Nata a Caserta nel 1996, Giulia Della Cioppa è una delle voci più intense, originali e interessanti della nostra nuova narrativa. Ha esordito con Ventre, per Alter Ego; romanzo oscuro e duro, una prova che prometteva già una voce che nel panorama contemporaneo serve molto. Ed è da poco tornata in libreria con La mancina, Bompiani.

Un libro magnetico che usa il tennis non solo come disciplina spietata, ma come filtro per raccontare un legame viscerale e complesso: quello tra un padre e una figlia. Per raccontare il corpo e l’alterità, la giovinezza e il prezzo che c’è da pagare per riuscire a respirare in un mondo in cui pare si possa solo annegare. Al centro della storia c’è Aleni, una giovane donna plasmata per diventare una campionessa, prigioniera di un’aspettativa feroce che scambia il talento per condanna e l’affetto per ossessione.

Su uno sfondo meridionale abbacinante, Della Cioppa indaga il bisogno di riconoscimento, il desiderio di esser visti da chi amiamo, con una scrittura tagliente e commovente insieme. Un romanzo brillante che costringe a fare i conti con il significato di libertà e con le ferite invisibili che ci lasciano in eredità le persone a cui teniamo.

Della Cioppa, lei è partita da un’esperienza autobiografica: il periodo in cui ha giocato a tennis a livello agonistico. Perché?

Perché da tempo avevo la sensazione che quegli anni avessero come una sorta di potenziale inesplorato, e sentivo l’urgenza di riguardarli. Così ho deciso di farlo attraverso la narrativa.

Il motivo?

I motivi: sono tanti. Certamente uno di questi è che a tennis ho giocato durante l’infanzia e l’adolescenza, periodi fondativi per ognuno. Ma al di là dei motivi concreti avevo la sensazione di aver lasciato molte cose in sospeso. E da tanto tempo pensavo fosse arrivato il momento di affrontarle.

Dunque non le aveva affrontate prima, queste cose. Mai, neanche in modi diversi?

Poco, probabilmente. Non ne ho manco mai parlato granché, pure se a tennis ho giocato per oltre dieci anni. In realtà, però, per quanto il tennis sia centrale nel romanzo, e per quanto lo sia stato in quel periodo della mia vita, in sospeso c’erano tante cose che, più in generale, appartengono a quegli anni.

In effetti, a tratti il tennis sembra un pretesto.

Per certi versi, lo è.

Per raccontare?

Il legame tra Aleni e suo padre, ad esempio.

Anche qui, c’è un po’ della sua biografia?

Il rapporto con mio padre è sempre passato tramite lo sport. Per cui da questo punto di vista, sì. Il tennis è stato un collante, per noi: qualcosa che allo stesso tempo ci univa e rendeva il legame speciale, diverso da quello che avrei potuto avere con le altre persone attorno a me.

Questo rapporto nel romanzo è centrale, ci sono sia momenti di tenerezza di forte frizione, e quel che salta all’occhio è che le aspettative che il padre di Aleni ha sulla figlia impattino in maniera significativa sulla ragazzina.

Credo che le aspettative degli altri incidano sulle nostre scelte, su chi diventiamo. Sia in senso positivo che negativo. Scrivendo questo romanzo ho capito una cosa su cui non avevo riflettuto: prendere le distanze da una figura genitoriale come quella di Nico è difficile perché lui per Aleni è l’unico a riconoscerle un’unicità, a crederla speciale. Ecco, in casi simili le aspettative degli altri sono qualcosa di positivo, una spinta in avanti, ma la situazione può cambiare rapidamente, facilmente.

Aleni è molto legata all’immagine che suo padre ha di lei, e alla specialità che lui, e soltanto lui, le accorda?

Non vuol perdere il riflesso di sé che il padre le rimanda; uno specchio che la deforma rendendola unica, appunto. Non vuole, forse non può. Sì, è molto legata all’immagine che il padre ha di lei. Ma non è così per quasi tutti e tutte noi?

Lei era molto legata all’immagine che suo padre aveva di lei?

Non come Aleni, se è questo che vuol sapere, ma sì.

Tra i due, però, c’è come un’alleanza.

Perché hanno bisogno l’uno dell’altra.

