Il 24 febbraio, su questo quotidiano, la filosofa politica Giorgia Serughetti, in un pezzo che ha toccato tangenzialmente anche l’accesa polemica sullo schwa delle ultime settimane, ha sostenuto che il «contrattacco conservatore», quanto ai diritti di rappresentanza rivendicati dalle donne e dalle minoranze di genere, incontrerebbe il favore dell’opinione pubblica soprattutto grazie alla sponda offerta da una sinistra divisa.

Su quei temi una parte dei progressisti del nostro paese, oltre a impostare tipicamente il dibattito sulla retorica della vittima e sulla sopravvalutazione del potere altrui (sarebbero entrambe cose di destra), dimostrerebbe la sua opposizione al “cambiamento”.

Non si può negare che il pensiero profondo sulla percezione della diversità sessuale come problema oltrepassi tuttora il territorio segnato da reazionari e conservatori, e anche sull’antifemminismo di una certa sinistra “storica” si potrebbe convenire; mi viene in mente la scena di un vecchio film di Giuseppe Bertolucci (Berlinguer ti voglio bene, 1977) col compagno maschilista della Casa del popolo di Galciana, frazione di Prato, che stoppa a un certo punto le partite di tombola per aprire un dibattito “culturale”: «Pole la donna permettersi di pareggiare coll’omo? No» (una delle due “signorine” al suo fianco – l’altra, un po’ sperduta, tace – risponde piccata: «Sì»).

Resistenze al “cambiamento”

Detto questo, però, dovremmo cercare anzitutto di capire quali siano le resistenze al “cambiamento” di cui stiamo parlando. La questione, da sinistra, non può essere posta nei termini della persistenza di un vecchio retaggio culturale duro a morire.

Il problema reale consiste invece nell’elitarismo radical chic che si è eletto a paladino “tecnico” di tante persone e comunità non binarie, cavalcando le loro legittime richieste con gli eccessi di un politically correct il cui scopo innegoziabile è manomettere d’un botto, fino all’eradicazione finale (cancel culture), secoli di evoluzione, elaborazione e metabolizzazione culturale (non importa se linguistica, artistica, sociale o altro).

Solo un ingenuo potrebbe credere alla favola dei progressisti che starebbero portando acqua al mare dei conservatori, o tirandogli perfino la volata. Il punto è un altro: la sinistra mainstream, spalleggiata dal rumoroso antagonismo “periferico”, facinoroso e posticcio, di personaggi come Christian Raimo, che in un altro articolo uscito su Domani (9 febbraio) ha straparlato di questioni grammaticali e linguistiche senza saperne un’acca, è irriconoscibile.

Il 21 marzo uno speciale Treccani a più voci pubblicato sul sito dell’istituto (Schwa: storia, motivi e obiettivi di una proposta) ha rilanciato un dibattito che deve proseguire. Per smascherare ogni inganno, manipolazione o infingimento, e per rispetto nei confronti di chi esige giustamente una risposta tecnica (una soluzione percorribile, non il solito fumo negli occhi) a un’esigenza ineludibile.

Le origini della petizione

È proprio una certa sinistra ingannatrice, opportunista e finto-progressista, che ha fatto traboccare il vaso della pazienza e della decenza (istituzionale), convincendomi della necessità di lanciare una petizione contro lo schwa non più rinviabile.

Una sinistra che ha dato il peggio di sé nella Commissione per l’abilitazione scientifica nazionale alle funzioni di professore universitario di prima e seconda fascia del Settore concorsuale 13/B3 (Organizzazione aziendale).

In sei verbali redatti fra il 30 agosto 2021 e il 18 gennaio 2022 da quella Commissione, composta di cinque membri, compaiono ripetuti esempi di schwa (ǝ) e – per il plurale – di schwa “lungo” (з). I cinque commissari sono portatori di identità non binarie, dobbiamo supporre, e così gli esaminati, perché sono trattati tutti da genderless: i due segni sono adoperati con riferimento a sé (i commissari stessi), e ai candidati e alle candidate esaminate, sia nei giudizi collegiali che in quelli singoli formulati dal presidente, dal segretario e da un terzo componente del collegio giudicante (in quest’ultimo, però, in un unico caso: professorǝ associato).

Atti pubblici risibili, e pure incoerenti, in cui leggiamo i professorз, esame dellɜ candidatɜ, professorǝ universitario, autorǝ singolǝ, ecc., per giunta in sconclusionato avvicendamento con le soluzioni normative (commissari, ciascun candidato, professore universitario, ecc.).

