Il cinema è una bussola per orientarci, non solo visivamente, ma anche mentalmente nella società in cui abitiamo. Per questo motivo, ecco una breve ma significativa guida delle opere cinematografiche da vedere per capire lo stato dell’arte dell’industria filmica e della nostra cultura di massa
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani, sullo sfogliatore online e in edicola
TRAIN DREAMS
È il più sommesso dei candidati all’Oscar Best Movie. E il più imprevedibile. Anche perché è insabbiato nei recessi di Netflix. Certificato per il grande schermo - praticamente da bollino rosso - è finito dritto su piattaforma. Alleluia. The extraordinary life of an ordinary man: la tagline del film è veritiera.
Dal romanzo breve di Denis Johnson, Clint Bentley ripercorre la parabola esistenziale di Robert Grainier (Joel Edgerton), oscuro boscaiolo al seguito delle ferrovie che all’alba del Novecento civilizzano e sventrano il Nord-ovest americano. È nelle cinquine anche per sceneggiatura non originale e fotografia (Adolpho Veloso). Se ti immergi nei suoi orizzonti capisci perché. Quarta nomination per la canzone: la firma Nick Cave con Bryce Dessner. Non proprio un signor Nessuno.
LA MATTINA SCRIVO (A’PIED D’OEUVRE)
Farà innamorare i proletari della letteratura, penso a Jonathan Bazzi. Premio per la sceneggiatura nella veneziana Orizzonti, quello di Valérie Donzelli è un tour guidato e documentato nel precariato più estremo: esperienze vissute (e narrate) da Franck Courtès (da noi ed. Playground). Paul (Bastien Bouillon) è un fotografo che a 42 anni sceglie di scrivere. Serve un lavoro che non ti risucchi, anche se significa indigenza e i siti online della fatica a ore, con le aste al ribasso: vince chi chiede di meno. È un incontro ravvicinato con la flessibilità in metastasi che deforma il lavoro as we know it e con le nuove povertà fuori controllo. Le umiliazioni sono nel conto, ma a chi ti recluta per un trasloco puoi dire: “Non la mattina. La mattina scrivo”. Aldous Huxley è ipercitato.
NO OTHER CHOICE-NON C’E’ ALTRA SCELTA
Il grande Park Chan-wook di Old Boy e Lady Vendetta rilegge il classico noir di Donald E. Westlake (titolo originale The Ax) vent’anni dopo Costa-Gavras, a cui il remake è dedicato. Nella Corea di oggi il thriller sociale diventa una sulfurea dark comedy sulle devastazioni umane e ambientali del turbo-capitalismo. Licenziato in tronco dai nuovi padroni – una multinazionale Usa – il pacifico ingegnere cartario Man-su (Lee Byung-hun), dopo infiniti colloqui falliti e nel precipizio del train de vie familiare, ‘non ha altra scelta’ che eliminare fisicamente i candidati al suo vecchio posto. Da dilettante dell’omicidio seriale. Il grottesco di Park Chan-wook è stile distillato, ma coscienza politica e humour noir camminano a braccetto.
SINNERS (I PECCATORI)
Le sedici nomination al B-movie autorale di Ryan Coogler – da Guinness dei primati - sono il più esplicito atto politico dell’Academy nell’era Trump. È l’horror usato alla maniera di Carpenter e Joe Dante. Qui come manifesto della black culture prima segregata e poi vampirizzata dai bianchi e della specifica mitologia che affonda le sue radici nel Blues. Sulla rotta della Road 61 che dai vecchi Stati schiavisti sale a Chicago, la Clarksdale del film è quella di Robert Johnson e del suo leggendario quadrivio, di Muddy Waters e John Lee Hooker. Bessie Smith ci è morta a 43 anni, di razzismo. I juke joint sono banche della memoria. I vampiri hanno la pelle bianca e suonano al banjo il bluegrass. Il futuro mercato della country music beve dal sangue altrui. Doppio ruolo per il Black Panther Michael B. Jordan.
SILENT FRIEND
Parafrasando un lacrimoso De Sica del 1943, potremmo dire in soldoni che gli alberi ci guardano. Ma il notevole film di Ildikò Enyedi è parecchio più articolato. Un monumentale ginkgo biloba del campus tedesco di Marburg è l’essere senziente (femmina) che collega esperienze diverse ma affini. Tre personaggi e tre epoche- il 2020 di un neuroscienziato di Hong Kong (Tony Leung) che registra le vibrazioni cerebrali dei neonati, il 1908 della prima studentessa donna in una facoltà ferocemente misogina e il post-sessantotto di un fuorisede laureando in Letteratura- si alternano anche nei formati: bianco e nero, pellicola sgranata anni ’70 e digitale. I versi di R.M. Rilke dialogano con il Goethe botanico de La metamorfosi delle piante e con la Species Plantarum di Carlo Linneo. Anche le piante soffrono la solitudine.
