- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani, sullo sfogliatore online e in edicola
Da qualche mese – in realtà da quasi un anno, ormai – quando sono su Instagram mi ritrovo spesso a spulciare il profilo di una persona.
È una donna, e non la conosco se non attraverso il filtro opaco dei social. Pubblica poco (cosa che, invece di placarla, esaspera la mia curiosità): selfie in cui ha un’aria annoiatissima, sue illustrazioni sulla Palestina, il Sudan e il mondo musulmano, foto di New York, soprattutto scorci meno conosciuti. E in giro, da giornalisti e fotografi, si fa vedere pure meno. Io però dalla scorsa primavera ne sono ossessionato. E non so bene perché; non del tutto, almeno.
Digitando Rama Duwaji su Google, tra i primi suggerimenti spuntano età, altezza e foto del matrimonio; poi opere, art e subito dopo, al primo posto, il nome di uno degli uomini più popolari e chiacchierati del 2025: Zohran Mamdani. Lui è il nuovo primo cittadino di New York, in carica da questo gennaio: di origini indiane-ugandesi, classe 1991, è il primo sindaco millennial di una metropoli americana così grande e simbolica. Lei è sua moglie (si sono conosciuti pochi anni fa tramite Hinge, l’app d’incontri che sta lentamente mandando in pensione Tinder): è nata negli Stati Uniti, in Texas, ma ha origini siriane, fa l’artista ed è nata nel 1997: la prima First Lady di New York appartenente alla Gen Z.
Fuori dai riflettori
Di Zohran Mamdani, per ovvie ragioni, si è parlato moltissimo negli ultimi mesi. Nel suo passato, in quello della sua famiglia e nella sua quotidianità si è scavato fino a raschiare il fondo. Gli avversari politici in cerca di qualsiasi cosa potesse danneggiarlo, il resto di noi per una curiosità banale e diffusa; e assolutamente fisiologica, a mio avviso.
Allo stesso tempo, si è provato a trascinare anche Duwaji sotto i riflettori, ma lei, abilissima, è sempre riuscita a sottrarsi. Niente interviste, nessun commento, pochissime apparizioni pubbliche accanto a Mamdani. Duwaji ha una vita propria e una propria storia, ha un lavoro e delle aspirazioni personali che vanno ben oltre la carriera politica del marito. E la sua presenza, sempre e solo in controluce, sembra dichiararlo con grande fermezza.
Ma per paradosso questa ritrosia a esser vista unicamente come la signora Mamdani ha finito proprio per amplificarne la visibilità, trasformandola in una figura molto popolare, quasi un’eroina contemporanea, un modello per la Gen Z. Di recente Vogue ha parlato con Lauren Sottile, che si è occupata dell’ultimo taglio di capelli di Duwaji. «Bisognava darle un tono più alto, ma senza dimenticare che è un’artista ventottenne che vive nel Queens» ha detto, aggiungendo che adesso quel taglio a New York va di gran moda, ed è sempre più richiesto dalle donne giovani: voglio il Rama, dicono.
Ovunque
Insomma, Duwaji è ovunque pur sottraendosi sempre, come un’ombra luminosa che attraversa la scena senza mai fermarsi al centro.
Persino la notte del dibattito tra Mamdani e Andrew Cuomo, il suo sfidante, non si è fatta vedere accanto al marito. Sebbene le elezioni per il nuovo sindaco della Grande Mela avessero ormai assunto un’importanza nazionale (con Trump che insultava e minacciava Mamdani a giorni alterni), lei non c’era. Quella notte Duwaji lavorava: teneva un corso di ceramica. Ma il 4 novembre, un mese dopo, alla festa per la vittoria del marito, c’era. E ha calcato il palco, davanti a una folla elettrizzata ed entusiasta, con un look che ha parlato da sé, raccontando molto di chi è e di che tipo di First Lady sarà.
