Il 16 luglio il Teatro Carignano di Torino celebra il centenario di un’eccellenza artistica radicatissima nel nostro paese. Nata a Budapest da padre ebreo, cresciuta in Italia e sfuggita alle leggi razziali, si è esibita nella prima trasmissione Rai
Uno spettro si aggira per il mondo: lo spettro dell’invecchiamento, l’ossessione della longevità. Come combatterlo? Ci vuole un quid misterioso. In Italia, paese dal primato europeo di anzianità, vantiamo un immeritato record. Nonostante la mestizia in cui versa la danza moderno-contemporanea, possediamo un’eccellenza artistica che in Giappone si chiamerebbe «tesoro nazionale vivente»: è Susanna Egri (Erbstein), una figurina leggiadra, attivissima come danzatrice-docente e coreografa. La luce dei suoi occhi azzurri e del suo sorriso onora quel Tanzt, tanzt, sonst sind wir verloren (Danzate, danzate, altrimenti siamo perduti), celebre frase di Pina Bausch con le sue profonde affinità filosofiche nietzschiane.
Grazie alla sua energia, Egri trafigge quel compleanno del 18 febbraio scorso, festeggiato più e più volte, e intende procedere oltre la centenaria celebrazione-evento del 16 luglio al Teatro Carignano per il festival “TorinoDanza Extra”.
Dopo la ballerina australiana Eileen Kramer, giunta a 106 anni ma scomparsa nel 2024, Susanna Egri, un secolo di vita, non ha più rivali. La competizione è però l’ultimo dei suoi problemi; il primo è mantenersi salda per continuare a insegnare tutte le mattine agli studenti della sua scuola, e creare coreografie.
La volontà del mare è la novità olistica, tra innovazione digitale e natura, da lei creata per l’evento al Carignano: diretta e musicata dal compositore Giorgio Ferrero è nata durante il montaggio di un film-documentario La ragazza che voleva tuffarsi, ancora in lavorazione. Il mare è un elemento ricorrente nei lavori della Egri, simbolo di libertà, resistenza, futuro, una parola che ama molto, anche se non rifiuta di raccontare il suo passato.
La vita
«Sono nata a Budapest da Ernő Erbstein, celebre allenatore di calcio ebreo agnostico e da Jolanda Hunter, ballerina di origine mongola e cattolica. I miei genitori vivevano la loro fede, o la sua assenza, con libertà e trasmisero alle due figlie valori d’indipendenza e libero pensiero. Nel 1928 diventammo nomadi in Italia, seguendo di città in città gli impegni di mio padre, che avrebbe voluto sbarazzarsi del suo cognome di origine ebraico – prussiana, associabile alla già ribollente Germania. Avviò procedure per una nuova identità, scegliendo il cognome ungherese Egri, ma nel mondo del calcio era noto come Erbstein, così mantenne i due cognomi. Nel 1938, ci stabilimmo a Torino; papà divenne la guida tecnica della squadra Grande Torino, e a noi bimbette furono concesse solo le scuole private; quelle pubbliche erano bandite per leggi razziali cui mi sentivo estranea; un anno dopo, l’inasprimento del fascismo ci costrinse a una fuga in Olanda e a un ritorno da profughi a Budapest. Lasciare il paese dove avevo vissuto ai due ai tredici anni, fu un’esperienza traumatica, equivalente alla perdita della mia identità».
Nello stesso anno Egri ricevette dal padre, poi scampato ai campi di concentramento, una toccante lettera in cui lo sportivo esortava la figlia a non abbandonare gli studi classici, la filosofia, l’arte, la musica. In un passaggio eloquente, scrive: «Pur nelle dolorose vicende e avversità, ti voglio a testa alta, forte di animo e spirito, con desideri cristallini, non attratti dal lusso, dal facile vivere per diventare poetessa, scrittrice, scienziata o qualcosa di simile».
Egri divenne danzatrice. Ama ripetere che sua madre le insegnò i primi passi di danza quando incominciò a camminare. Il resto, cioè balletto, folklore, metodo Laban, aperto a modern dance, jazz, composizione coreografica, lo apprese da molti, illustri, docenti della Scuola dell’Opera a Budapest, ma anche da americani, francesi e tedeschi dell’area espressionista. «Ero un’enciclopedia della danza», s’inorgoglisce, «e debuttai con successo in un lungo spettacolo solistico, Recital». «Una volta rientrata in Italia, però, compresi subito che la danza, non importava a nessuno; ero angosciata, senza lavoro».