SENTIMENTAL VALUE
È il film che Ingmar Berman potrebbe fare se fosse nato nel 1974 come Joaquim Trier e di indole fosse più tipo chill guy, più rilassato. Grand Prix a Cannes, ha razziato gli European Film Awards e corre per nove Oscar, un portento per un titolo norvegese. Il sublime quartetto d’archi del cast - Stellan Skarsgard, Renate Reinsve, Inga Ibsdotter Lilleaas e Elle Fanning- è addirittura in gara con sé stesso nella categoria supporting role femminile. Sono funamboli dei confini porosi tra arte e vita, con Ibsen, Cechov e il bergmaniano Persona in sottotesto. La casa di puro Dragestil autoctono norvegese evolve da coagulo di rancori familiari a palcoscenico di riconciliazione. Il potere catartico dell’arte – same old story - restituito a pura emozione.
HAMNET
Quesito: perché la X di Elon Musk ha scatenato una shitstorm contro il mélo scespiriano di Chloé Zhao? Fa il paio con la campagna diffamatoria che l’anno scorso ha impallinato Emilia Pèrez di Jacques Audiard.
Le otto nomination di Hamlet galvanizzano squadroni di hater, vai a capire perché. La regista Oscar di Nomadland pesca dal bestseller omonimo di Maggie O’Farrell (anche co-sceneggiatrice) e Will Shakespeare cede il proscenio a sua moglie Agnes, creatura primordiale in simbiosi con la Natura materica che impregna la fotografia di Lucasz Zal. Jessie Buckley (Agnes) è da statuetta ma il Bardo di Paul Mescal (che non è candidato) è anche meglio. In finale il lutto per Hamnet, il figlio morto, genera Hamlet, l’Amleto, cioè arte: epifania onstage e ‘crescendo’ da brividi. Non è vero ma hai voglia di crederci.
SORRY, BABY
Ha quel tipo di umori indie (cifra Sundance + A24 distributrice negli Usa) che ti trasmettono aria di casa: genere cinema a Km zero. È il sorprendente esordio registico di Eva Victor, classe 1994, qui anche sceneggiatrice e leading actor. Maglioni informi, case modeste da università periferiche, libri accatastati sine die e tutti i titoli dei romanzi che amiamo. Genere traumedy, perché Agnes, fresca docente di Letteratura, rivanga lo stupro subito in passato dal suo venerato relatore di tesi. L’antidoto a un trauma che ancora infetta comportamenti e vita sociale è l’ironia. Che non ti guarirà mai del tutto ma aiuta a guardare avanti. Le Louboutin ‘stiletto heels’ di Sex and the City qui non hanno diritto di cittadinanza.
LA GRAZIA
La grazia è la bellezza del dubbio, per Paolo Sorrentino e i suoi interpreti in stato di grazia (scusate il bisticcio). Mariano De Santis (Toni Servillo, coppa Volpi a Venezia) è un Presidente della Repubblica a fine mandato che usa il semestre bianco come un esercizio di libertà, infrangendo la gabbia - anche mentale - del protocollo. È un’occasione di tempo sospeso, di azzeramento della forza di gravità, la condizione dell’astronauta nella sua navicella spaziale che detta anche il prefinale del film.
Nel giurista dall’etica granitica (il soprannome ‘cemento armato’ vale per amici e nemici) e nel politico di democristiana cautela covano voglie di rap (quello di Guè) e tormenti di vedovo. E c’è una figlia (Anna Ferzetti) a suggerirgli la ricerca di una verità “da più vicino”, perché «il Diritto ce la mostra solo da lontano». Il Sorrentino visionario opera in sottrazione e guadagna in potenza.
BUEN CAMINO
Cioè: sono bollita? Checco Zalone invece di Una battaglia dopo l’altra, di L’Agente segreto, di Un semplice incidente? Prendetevela con Beppe Cottafavi che mi ha inchiodato alle dieci schede canoniche. Ma se non ragioni come un registratore di cassa e più che agli incassi guardi agli esseri umani, 1 italiano su 6 ha visto Buen camino. Ovvero quasi nove milioni e mezzo di anime vive, non le anime morte gogoliane che sono il target di tanto prodotto nostrano. Luca Medici è la mosca bianca che rispetta il contratto sociale della commedia: scambi un biglietto con la promessa di ridere. Il vecchio J.-J.R. sarebbe d’accordo.
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