Quando prendiamo in mano la penna e verghiamo delle parole stiamo aggiungendo qualcosa al mondo. È un’esperienza sensoriale, che segue un pattern e che aiuta a rimettere ordine nel caos tutto intorno
Scrivere è il minimo di arte che sia concesso a ciascuno di noi. Possiamo dirlo anche così: siamo tutti artisti nel momento in cui prendiamo una penna in mano e le permettiamo di ridurre la complessità del mondo alla forma di un filo che cerca la strada.
Ma perché essere artisti?
Perché l’artista inventa. Ricerca la complessità e la esprime in semplicità, riducendo la confusione a ordine; individuando gli elementi primi. La complessità è combinazione e ricombinazione di quelli; è variazione inarrestabile dell’uno nel molteplice. E la variazione dona libertà. Per questo dobbiamo farci artisti. Per dirla con un grande poeta come Paul Valéry, che passò una vita a inseguire la poesia sforzandosi di non cadere nel “ruolo” di poeta, cioè nella fissità di una maschera, l’artista vale più dell’oggetto artistico. Quel che conta è l’impeto creativo: trovare l’essenziale e, variandolo, inventare immagini nuove. C’è rappresentazione e realizzazione più immediata dell’impeto creativo di una mano che corre e corre verso un imprendibile punto di fuga?
Impulso e movimento
Essere artista significa intuire un ritmo, che costituisce la sostanza di qualunque forma d’arte, compreso lo scrivere (il “soffio ritmico” o qi-yun dell’estetica cinese secondo cui la corrente vitale dell’universo deve circolare nell’opera e animarla tutta); intuire un’armonia segreta, un ordine invisibile, in cui ogni elemento sia da intendersi come preparazione del successivo e, di conseguenza, nessun elemento risulti accessorio. Scrivere è ritmare: combinare, raccordare, ordinare. Comporre, come in poesia o in musica. E nella composizione includere il compositore, cioè la persona scrivente.
Lo scrivente crea un insieme modulato. Più ancora dell’immagine finale, conta l’impulso, che, perennemente rinnovato, si sostiene in azione; conta il felice movimento della mano. Arte è un fare che non si realizza mai pienamente, ma insegue sempre nuove occasioni per accadere.
Il gesto di scrivere muove da ere lontanissime e continua a voler percorrere pezzi di spazio per il puro piacere di percorrerli e, ripetendo a ogni rigo l’andare, misura, compone, dispone; e, così, amministra pieni e vuoti, scopre successioni, livelli, orizzonti e vette, rendendo il bianco del foglio una zona in cui esistere e far esistere.
Si obietterà che nessuno, scrivendo, scrive intenzionalmente per essere artista, a meno che non abbia interessi o compiti da calligrafo. L’intenzione artistica, in verità, sta nella natura stessa dell’azione di scrivere, calligrafi o no che siamo o ci impegniamo a diventare, e indipendentemente dalla funzione pratica dello scrivere.
Quando buttiamo giù la lista della spesa o una pagina di diario o una lettera o un appunto, noi non stiamo solo riportando sulla carta un messaggio, cioè una serie di segni convenuti che andranno pronunciati e intesi in un certo modo, secondo le regole dell’ortografia e della grammatica, perché formino un messaggio, ma stiamo anche compiendo qualcosa di profondamente autonomo e originale, che non ha altre finalità che il proprio accadere.
Il pattern
Scrivendo, noi facciamo accadere qualcosa; aggiungiamo qualcosa al mondo. Lo aggiungiamo in una certa forma. Questo è evidentissimo quando si scrive una poesia. Prima ancora di quel che comunica sul piano semantico, una poesia è una forma. I versi creano schemi o, per usare un bel vocabolo inglese, pattern: assetti visuali, geometrie, profili. Possiamo affermare che idealmente qualunque scrittura tende all’aspetto della poesia: è pattern.
Quando scrivo, il movimento della mia mano e la mia percezione del mondo sono interdipendenti, si determinano a vicenda. In quanto movimento, la mia scrittura è esperienza sensoriale. Limitata nello spazio della pagina, non sta unicamente nello spazio della pagina, perché, se deriva dalla mia conoscenza della realtà, la prepara anche.
Dunque, per quanto a disagio io sia o mi possa sentire nel cosiddetto mondo, lo sono comunque meno di quanto potrei esserlo se non cercassi ogni giorno di accomodarmi nel campo di un foglio. Là il corpo scarica le sue tensioni e le sue ambizioni nella forma di segni; e, di rimando, il foglio fa rimbalzare la forza dei segni sul mio corpo per mezzo di un vero e proprio spettacolo. Il caos si ordina, fuori di me e, per riflesso, dentro di me. C’è una relazione di reciprocità benefica tra il foglio che ho davanti e il mondo cui cerco di appartenere un po’ di più e un po’ meglio. Il miglioramento dell’uno comporta il miglioramento dell’altro. Rinunciare al foglio e alla penna significa rinunciare a una possibilità di salvezza – la possibilità di rivelarmi a me stesso nella foggia che più mi rappresenti e che, libero di cambiare, io decida di darmi di volta in volta.
Espressione di sé
Quando scrivo, compio un autoritratto virtualmente infinito. A un certo punto, sì, metterò giù la penna, ma l’autoritratto non sarà concluso. E non appena riprenderò la penna in mano, l’autoritratto ricomincerà a perfezionarsi. Nello spazio del foglio rivivo puntualmente il rapporto che ho con la mia corporeità. Sto nella pagina, infatti, come sto nel mondo. Non solo: posso stare nella pagina come decido di voler stare nel mondo. Lo scrivere che altro accoglie se non il risultato di un’operazione somatica, di un movimento fisico, che traccia e, tracciando, mostra e orchestra e, quando operiamo con il massimo della consapevolezza, libera rivitalizzanti potenzialità?
Scrivendo, rappresento, prima che qualunque concetto, una dimensione totalmente personale. Lo scrivere è paragonabile all’emissione della voce. La voce articola parole, ovvero, attraverso quelle, messaggi, ma anzitutto articola sé stessa. Pronunciando parole, pronuncia la propria realtà. C’è però una differenza essenziale tra la realtà dello scrivere e la realtà della voce: la prima resta visibile; la seconda no. Lo scrivere compone un’opera che non svanisce. E così la mia solitudine smette di essere un fantasma tormentoso, un’astrazione angosciosa, una minaccia, rivelandosi il principio stesso della mia artisticità. E, se, scrivendo, sono effettivamente solo, assorbito dalla composizione dei segni, appartengo purtuttavia, al medesimo tempo, al mondo, che mi si offre collaborativo nell’aspetto del foglio di carta. Scrivendo, sono ritirato e no; sono io e no. Scrivendo, fuggo da tutto e ritrovo tutto. La mia società è lì – mi basta rendermi disponibile, sapermi disponibile.
Lo scrivere è via maestra all’espressione di sé e, dunque, alla libertà. Un mondo in cui più nessuno scriva può esistere solo in quanto laboratorio di repressione e di spersonalizzazione. Attraverso la difesa dello scrivere difendiamo il diritto alla diversità e all’originalità di ognuno. Quale persona, quando scrive, potrebbe scrivere con altra mano che la sua? I segni che lascia sul foglio possono appartenere unicamente a lei. I segni sono lei, quella persona. Belli o brutti, appartengono a lei, sono marchi di autenticità, di proprietà, di unicità, che, affermando una presa di posizione contro qualunque conformismo, diventano un volto.
Il testo è un estratto da Con una penna in mano. Il piacere necessario di scrivere, © Raffaello Cortina, 2026
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