Alzi la mano chi ha amato leggere I Promessi Sposi a scuola. Pochi volontari oggi in cattedra a ripeterci la differenza tra quarantana e ventisettana. Raro trovare qualcuno che, nel ricordo della lettura forzata che coincideva con l’anno più tremendo delle superiori, quello di pura formazione grammaticale, retorica e sintattica, senza nemmeno il sollievo delle letterature e della filosofia, si perda nella nostalgia dell’Addio ai monti.

Sarà a questo sentimento popolare, che non nasce da meccaniche divine ma da «provvida sventura», che il ministro Giuseppe Valditara si sarà affidato per riformare il programma nei licei, levando al romanzo ottocentesco il bollino di «classico contemporaneo», oltre che il posto monografico del secondo anno.

Meglio buttarsi su altri titoli, come Niccolò Ammaniti, Italo Calvino o persino Stephen King, senza perderci l’immancabile J.R.R. Tolkien, «autori che di norma piacciono agli studenti».

Opposizione

Non c’è niente di male nel rivedere i programmi, figuriamoci, i canoni si aggiornano. Il dubbio però sorge sulla motivazione di certi cambiamenti: troppo difficile. Vada per noiosi, datati, paternalistici, come li definiva Gramsci, ma davvero possiamo dire che I Promessi Sposi siano «difficili»?

Ma soprattutto, non è proprio in quell’anno funesto, tra i 15 e i 16 anni, che ci si forma una personalità e un gusto anche, e soprattutto, in opposizione a ciò che si fa per obbligo? Che si impara a barare, a copiare, a inventare, a prendere in giro Renzo, Lucia, la Monaca di Monza e Don Abbondio, con tutto il loro apparato polveroso e antiquato; i quindicenni lo fanno benissimo, strappare i panni in Arno.

Tuttavia, se proprio la fatica non si regge, si può sempre suggerire al ministro la sostituzione con una versione più digeribile. Si chiama I Promessi Paperi, rivisitazione Disney uscita nel 1976, agli studenti piacerà.

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