Un outfit discreto, capace però di restituire con precisione le molte anime che la compongono: giovanissima, musulmana, artista. Duwaji, come Mamdani, si muove in un territorio complesso e scivoloso: rappresentare il potere senza adottarne il linguaggio consueto. E la notte del 4 novembre, su quel palco, ha seguito esattamente questa linea. Un top del palestinese Zeid Hijazi, una gonna scura di Ulla Johnson e gioielli in argento. Il senso, scrive Vanessa Friedman sul New York Times, non è celebrativo né nostalgico. Non c’è esibizione identitaria, ma una precisa scelta di tono: qualità artigianale, contemporaneità silenziosa, riferimenti culturali che diventano posizione politica. Lontano dalle grandi maison e dai simboli troppo riconoscibili, il suo guardaroba privilegia designer indipendenti che tengono insieme tradizione e militanza. Ne emerge un’immagine che sfugge sia all’estetica generazionale sia alla formalità istituzionale: un equilibrio fragile ma deliberato, che riflette, tra le altre cose, la chiara volontà di non sacrificare espressione personale e giovinezza sull’altare della rappresentanza.
Houston, New Jersey e Dubai
Fino a quella sera (fino a fine dicembre in realtà), della nuova, giovane First Lady di New York conoscevamo poco, dunque; perlopiù interpretazioni costruite sulle rare interviste che aveva concesso negli anni precedenti. Poi, poco prima di Natale, Duwaji ha rilasciato una lunga intervista a The Cut. E oggi qualcosa in più di lei lo sappiamo.
Sappiamo che nasce a Houston, in Texas, da genitori siriani: la madre pediatra, il padre informatico; gente che sta bene, evidentemente: è borghesia, la loro.
La famiglia, quando Duwaji è ancora una neonata, si trasferisce prima a New York, per un tempo piuttosto breve, e poi nel New Jersey. Ed è lì che vive l’infanzia: un periodo tranquillo e assolutamente americano. Abitano in una stradina senza sbocco, una di quelle vie residenziali costeggiate solo da villette. Vialetti con le auto di famiglia ben parcheggiate, il retro delle case armato di barbecue e verande. Bici appoggiate agli alberi lungo i marciapiedi, giardini dove passeggiare, il camioncino dei gelati che in estate passa ogni pomeriggio.
Duwaji ha qualche attrito con gli altri bambini del quartiere, con cui passa tanto del suo tempo libero. Non che sia una ribelle per principio, ma odia la sopraffazione, e quei ragazzini lì sanno essere prepotenti. Lei, però, non ci sta. Niente di che: litigi che si spengono in una sera. Roba tra bambini. Ma quei primi confronti le servono per farsi un’idea di cosa voglia dire avere a che fare con i propri pari.
Un’infanzia tipicamente a stelle e strisce, del tutto ordinaria. Ma una crepa, in quella superficie liscia e senza imperfezioni, c’è.
Nel settembre 2001 Duwaji è una bambina. Frequenta un asilo di New York, ed è troppo piccola per comprendere appieno la portata storica degli attentati alle Torri Gemelle. Troppo piccola per capire, ma abbastanza grande per assorbire. Come molti musulmani americani della sua generazione – o di quella subito precedente – scopre l’islamofobia. Non come concetto astratto, ma come presenza concreta, pratica.
Per molti musulmani, difatti, in quegli anni gli Stati Uniti sono un luogo complesso da abitare. La madre, che porta l’hijab, viene spesso guardata con diffidenza; c’è rabbia, c’è sospetto. Il padre, per prudenza, si rade la barba.
L’esperienza dei genitori, prima percepita solo attraverso lo sguardo ingenuo dell’infanzia e poi raccontata dagli stessi, lascia tracce profonde in Duwaji; tracce che oggi si riconoscono nella sua arte. Per il resto, l’infanzia procede senza particolari scosse.
Nel 2007 la famiglia si trasferisce di nuovo. Questa volta però cambia paese, e vola a Dubai: la madre viene assunta all’American Hospital, il padre lavora come sviluppatore software. È un contesto molto diverso, e pure Dubai lo è rispetto al racconto che se ne fa di solito. La Dubai dei Duwaji non è quella degli yacht, dello shopping di lusso e delle vertigini di vetro e acciaio. Non è la città degli chef stellati, dei selfie in spiaggia e delle supercar. È una città periferica, intima, vissuta in scala ridotta. Quartieri tranquilli, distanze brevi, cerchie ristrette: pur dall’altra parte del mondo, il loro stile di vita resta lo stesso. L’adolescente Duwaji si ambienta facilmente, fa amicizia senza sforzo, è un suo talento, e continua ad abitare una vita quieta e protetta.
