Fotoreporter di guerra nei primi anni Sessanta per conto delle agenzie di Fao e Unicef, Umberto Pizzi conosceva a menadito il Medio Oriente che aveva attraversato dalla Siria al Libano fotografando le vittime di guerre che ancora oggi non vedono una conclusione possibile. Si trattava di reportage massacranti fisicamente, ma ancora di più emotivamente. Pizzi raccontava del volto rassegnato di bambini di pochi anni ridotti in fin di vita.

Abbandonò così il campo adducendo alla bassa redditività di quei lavori, ma in realtà non poteva più sopportare la vista di quel dolore e di quella morte che ormai allucinava ogni sua giornata, era allora un ragazzo di poco più di vent’anni. Pizzi divenne così in breve uno dei paparazzi più noti della Dolce Vita, ma non perdette mai la curiosità per il prossimo e l’attenzione per chi era più debole e fragile: «Non mi interessavano davvero le celebrità. Mi interessava solo scattare foto e raccontare le storie delle persone, indipendentemente dal loro status sociale».

La Dolce Vita

Il primo grande scoop a Capri nel 1972: Richard Burton e Liz Taylor a bordo piscina con bicchieri di gin al seguito, obviously. Un lavoro frutto di un appostamento durato ore e giorni di preparazione. Paparazzo, dunque, ma non certo uno in senso dispregiativo come poi il tempo ha teso a definire chi rubava immagini private di persone pubbliche. Come ha puntualmente raccontato Francesco Piccolo in Paparazzi (Einaudi 2025), si trattava prima di tutto di raccontare l’Italia e gli italiani con una luce diversa, non meno veritiera di quella che imponeva il neorealismo e la fotografia sociale. Si trattava di divi e dive, elementi fondanti di un rito che componeva l’immaginario di un paese che pur tra mille contraddizioni veleggiava sereno ben dentro una felicità inedita e tutta da assaporare.

Erano gli anni della Hollywood sul Tevere, di Via Veneto e del Café de Paris. Il lavoro del paparazzo non era privo di rischi e gli anni sui campi di guerra avevano allenato Umberto Pizzi alla rapidità di esecuzione, alla giusta misura che certi altri colleghi pareva non fossero mai in grado di avere inseguendo sempre lo scandalo e l’immagine rubata.

Tuttavia la sua cortesia non era sempre sufficiente soprattutto quando si trattava di star che avevano trascorso una lunga serata ad alto tasso alcolico. Si scontrò con Mick Jagger e con Roman Polanski e spesso e volentieri (si fa per dire) con Gerard Depardieu uno che non ci va mai leggero con nessuno soprattutto con i fotografi, ultima sua vittima proprio Rino Barillari due anni fa all’Harry’s Bar di Via Veneto, quasi un triste y final della Dolce Vita. Il primo incontro con Depardieu, Pizzi lo ebbe invece all’uscita del Jackie O’ nel 1976 e non finì benissimo, si disse che Depardieu fosse particolarmente alticcio, ma del resto difficile immaginare qualcuno sobrio all’uscita del locale romano, e in particolare l’energico e voluminoso attore francese. Seguì poi una baruffa anche nel 1986, ma senza conseguenze.

Sfrontato e struggente

Umberto Pizzi non era però interessato a perpetuare stanchi riti di un mondo che aveva contribuito sì a costruire nell’immaginario, ma che ormai era solo una stanca parodia di un tempo concluso per sempre, tanto più che il termine di paparazzo non lo aveva mai sopportato. Le grandi star erano invecchiate, le dive piene di acciacchi e il paese viveva il tempo di una politica spettacolo, molto televisiva, ma anche molto rappresentativa di quella provincia espansa in cui si era trasformata l’Italia e in particolare Roma che per mezzo della politica attirava a sé parvenu da ogni angolo dello stivale.

Era l’era di Silvio Berlusconi e delle sue enormi orecchie che odiava fossero fotografate come ricordava sorridendo proprio Pizzi. Erano gli anni della corte berlusconiana che da Cologno Monzese scese invadendo e occupando i palazzi romani, nasce così in complicità con Roberto D’Agostino, Cafonal, stupendi reportage fotografici dai salotti romani. Ecco le famose terrazze senza più ideologia e intellettuali ridotte a centri di smistamento catering, tra politici della Val Brembana in cerca di un posto al sole e contesse perennemente in decadenza, ma sempre in spolvero oltre che in perenne restyling estetico. Nulla poteva essere più lontano dalla sua innata e sobria eleganza di alti prelati vista voulevant, e di giovani starlette televisive in cerca di arruolamento via Lele Mora. Eppure nessuno avrebbe potuto cogliere la sfrontata ignoranza di quel mondo e al tempo stesso la sua struggente delicatezza più della Simon di Umberto Pizzi.

Cafonal riguardava chiunque: chi c’era in quelle foto e chi quelle foto le compulsava dalle pagine online di Dagospia. Paparazzo sì, ma solo se all’interno di un discorso più ampio che faceva di Umberto Pizzi da sempre e prima di ogni altra cosa un grande fotoreporter. Uno sguardo che non seppe mai tirarsi indietro davanti alla violenza come alla spudorata stupidità dell’umano.

Non fotografò mai per dileggiare o per deridere, ma per svelare sì. Toglieva al mito la sua faccia di plastica offrendo al pubblico uno specchio adatto in cui riconoscersi, anche nelle proprie orribili bassezze. Alla fine fu lui ad essere inseguito da politici in erba, e da morti di fama (Dagospia dixit) vari e assortiti, tutti in cerca di un volto in cui esistere nonostante l’assenza di ogni qualità visibile. Le fotografie di Umberto Pizzi si riconoscono subito, sono quelle che non hanno bisogno di alcuna didascalia, mostrano tutto quello che c’è da vedere, senza bisogno di aggiungere altro. 

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