La cugina di Clark Kent è un personaggio interessantissimo, ma dalla storia editoriale molto travagliata. Perché al posto di dare spazio alla complessità della sua figura viene spesso trattata solo come uno spin-off
Può sembrare strano ma Isaac Asimov e Supergirl hanno diverse cose in comune. La fantascienza, le stelle, gli alieni, robot e avventure nello spazio profondo. Ma soprattutto una persona, sulla Terra, chiamata Otto Binder. Scrittore originario del Michigan e nato nel 1911, Binder è stato tra i più grandi autori fantascientifici dagli anni Trenta fino alla sua morte all’inizio degli anni Settanta. Nel 1939, sulle pagine della rivista letteraria Amazing Stories, l’autore (sotto pseudonimo Eando Binder) ha pubblicato il primo di una serie di racconti con protagonista un robot.
Il titolo, neanche a dirlo, suona familiare perché è stato usato (non senza proteste da parte dello scrittore russo) come titolo per il libro pubblicato da Asimov nel 1950. E Binder è citato come principale fonte di ispirazione. Scritto in prima persona, I, Robot è uno sguardo sul mondo dagli occhi di un robot appena acceso, con un retrogusto alla Frankenstein di Mary Shelley ma con un piglio decisamente più futuristico: il dottor Link, che ha costruito il robot Adam Link, è morto dopo un incidente in casa. Tutti puntano il dito su Adam, perché è la “cosa”: il catalizzatore dei pregiudizi e delle paure, il diverso. Così viene inseguito, crivellato di proiettili e poi (colpo di scena) portato in tribunale.
Il “mostro” sotto processo, come sovente accade alla super-famiglia lungo la loro storia editoriale. Una storia che Binder ha vissuto appieno lavorando sulle testate più importanti della golden age fumettistica made in Usa, passando da Superman, Capitan America e Captain Marvel. Ma alla fine degli anni Cinquanta ecco il sodalizio artistico con il disegnatore Al Plastino (e poi Jim Mooney), e il conseguente arrivo in edicola di un personaggio incredibilmente rivoluzionario per l’epoca. È il maggio del 1959, e sulle pagine di Action Comics 252 debutta così Supergirl, la ragazza d’acciaio (una prova era già uscita nel ’58). Il suo alter-ego è Kara Zor- El, è la cugina di Superman (Kal-El) ed è atterrata sulla Terra molto tempo dopo rispetto al parente.
Bomba a orologeria
La differenza tra i due viene delineata subito. Il cugino è arrivato a Smallville, nel Kansas, in fasce. È Kriptoniano ma cresciuto da umano in mezzo agli umani. Il suo mondo natale è stato distrutto ma lui del padre, della madre, del suo pianeta, ha solo qualche ricordo sfumato o intermediato. Kara invece è partita più tardi, il pianeta Krypton non è subito collassato: un piccolo insediamento (Argo City) dell’avanzatissima civiltà kriptoniana era rimasto in vita. Così lei vive la sua adolescenza, ed è poi costretta all’ultimo a partire e abbandonare il pianeta, poi definitivamente distrutto.
Sembra una sottigliezza ma è tutta la differenza necessaria a rendere il personaggio di Supergirl un concentrato di sensi di colpa, rabbia e frustrazione pronto a esplodere. Lei è una bomba a orologeria, stanca del paternalismo di Clark (che nelle prime storie la vede come un intralcio e la esilia in un’altra dimensione per liberarsene), stanca di non trovare il suo posto nel mondo. Lei è la solitudine, l’ultima figlia di Krypton.
Una storia tormentata
Una solitudine evidente in tutta la sua storia editoriale e ora visibile anche nel film Supergirl, per la regia di Craig Gillespie e con protagonista Milly Alcock. Il cine-comic, arrivato nelle sale il 25 giugno, prende come fonte di ispirazione una delle avventure più belle della donna d’acciaio, quella scritta da Tom King e disegnata dalla fumettista Bilquis Evely. La donna del domani (Panini/Dc, 2022) continua a raccontare la ricerca di Kara di un suo posto nel mondo, aveva detto Evely a Domani, quando l’eroina vola su un pianeta con il sole rosso (che non alimenta i poteri dei kriptoniani a differenza del sole giallo terrestre) solo per una sbronza di compleanno, il 23esimo, finendo coinvolta in un’avventura spaziale che riflette sul tema della giustizia.
Quel fumetto è l’incoronazione di un personaggio nato per rivoluzione poi appiattito e sacrificato durante la Crisi sulle terre infinite (cioè l’evento che a metà anni Ottanta ha premuto il tasto “reset” all’universo Dc Comics), per essere infine ripreso negli anni Novanta in forma di un bizzarro angelo terrestre per la scrittura di Peter David.
Insomma, Kara nel corso della sua storia editoriale è stata decisamente bistrattata, finendo per essere un personaggio costola con villain derivati (vedi Lena Luthor, sorella di Lex Luthor. E al posto di Krypto, il super-cane di Kal-El, Kara ha Streaky, il super-gatto). Il film dei novelli Dc Studios avrebbe dovuto darle una nuova indipendenza, ma alla fine (nonostante ottimi propositi) la riassegna a costola di Kal-El, con una pellicola dal sapore amaro di spin-off (come fu il film del 1984 con protagonista Helen Slater). Alla fine, il cugino lo ha trovato il suo posto nell’universo pop, lei invece è ancora alla ricerca. A ora è una rivoluzione osteggiata, e quindi compiuta per metà. Un giorno, Kara, avrà piena giustizia sul grande schermo.
© Riproduzione riservata