Eppure Dubai non diventa mai davvero casa. È New York – o forse il ricordo che ne conserva dall’infanzia – la città in cui vorrebbe tornare. Una promessa silenziosa, dimensione anche mentale che non intende cancellare.
Con l’adolescenza arriva la noia, quella forma di torpore irritato tipica dell’età. Un sentimento che a scuola si trasforma in gesto, e che oggi appare come un felice presagio: Duwaji comincia a disegnare. Disegna ovunque e in qualunque momento. Sui quaderni e sui libri, sulle mani e sui fogli trovati per caso. Chiede ai compagni di posare per lei, vuole ritrarli, e spesso finisce nei guai; pur bravissima a scuola, si distrae, e così viene rimproverata: basta con i disegni, le dicono le insegnanti, studia!
È allora, con la naturalezza propria dell’ispirazione artistica, che scopre non solo che disegnare le piace, ma che pure è molto brava. Al liceo si avvicina alla fotografia, al cinema, alla musica, l’arte la interessa in generale, ma l’illustrazione torna sempre, è ovunque.
Il percorso artistico
Come se le scorresse sotto pelle: l’arte figurativa, per lei, è inevitabile.
Inizia l’università in Qatar, in una sede della Virginia Commonwealth University, poi, dopo il primo anno, si trasferisce negli Stati Uniti per studiare illustrazione.
Torna nell’America in cui aveva l’impressione di aver lasciato qualcosa, quindi; forse un pezzo di cuore, forse una scheggia della sua storia incompiuta. I genitori, sempre di supporto, felici e coscienti del suo talento, provano a indirizzarla verso percorsi più concreti, più stabili. Le suggeriscono l’interior design. Lei insiste. Loro pure. Lei di più. Artisti che ce l’hanno fatta, pur dopo anni di fatica, ce ne sono tanti: perché lei non dovrebbe essere una di loro, perché non può farcela anche lei? È fiduciosa, ostinata, ha idee chiare.
Duwaji procede per la sua strada. E tutto procede per il verso giusto.
Mentre studia, inizia a pubblicare illustrazioni sui social. Senza una strategia precisa, solo con costanza e disposizione d’animo. E viene contattata da grandi nomi: Vice, Spotify, il New Yorker, il Washington Post, Apple, il Tate Modern Museum. Lavora moltissimo, ha poco tempo libero, ma è felice, appagata, e a tratti anche incredula. Nel 2020 realizza un progetto per la Bbc che cattura l’attenzione degli addetti ai lavori e supera pure la bolla: racconta la storia di una donna, ex prigioniera politica in Egitto, sottoposta ai test di verginità forzati durante la detenzione.
Il progetto va virale.
Non una consacrazione, ma un segnale netto: lei è un’artista.
L’arte di Duwaji nasce dalla diaspora siriana: donne mediorientali e musulmane dai ricci crespi, nasi pronunciati, sopracciglia marcate. Profili che vede come forti, degni di essere fissati con l’inchiostro. E poi c’è la Palestina – c’è da sempre, non solo dal 2022 – Gaza e il suo inferno, il Sudan. Duwaji è politicamente attiva, e le sue non sono scelte tematiche, ma vere necessità. Si sente. Si informa costantemente, parla con chi le sta attorno della situazione del Medio Oriente, di salute mentale, patriarcato, condizioni sociali.
Per Duwaji, e per la sua arte, tutto è politico perché tutto ci attraversa.
Nel 2021, dopo l’anno della pandemia passato a Dubai con i genitori, riaffiora il desiderio di movimento così scrive a un’ex coinquilina del college: «Che ne pensi di New York?». A marzo si trasferiscono lì, in un appartamento con tre camere: la terza diventa lo studio condiviso; sono entrambe artiste.