La fama
Eppure dall’oggi al domani divenne famosa in Europa. In gita in Laguna, partecipò per puro caso a un’audizione. Bisognava creare i movimenti dell’Edipo Re di Sofocle per una produzione della Biennale di Venezia diretta a Londra e Parigi. Il regista, Guido Salvini, le disse subito che sapeva disegnare il suo corpo nello spazio. Così in un cast con Vittorio Gassman, Andreina Pagani, Arnoldo Foà e altri giovani, già celebri attori, si aggiunse la ventiduenne e sconosciuta Egri. Fu un trionfo.
Prima che la carriera di Susanna Egri diventasse un treno in corsa nel mondo, ci fu un tonfo nel baratro della disperazione. Il 4 maggio 1949, Ernȍ Egri Erbstein, insieme al Grande Torino, perse la vita nell’assurda tragedia di Superga, quando l’aereo su cui la squadra viaggiava si schiantò contro il poderoso bastione della Basilica piemontese. Susanna si strinse alla madre, che non si risposò più e alla sorella diventata psicoterapeuta, e moglie di Gianfranco de Bosio, regista teatrale e televisivo, fondatore del Teatro Stabile di Torino.
Pur non disdegnando l’altro sesso, anzi, (paragonò in modo non del tutto disinteressato il giovane Gassman al Davide di Michelangelo), Egri chiuse il capitolo matrimonio con un’unione lampo, «grave errore di gioventù» e un altrettanto veloce divorzio. Diceva e dice ancora «ho sposato la danza». Infatti, si unì in uno ius primae noctis finalmente al femminile, alla neonata tv italiana.
Quando lo schermo si accese, il 3 gennaio 1954, lo inaugurò ufficialmente esibendosi con il ballerino statunitense Norman Thomson in un passo a due da lei costruito sui temi del film Luci della ribalta di Charlie Chaplin. Inserito nel varietà Sette note, quel duetto fu sperimentato a lungo; Egri venne ingaggiata proprio per l’ormai nota abilità nel destreggiarsi in modi diversi nello spazio, in grado di istruire i cameraman di allora nei campi lunghi, primi piani, dettagli.
Poche le persone che all’epoca possedevano un apparecchio televisivo; perciò si radunavano in strada davanti ai negozi di elettrodomestici, commentando: «Perché danza lì mentre noi siamo sotto la Mole Antonelliana?». In seguito si cominciò ad apprezzarla non solo in tv, dove lavorò molto ma anche a teatro, con la prima compagnia, nata assieme alla sua storica scuola nel 1953 e la seconda troupe del 1999 fondata con l’indiano Raphael Bianco, espressione teatrale e produttiva della Fondazione Egri, divenuta l’anno scorso di Rilevante Interesse per la Danza.
I festeggiamenti
I festeggiamenti al Teatro Carignano contemplano Istantanee, una creazione avveniristica per il 1953 su musica percussiva (solo legni) dell’ungherese Paul Arma, composta di brevi flash, suddivisi in tre capitoli: Figure nello spazio, Solitudine, Rapporti. In mezzo, Cantata profana: il cervo fatato, dono di Bianco alle origini della sua talent-scout, su musica di Béla Bartók, altro ungherese e maestro di Arma, più Bridges of God, sempre di Raphael, ispiratosi al patrimonio della danza classica del suo paese. Per finire l’attesa creazione, La volontà del mare: il nostro «tesoro nazionale vivente» non se ne starà in platea a osservarla, bensì in scena. «Devo spiegare le tre parti di Istantanee, che ha fatto il giro del mondo con diapositive e luci particolari, assenti al Carignano».
In seguito si sentirà la sua nitida voce recitare in ungherese la fiaba del cervo bianco. «Mai dimenticare le proprie origini», consiglia questa forza della natura, non facilmente emulabile, come la sua parca alimentazione senza alcol, né fumo. In più a colazione: sempre peperoni crudi, su pane tostato, arricchiti con crema di formaggio, paprica e cumino. Un elisir di lunga vita? O per i comuni mortali, viatico per una sicura gastrite?
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