Il Giardino Botanico di Singapore, fondato nel 1859 quando la città era una colonia britannica, contiene al suo interno altri due giardini: uno è quello Nazionale delle orchidee, e l’altro, il Giardino dei Vip, anche quello dedicato alle orchidee. I “vip” in questione sono per lo più i capi di Stato che si sono recati in visita ufficiale a Singapore, e che sono stati dunque omaggiati con un’orchidea ibridizzata per loro (e scelta o dai capi di stato stessi o dai responsabili del loro protocollo), e che porta il loro nome.

Così, si può vedere l’orchidea Thatcher, uno dei fiori più spigolosi immaginabili, o la Duterte, dal nome dell’ex leader filippino, Rodrigo Duterte, oggi all’Aja a processo per crimini contro l’umanità. È rosso sangue, neanche a farlo apposta, per un presidente che ha condotto una “guerra alla droga” che ha portato alla morte di decine di migliaia di persone.

Un ruolo politico 

Guardando al ruolo così apertamente politico dei fiori in questo giardino, che è peraltro di una bellezza straordinaria, mi sono venute in mente mille domande legate all’utilizzo che facciamo della natura: certo, la bistrattiamo, come se facendo così non distruggessimo prima di tutto noi stessi, ma anche, non sembriamo essere capaci di vivere di fianco ad altre specie senza per questo impossessarcene, se non altro a livello simbolico.

Da lì a chiedermi il perché dei fiori nazionali, il passo è stato immediato: quasi nessuno, in Italia, sa che il “nostro” fiore sia il corbezzolo (scelto durante il Risorgimento solo perché ha i fiori bianchi, i frutti rossi, e le foglie verdi…), mentre in Sri Lanka, per esempio, il nil manel, un tipo di ninfea d’acqua azzurrina, è conosciuto da tutti come il fiore nazionale.

Anche perché fu selezionato negli anni Ottanta, in piena guerra civile, e scelto fra i simboli del buddhismo: come a dire che anche con un fiore si può sancire l’esclusione di un’intera comunità, quella induista dei Tamil del nord dell’isola, contro i quali la discriminazione di cui sono oggetto è divenuta, in un certo senso, anche botanica.

Il nil manel dice ai Tamil del Sri Lanka che non appartengono davvero alla loro stessa terra. Di fiore in fiore, dunque, di pianta in pianta, passando per giardini imperiali oltre che giardini botanici, ho raccolto storie di come i fiori siano stati utilizzati come simbolo per imporre un certo tipo di cultura. Come fece il presidente nazionalista Chiang Kai-shek, per esempio, che riparò a Taiwan dopo aver perso la guerra civile cinese contro le truppe comuniste di Mao Zedong, e lì, volle imporre a una popolazione che poco si riconosceva con la Cina continentale, la cultura cinese più classica, declinata lungo le “virtù” attribuite al bocciolo di pruno.

Perché, mentre i fiori sbocciano indipendentemente da noi, li guardiamo, e diamo loro un significato: il fiore di pruno, che sboccia quando è ancora inverno, è stato descritto come perfetto rappresentante della “razza” cinese (ai tempi di Chiang Kai-shek, si parlava ancora così) in quanto capace di dare il meglio di sé nei momenti più duri. Chi va a Taipei lo vede: quando si comincia a cercare boccioli di pruno, li si vede dappertutto, che decorano il tetto della stazione centrale e innumerevoli altri edifici costruiti sotto il periodo della dittatura nazionalista.

Il movimento che più di altri ha sancito la fine della predominanza della cultura cinese classica sull’isola si chiama Movimento dei Girasoli, che, grande innovazione, non rappresenta nulla di particolare, ma un dono spontaneo di una fioraia che sosteneva gli studenti pro-democrazia che avevano occupato il parlamento.

Altrove, invece, che sia a Pechino o a Lahore, gli imperatori di dinastie andate hanno utilizzato i giardini sia per affermare la loro legittimità sulle popolazioni che governavano, sia per rincorrere immagini paradisiache dei perfetti giardini islamici, per l’appunto specchio del Paradiso, che per coltivare la loro nostalgia dell’Asia centrale. I primi sono i giardini degli imperatori Qing (1636-1911) che, in quanto mancesi provenienti dall’Asia del nord-est, furono considerati da molti come usurpatori dei regnanti Ming (1368-1644): con la costruzione del Giardino della Luminosità Perfetta fecero riprodurre alcuni dei paesaggi cinesi fra i più celebrati nella poesia e nell’arte del paese, mostrando alla nobiltà di essere raffinati come loro, e capaci dunque di apprezzare come dei veri intenditori le bellezze locali.

Oggi, il Giardino della Luminosità Perfetta non ha smesso di essere simbolico: distrutto nel 1861 da una spedizione imperialista francese e britannica, è divenuto uno dei luoghi in cui l’affermarsi politico, economico, diplomatico della Cina contemporanea passa anche da manifestazioni patriottico-nazionaliste, volte a non fare dimenticare le umiliazioni subite nel passato quando la Cina era più debole.

Sconsideratezza

Ma non si può parlare di fiori, alberi e giardini shttps://www.editorialedomani.it/tag/Pakistanenza constatare i disastri che abbiamo creato con la nostra sconsideratezza per il mondo naturale, nostra madre e sostegno: e così, i meravigliosi giardini di Lahore, costruiti dagli imperatori Mughal seguendo le regole architettoniche e paesaggistiche nate in Persia e affinate sia nell’impero Ottomano che in Hindustan, con i loro corsi d’acqua e padiglioni in marmo bianco e pietra rossa, diventano inaccessibili nei giorni in cui le principali città del Pakistan si ritrovano bloccate da un inquinamento così intenso da essere pericoloso per la salute umana. Tutti i luoghi pubblici vengono chiusi dalle autorità, giardini compresi: spesso, proprio quando è primavera, e le meraviglie Mughal di Lahore sarebbero al loro massimo splendore.

Con questo libro, Flower Power (Hopefulmonster) ho voluto visitare Pechino e Singapore, il Giappone e Taiwan, le Filippine e il Sri Lanka, e infine la Malaysia e il Pakistan, prendendo il punto di vista delle api, per provare ad uscire, per un momento, dalla nostra ossessione con noi stessi, e guardare quanto l’antropocentrismo totalizzante che ci caratterizza ci stia anche condannando a cambiamenti climatici che possono distruggerci.


Flower Power (Hopefulmonster 2026) è un saggio di Ilaria Maria Sala

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