Tra animali buskers a Los Angeles, immerso in paesaggi coloratissimi, con il volto trasformato in un’architettura surreale: la mostra al Maxxi a Roma Creature, creatori. San Francesco e l’arte contemporanea esplora i tanti volti del santo a ottocento anni dalla sua morte
Come si dipinge un santo oggi? Nello specifico san Francesco d’Assisi, quello che per tantissimi fa parte dell’immaginario fin da piccoli, con il lupo, gli animali, il Cantico. Come si reimmaginano oggi le storie che ha dipinto Giotto?
A questa domanda risponde Creature e creatori. San Francesco e l’arte contemporanea, la mostra aperta il 22 maggio al Maxxi a Roma: l’esposizione, curata da Beatrice Buscaroli e organizzata per gli ottocento anni dalla morte del Poverello di Assisi, mette in dialogo opere della collezione del museo con alcune opere inedite. Nel percorso negli spazi Extra Maxxi sono esposti, tra gli altri, lavori di Maria Lai, Stefano Arienti, Paolo Canevari, Bruna Esposito, Piero Manzoni, Ettore Spalletti.
«Se c’è un santo che nella storia dell’arte non smette mai davvero di essere contemporaneo», scrive lo storico dell’arte Costantino D’Orazio in uno dei saggi contenuti nel catalogo, pubblicato da Dario Cimorelli Editore, «quello è Francesco d’Assisi». Perché «l’iconografia francescana, più di altre, è un laboratorio di verità: non cerca soltanto di mostrare un santo, ma di capire come la santità possa incarnarsi in un corpo, in uno sguardo, in una ferita, in una povertà che non è ornamento morale ma forma concreta di vita».
Homeless, animali e colori
Francesco viene quindi calato in un campo di homeless in California da Alessandro Pessoli, che in Boyle Heights Saint Francis (2026) porta il Poverello di Assisi nella Los Angeles dove vive da anni. Il santo rifulge, al centro della scena, intorno ci sono animali che fanno musica e un coyote con l’aureola: una scena luminosissima, calda, ma non pacificata. Ci sono le pile di spazzatura, l’incendio in lontananza, anche se intorno a Francesco la terra è punteggiata di piccoli fiori.
Il santo che sente il crocifisso di San Damaso dirgli «Francesco, va’ e ripara la mia casa» viene dipinto lui stesso come un’architettura impossibile: nella tela di Fulvio Di Piazza, (Francesco, apocalittico, transnazionale, 2026), il suo cranio è un paese diroccato, in cui si intravvede la basilica di Assisi, il cielo stellato di Giotto ma anche rovine, muri pieni di tag di writer. Il volto, è fatto di bandiere che si confondono tra loro, ben in vista, sul naso, c’è quella palestinese. È un dipinto pieno di dettagli, nel catalogo si rimanda alle influenze di Arcimboldi e di Hieronymus Bosch, il movimento e il surrealismo hanno anche qualcosa che ricorda Max Ernst.
La biografia francescana viene condensata in una tela da Chiara Calore, classe 1994, la più giovane degli artisti invitati a confrontarsi con il tema: nel suo grande dipinto, Le metamorfosi del santo (2026), c’è il giovane Francesco cavaliere, il Francesco soldato mandato a combattere e il Francesco già frate, in saio, con il volto incappucciato, lo sguardo nell’ombra ma intenso. Tutto intorno un paesaggio dai toni quasi fantasy, con animali e fiori coloratissimi.
Lavori che dialogano nell’esposizione con molti altri, come il San Francesco (1986) di Lorenzo Bonechi, in cui il santo predica agli uccelli, in un contesto essenziale, luminoso e contemporaneo.
Presenze e assenze
Una citazione del San Francesco di Jusepe de Ribera nelle mani di Nicola Samorì, che per questa mostra ha presentato Crudo sasso (2026), si trasforma in un dipinto che mette al centro una ferita, la materia su cui è dipinto (onice) al posto del teschio che il santo tiene in mano nella tela seicentesca: una lacerazione che rispecchia quella sul costato del santo.
Il gioco tra presenza e assenza è anche richiamato dal grande trittico Monumenti della memoria (Golden Works) di Paolo Canevari del 2019: grandi pannelli dorati che sembrano pale d’altare medievali, in cui però sono sparite le figure: una «opera di passaggio, un’opera che travalica la condizione terrena per condurci verso una dimensione più spirituale».
L’oro di Canevari, ma anche le foto di paesaggi di Mario Giacomelli, le installazioni che rimandano al mondo della natura di Bertozzi&Casoni e di Stefano Arienti. Tutte le opere della mostra testimoniano in fondo qualcosa sulla pervasività della presenza francescana. San Francesco, anche oggi, non è difficile da immaginare, lo troviamo anche dove non si vede.
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