte di chi i libri li scrive, li pubblica, li recensisce o li premia. Dalla parte di chi i libri li vende e, soprattutto, dalla parte di chi entra in libreria con un’idea vaga e un pomeriggio libero, e spera che qualcuno sappia indicargli la strada.
È una competenza rarissima.
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