Perché mai professorǝ associato, i professorз, professorǝ universitario e non professorǝ associatǝ, lз (o з) Professorз, professorǝ universitariǝ? E solo un incosciente, ignaro delle regole applicate, può pensare di scrivere componentɜ della commissione. O forse qualcuno sta tentando di biforcare l’italiano componente, creando il maschile componento e il femminile componenta?

La sinistra anglofona

Non è tanto diversa, la nostra “sinistra organica”, dall’anglofona sinistra retroattiva, puritana e integralista, che deturpa, danneggia, abbatte le statue di Cristoforo Colombo sull’altra sponda dell’oceano; che mette alla sbarra Euripide e Ovidio per le offese o le violenze alle donne (la tirata misogina del casto figlio di Teseo nell’Ippolito, gli stupri – riusciti o mancati – delle Metamorfosi), Dante per aver sprofondato all’Inferno un goffo Maometto, alle prese coi suoi visceri, Shakespeare per le affermazioni contro gli ebrei; che depenna man («You’ll be grown up, my child!»; «How many roads must an individual walk down / before you can call them an adult») da una celebre poesia di Rudyard Kipling («You’ll be a Man, my son!», If, 1895) e da due versi di una canzone pacifista di Bob Dylan («How many roads must a man walk down / before you call him a man», Blowin’ in the Wind, 1962).

Nel 2017 la Corte costituzionale federale tedesca (Bundesverfassungsgericht), in base a un principio di tutela della personalità, ha sancito il dritto, per intersessuali e senza genere, di vedersi riconosciuto il loro stato ibrido su un certificato di nascita, e dal 2019 è buona pratica che un annuncio di lavoro, in aggiunta alla dicotomia fra maschile (männlich) e femminile (weiblich), contempli una terza opzione: a) m/w/a (= anders, ‘altro’); b) m/w/d (= divers, ‘differente’, ‘diverso’); c) m/w/gn (= geschlechtsneutral, ‘di genere neutro’); d) m/w/i (= intersexuell); e) m/w/x o *. Fin qui nulla da eccepire, ci mancherebbe. Quando però una giusta rivendicazione si trasforma in un tentativo di irreggimentazione, nell’assoggettamento a una “dittatura del segno” che pretenda di imporsi perfino in un atto pubblico, la faccenda prende un’altra piega.

Una pericolosa deriva

Non può passare una pericolosa deriva, spacciata per anelito d’inclusività, che vorrebbe riformare la lingua italiana a suon di e rovesciate. Una cosa è chiedere al nostro interlocutore di venirci in qualche modo incontro, con le forme e le parole più adatte e rispettose possibili, se ci siamo scoperti portatori di un’identità enby, un’altra cosa è sottomettere le norme linguistiche di un’intera comunità nazionale alla prepotenza di chi è intenzionato a scardinarle con la generalizzazione di inammissibili usi teratologici.

Non si tratta solo di decidere tra un maschile sovraesteso (autore), un femminile caratterizzante (autrice) o un neutro inclusivo (autorə). Un qualunque nome – in italiano – si porta dietro accordi e legami intessuti con altre categorie o sottocategorie grammaticali variabili (articoli, preposizioni articolate, pronomi, aggettivi, participi passati), e gli effetti di un uso sistematico dello schwa – semplice o lungo – sarebbero devastanti: «Lə autorə americanə Timothy Morton, diversamente da altrɜ scrittorɜ non binariɜ, è statə irremovibile. Ha voluto che ci rivolgessimo a ləi come stiamo facendo».

Le identità fluide, peraltro, non sono certo una novità. Ne parlava il filosofo Michel Foucault già nei primi anni Sessanta del Novecento, e anni dopo i “turbamenti di genere” (Gender Trouble. Feminism and the Subversion of Identity, 1990) dell’americana Judith Butler le avrebbero ribadite.

Per gli orientamenti sessuali hanno provveduto le teorie queer, che negano validità all’opposizione binaria fra maschile e femminile; nella visione di David M. Halperin, autore di How to Be Gay (2012), l’identità queer è l’ultimo stadio del sé: un’identità priva di essenza.

Fra un po’, a forza di insistere con gli schwa inclusivi in difesa della gender fluidity, va a finire però che parleremo come Cattivik, la fumettistica macchia d’inchiostro ideata nel 1967 da Franco Bonvicini (in arte Bonvi): «N’n mi disturb’ con domand’ cretin’!». Dallo stato fluido a quello aeriforme.


Massimo Arcangeli è docente di linguistica italiana ed ex preside della facoltà di Lingue e letterature straniere presso l’Università degli Studi di Cagliari. È autore di saggi e articoli scientifici e divulgativi nonché ideatore e direttore di Parole in cammino. Festival dell’italiano e delle lingue d’Italia.

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