L’uscita dell’attore candidato all’Oscar per Marty Supreme è sintomatica di quello che descriveva Tom Nichols in The Death of Expertise: in un’America in cui regna l’anti-intellettualismo, c’è da sorprendersi se non si riconosce quello che succede sul palco di un teatro?
Ho evitato con cura di parlarne con gli amici; ho bannato chiunque volesse chattare con me sul caso fatto esplodere dalle sue infelici affermazioni circa l’odore di muffa esalante dall’opera e dal balletto («non interessano più a nessuno, non mi ci dedicherò di certo»).
Poi mi hanno chiesto queste righe e allora eccomi qua: a vantarmi di non aver mai visto un suo film (errore mio s’intende); di non provare emozioni alla notizia della sua candidatura da Oscar per il film Marty Supreme di Josh Safdie, viceversa regista forse interessante per quel suo background ebraico-newyorkese tutto da scoprire. Eppure, niente da fare: il volto da furetto malizioso di Timothée Chalamet mi provoca solo irritazione.
Se poi penso che il saccente arrogantello ha 30 anni proprio come Paul Mescal, l’assorto, concentrato e poetico protagonista di Hamnet-Nel nome del figlio, capace di muoversi a suo agio tra le case a graticcio Tudor e le strade di Stratford-upon-Avon, trasformate per rappresentare il tempo di Shakespeare, aggrotto la fronte.
Ignoro se Chalamet dalle frastagliate origini – americane, francesi, ebree russo-austriache –, sappia recitare le opere vere o presunte del Bardo; di certo non ha studiato al prestigioso Trinity College di Dublino né possiede quell’importantissima caratura irlandese che corre da Joyce a Beckett sino a certi attori da Oscar dagli occhi melanconici, attoniti, brucianti e disperati: Cillian Murphy, Daniel Day-Lewis, Liam Neeson, Colin Farrell, Michael Fassbender e ora Paul Mescal e Jessie Buckley.
Al contrario Chalamet sembra un personaggio che va di fretta e le sue generiche sparate all’Università del Texas durante un incontro con un basito e abbioccato Matthew McConaughey, corrono assieme a lui. Si dovrebbe smettere di provare una sorta di venerazione per l’odierna Hollywood di stelline in caduta libera, senza smettere di venerarne i grandi ottantenni, novantenni o morti.
Oggi Zazie sta dans le métro e qui dovrebbe ri-approdare, in Francia, alias in Europa, il saccente Timothée a studiare Raymond Queneau (gli andrebbe a pennello) e forse di tutto un po’. Intanto, il mondo dell’opera e del balletto si è indignato, oppure ha preso in giro Timòteo come ha fatto l’Opéra di Parigi con un video informativo sulla presenza di un bel tavolo da ping pong a Palais Garnier, esplicito riferimento al pongista interpretato dal candidato Oscar in Marty Supreme.
Senza il sacro
Duole dirlo ma se dalla parte dell’Inconsapevole o forse solo Sbruffone ci fossero delle ragioni? Un testo molto citato The Death of Expertise (La morte della competenza) di Tom Nichols (2017/2024) affronta il tema dell’ignoranza, del rifiuto della competenza e dell’anti-intellettualismo nell’America di oggi.
In questa vastissima provincia ove però non esiste rifiuto e men che meno ribellione, si conoscono a stento i nomi delle capitali europee, ci si nutre di dolci al polistirolo e si beve tv e programmi social dal mattino alla sera: nessun pensiero su cosa siano l’opera e il balletto vivi; nessuna idea del “sacro” o del “rito”, invece mai svaporata nei paraggi dei sempre osteggiati e abbandonati indigeni delle riserve.
In sintesi, caro Chalamet se ti piace rispecchiarti nei tuoi connazionali periferici – quelli delle grandi città ti hanno già bastonato – accomodati. Sappi che non salverai il cinema dal calo endemico di spettatori, come alla fine hai blaterato per giustificarti un po’ dall’incauto avvilire opera e balletto: arti della fantasia, dell’estro geniale, di una collettività che si riunisce anche per stare insieme e non solo per osservare uno schermo di rado toccante per la scarsità di attori che lo sanno bucare.
Il teatro sia d’opera sia di balletto o danza (conosci la differenza?) è l’unico luogo rimasto ove chi guarda – e i numeri ti stupiranno dal Teatro alla Scala in giù – entra in sintonia diretta e senza veli con chi sta in scena; è luogo mistico e quando accarezza l’interiorità, il pubblico compie l’esperienza nella vita più bella: quella, disse Einstein, del mistero.
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