Amore per necessità?

Anche.

Di questa alleanza, quindi, cosa mi dice?

Che sottrarsi a questo rapporto significherebbe tradire suo padre. È un ricatto costante, e di cui forse nessuno dei due è pienamente cosciente.

Di nuovo, quindi: amore per necessità?

È dipendenza reciproca e quindi anche amore per necessità.

Pur bambina, Aleni si sente responsabile per suo padre e per la sua gioia, ma sente anche il bisogno di una via di fuga laterale.

Perché crescendo avverte che quella vita appartiene più a lui. Riesce a capirlo solo crescendo: quei desideri sono i suoi, di Nico.

Le è successo, di ritrovarsi a lavorare per i desideri di altri?

Certo, soprattutto da piccola. Credo che, spesso inconsapevolmente, i genitori proiettino le proprie aspettative sui figli. Un lato della genitorialità, suppongo.

Sono tanti i genitori che vedono nei figli dei prolungamenti di loro stessi e, in casi del genere, è inevitabile che succeda.

Perché non riconoscerla in loro stessi, questa unicità, perché non lavorare in prima persona per i propri desideri?

È più facile credere in qualcun altro che in noi: non devi fare, ma solo tifare.

Tornando al tennis. In situazioni di agonismo come quelle che racconta, e che ha vissuto, cosa diventa il corpo agli occhi di chi quel corpo lo abita?

Il corpo in La mancina è fondamentale: tutto passa attraverso il corpo. La mia stessa esperienza di vita, e quella di tutti. Ma io ho sempre usato il corpo allenandolo alla disciplina, è così fin da quando ero bambina, l’ho educato alla ritualità, al sacrificio, alla fatica.

Dunque con il corpo ha un buon rapporto.

Oggi non ho un cattivo rapporto con il corpo, ma sento che è il primo canale di vulnerabilità. Sono più a mio agio nel linguaggio. E penso sia così anche per Aleni, che rifiuta il desiderio, se ne allontana.

Sempre a proposito dell’agonismo: l’altro invece cosa diventa? È solo un avversario?

L’altro è la misura di quello che si è o non si è.

La sconfitta?

Una rivalutazione identitaria; troppo spesso una svalutazione.

Ci si riesce ancora a divertire, praticando un sport in modo tanto serio?

Non rientra nella grammatica dello sportivo: si può parlare di competizione o di passione, ma il divertimento occupa una parte piccolissima. È tutto molto più legato alla volontà di superarsi, superare l’altro. Io, poi, non riesco troppo a godermi le cose, o a divertirmi nel senso comune del termine. Per me le passioni hanno sempre a che fare con l’identità, mi tirano sempre dentro. E il divertimento – quando c’è – non si separa dal resto, è sempre mischiato alla scoperta, alla paura, alla compassione, alla nostalgia e al dolore. È così anche per la scrittura.

Non riesce a divertirsi?

Oddio, messa così è un po’ tragica. No, riesco a divertirmi. Troisi mi diverte e guardare mia zia che lo imita.

Le analogie tra tennis e scrittura?

Penso siano tante. L’isolamento di quel tipo di pratica sportiva è molto simile a quello di chi scrive. E poi il primo antagonista di uno sportivo è se stesso, così come uno scrittore trova sulla pagina prima di tutto una sfida a sé stesso.

Il ricordo più bello legato al tennis? Il primo che le viene in mente adesso?

Ce ne sarebbero due, in realtà. Il primo riguarda il corpo: è il ricordo di sentire il fisico in uno stato di grazia, in armonia nei movimenti e nello spazio attorno a me.

Be’, si godeva il momento, quindi.

[Ride, ndr] Sì, in effetti sì. Ma vede, anche quello stato, quel momento, aveva a che fare con il raggiungimento di qualcosa, con un obiettivo andato a segno: dopo mesi di allenamenti, fatiche, disciplina, stavo giocando come volevo. In momenti come quelli mi sentivo soddisfatta.

Il secondo ricordo, invece? Mi ha detto di averne due.

Sì, ma ho cambiato idea: preferirei tenerlo per me.


La mancina (Bompiani 2026) è un romanzo di Giulia Della Cioppa

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