Godard, Truffaut, Chabrol, Rivette, Rohmer, Schiffman, Doniol-Valcroze, Varda, Demy, Rozier, Kast, Sadoul al centro di un film appena uscito nelle sale in questo affaccio sulla primavera 2026, costruirebbero un elenco di nomi e storie che da soli basterebbero, oltre che a sé stessi, a un racconto del cinema di quel Novecento danzante - con pericolosa e impertinente costanza - sull’abisso del futuro, eppure mi piacerebbe fare un passo indietro, ragionare cioè ancora prima e prima di tutto su un’azione personale, l’azione del corpo di uno spettatore, di una spettatrice in questo caso, cioè io, chiamata da una speciale forza del passato (Pasolini mi perdonerà?) nella stessa sala cinematografica a vedere lo stesso film, Nouvelle Vague di Richard Linklater uscito in origine nel 2025, per due volte a distanza di pochissimi giorni, traducibili in una manciata di ore soltanto.

Il corpo

Mentre, all’inizio della seconda visione, siedo in seconda fila e lo schermo entra anche lui nella parte trasformando il suo formato in quell’Academy ratio 4:3 tipico del cinema dei 50s e dei 60s del secolo scorso, mi accorgo di quanto la parola formazione, riferita alla narrazione (dal bildungsroman ottocentesco in poi), si traduca anzitutto in un’esperienza di scelta agita con il corpo: formazione è nascita, rinnovata venuta al mondo, (ri)creazione, dunque è chiaro che il corpo sia il primo a rispondere, ad apprendere, nel formarsi della persona, comportamenti, regole, criteri d’azione, condotta.

Il mio incontro con la Nouvelle Vague, che ha in fondo coinciso con il mio incontro profondo e da lì infinito con il cinema, ha in effetti definito una postura intera, una condotta, prima di tutto del corpo: a sedici anni, grazie ai ragazzi e alle ragazze della Nouvelle Vague, formavo la mia persona e il mio corpo in relazione alle arti, agli schermi e alle immagini e imparavo a comportarmi scoprendo e facendo subito mie alcune regole, le prime delle quali potrebbero essere sintetizzate semplicemente così: i film si vedono al cinema, in sala, dove ci si posiziona nelle primissime file facendosi quasi mangiare dallo schermo (e mangiandolo a nostra volta entrando quasi nella pellicola proiettata), i film non si interrompono, al cinema non si parla, i telefonini si spengono, al cinema si torna più volte a vedere lo stesso film se è il caso, non si dorme prima che finisca il film.

Ora ho quarant’anni e la sera sono spesso miserabilmente stanca, di frequente sorrido cercando perdono nel vento nel ripensare allo sdegno giovanile con cui guardavo mio padre addormentarsi dopo mezz’ora di film quando aveva poco più della mia età oggi (il lavoro, tre figlie, due genitori anziani), a volte mentre la proiezione va guardo l’ora sul telefonino, chiedo alla persona che amo se sta bene, mangio una rotella alla liquirizia.

Rivoluzione giovanile 

L’età ha insomma stemperato inevitabilmente parte della mia intransigenza nella condotta che quel cinema francese mi ha offerto traghettandomi nella mia vita adulta, ma d’altronde la Nouvelle Vague è stato un movimento giovanile, una rivoluzione giovanile come ogni rivoluzione che si rispetti, uno schieramento fatto di giovani rigorosi e ostinati nell’atto di esordire non solo nel mondo del cinema ma in un mondo nuovo come adulti artisti, portando un approccio rinnovato nel guardare al mondo, gli umani, le cose, giovani schierati insieme in nome di un cinema radicale e radicalmente diverso da quello dei padri che vogliono ardentemente smettere di abbracciare l’estetica del vecchio cinema, scegliendo di abbracciare nient’altro che il reale, con la sua frammentazione costante, le sue angosce e le sue spontaneità - Truffaut, lo ricorda a grandi linee anche Linklater a fine film, nel 1962 pubblicò una lista che includeva 162 nuovi registi che avevano fatto il loro debutto nel lungometraggio a partire dal 1959, dunque in meno di quattro anni pieni. Era roba da giovani, e io giovane non la sono mica più tanto.

Habitat perduti 

Partecipare alla visione di un omaggio insieme sentimentale, appassionato e precisissimo, minuziosissimo, com’è questo in Nouvelle Vague di Linklater, significa però mettersi l’abito giusto, indossare nuovamente quella meravigliosa postura, comportarsi bene di fronte allo schermo, nella sala, niente caramelle ci mancherebbe, più volte al cinema se occorre e lo si desidera - la seconda volta, lo ammetto, ho però preso appunti di alcune delle citazioni che Linklater infila nel cinema, dalla Dolce Vita in giù, comprese tutte quelle pronunciate dai protagonisti e riprese dall’infinito universo citazionistico messo in piedi da quei ragazzi e da quelle ragazze: le citazioni sono le sacre scritture dice Godard mentre ne recita (e ne fa recitare ai suoi attori) in quantià.

Linklater ricostruisce su grande schermo la lavorazione - psicologica, emotiva, ma specialmente pratica - della lavorazione di À bout de souffle, il primo lungo di Godard, considerato poi anche il vero manifesto della Nouvelle Vague, la sintesi più precisa della frenesia intellettuale e innovativa di ragazzi dei Cahiers du cinéma, il film scritto e diretto a partire da un soggetto di Truffaut, presente nel film insieme e più di tutta la schiera di colleghi, all’amato, bramato (e squattrinato) Rossellini, al produttore Georges de Beauregard, alla troupe intera.

Dentro questo film francese che ne omaggia un altro c’è l’amore di un regista americano nato mentre quel cinema francese, quello della versione originale, si formava, nasceva, Linklater mette in scena il cinema che ama in un Effetto notte dal futuro, ne mostra le leggi e soprattutto le trasgressioni ideologiche, le sue orbite politiche e irriverenti, la tessitura di relazioni, accadimenti, casualità, inadempienze, amicizie, ambizioni.

Nel film c’è il rapporto meraviglioso e stratificato di Godard con Truffaut sintetizzato e fermato nell’abbraccio finale tra i due ma c’è soprattutto un habitat in un tempo, il nostro, di habitat perduti e di solitudini e sintesi degli affetti intellettuali.

Girato in bianco e nero e in francese, Nouvelle Vague è un film esaltante e impossibile da immaginare, in cui un gruppo di attori bravissimi somiglia a persone esistite settant’anni fa e ne ricostruisce a meraviglia la vibrazione, i dubbi e gli entusiasmi, è un film narrativamente semplicissimo ma capace di profondità e analisi, in grado cioè di estrarre dalla storia la Storia, che è quella di un passaggio cruciale e irripetuto nella creatività cinematografica mondiale.

Brillante, acuto, originale pur essendo la storia di una creazione già creata è una scossa al corpo che guarda l’arte e la vive, è un invito a non smettere mai di essere intransigenti, è anche il film di un americano, uno dei migliori a fare i film oggi, che vorrebbe essere europeo e sembra ricordarci che il Novecento è stato nostro, e che il nostro Novecento era già il futuro.


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