New York è il posto giusto: la scena è viva, densa, aperta, accogliente.
Duwaji conosce la città camminandola. Ama andare a piedi, ama la bici. Entra nei negozi, negli studi, osserva, ascolta. Scopre luoghi che sono caffè di giorno e bar di notte, sente trombe, pianoforti e sassofoni scivolare in strada. Incontra persone diverse da lei, abita vite che non sono la sua. Ed è in questa miscellanea che incontra Zohran Mamdani.
L’incontro
Succede nell’agosto del 2021, su Hinge.
Non cerca qualcosa di serio: è l’estate subito dopo la pandemia, è una hot-girl summer. Ma bastano due messaggi, poi si vedono, e qualcosa scatta. Il primo appuntamento è a Williamsburg, in un ristorante francese e poi una passeggiata a McCarren Park. Al secondo lui le mostra Astoria, il quartiere dov’è membro dell’assemblea statale. Duwaji non sa esattamente cosa sia, o cosa comporti, quel ruolo, ma è politicamente orientata anche lei, ha a cuore le persone. E l’impegno di quel ragazzo dal sorriso aperto e dalla barba folta, che parla bene e ha carisma, le piace; in parte ci si riconosce.
Continuano a vedersi, la relazione si fa seria, l’amore nasce.
E nel 2024 si sposano. Prima a Dubai, e poi all’inizio dell’anno dopo, la cerimonia a New York.
Matrimonio civile, pochi intimi. Lei indossa un semplice abito bianco, un bouquet comprato in una bodega, i capelli pettinati senza grandi ornamenti o fronzoli. Ci vanno in metro; e le foto, mesi dopo, diventeranno virali.
Intanto l’idea di una candidatura entra nelle loro conversazioni. Ne parlano con cautela, ma Duwaji lo incoraggia. Mamdani dirà che non avrebbe lanciato la campagna senza il consenso di lei. Nei mesi successivi lo scontro con politici del Partito Repubblicano è feroce, Trump lo attacca di continuo, Duwaji finisce sotto la lente della destra: accuse ricorrenti del tutto prevedibili e assolutamente folli, prive di una grammatica della realtà; sostiene Hamas, odia l’Occidente, è una musulmana sottomessa, è una comunista, è la riprova di una sostituzione etnica dei poteri forti: l’islamofobia che aveva conosciuto nell’infanzia: eccola che torna.
Lei non risponde. Aspetta che il vento si plachi.
Strategia perfetta.
Nuova First Lady
Lui vince, diventa sindaco della città più famosa del mondo in uno dei periodi più complessi della storia statunitense. E lei accetta di non essere più una cittadina privata. Ingoia il disagio di essere raccontata come la moglie di, non come un’artista. È difficile, ma lo fa. E lo fa a modo suo.
Negli Stati Uniti circa l’80 per cento delle donne prende il cognome del marito dopo il matrimonio. Rama Duwaji rientra nel restante 20 per cento. Sembra poco, ma è un segnale chiarissimo. Da Hillary Clinton a Jill Biden, da Melania Trump a Michelle Obama, le First Lady adottano il cognome del marito. Lei no.
Lei ha un’identità propria; mobile, ma sua. E intende preservarla.
In questo quadro, quindi, la domanda è: che genere di First Lady sarà, la prima della Gen Z? Quanto si esporrà, politicamente e non? Su cosa vorrà concentrarsi, con che linguaggio, con quali mezzi? Fin dove arriverà?
Duwaji rappresenta una nuova generazione, di donne ma non solo, che vuole definirsi secondo i propri termini, la propria grammatica. Vuole prender parte al mondo, ma riorganizzandolo prima. Se il luogo in cui abitiamo prima o poi sarà nostro (noi più giovani, delle ultime generazioni), tanto vale iniziare a cambiarlo già oggi. E Duwaji e Mamdani di questo cambiamento, è evidente a tutti, saranno una parte attiva ed enorme.
Quindi eccolo, il volto del nuovo mondo. È arrivato.
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