Hen (Kota)

La gallina ‘è’ un animale intelligente, al contrario di quanto pur sensatamente affermavano Cochi, Renato ed Enzo Jannacci. Lo si capisce dall’odissea ovipara firmata dal fuoriclasse ungherese Gyorgy Pàlfi. È l’epica Rivoluzione d’Ottobre di una pennuta che si ribella alla sua condizione (e perché no, classe) di eterna sfruttata. Si definisce proletario chi non possiede altro che la propria prole. Cos’è una gallina che non possiede nemmeno le proprie uova? Tra Die Hard e Das Kapital, Hen è il thriller di emancipazione di un’emarginata del pollaio (è nera) che da Papillon per vocazione sfugge al macello industriale massificato per conquistare il diritto a covare e veder crescere i propri pulcini. Senza l’upgrading di categoria de Il brutto anatroccolo, ma da combattente. Fidatevi, è un must.

The Long Walk

Dalla metafora distopica di uno Stephen King diciannovenne – tecnicamente il suo primo scritto, ma pubblicato solo nel 1979 con lo pseudonimo di Richard Bachman – è un horror che sembra scritto nelle e ‘per’ le settimane che il mondo sta vivendo. Cinquanta ragazzi estratti per lotteria partecipano ogni anno alla maratona motivazionale di un Nord America autocratico impoverito da una guerra suicida. Se scendi sotto le tre miglia orarie ti sparano in testa. È come Non si uccidono così anche i cavalli? di Sydney Pollack (1969) sotto steroidi. Il Francis Lawrence regista del franchise blockbuster Hunger Games si converte trionfalmente al low-budget. Si marcia tra panorami steinbeckiani del Midwest degni di Furore. E la ‘lunga marcia’ diventa laboratorio di dissenso, di rigetto dell’imperativo nazional-fascista (e capitalista) che è: Vincere.

Le città di pianura

Per i ritardatari del passaparola torna in sala l’Ufo di Francesco Sossai che ha dato – finalmente - una bella scrollata ai David di Donatello: tutti gli otto premi che contano. Il road movie ad alto tasso alcolico che vede protagonisti Carlobianchi (si scrive tutto attaccato) e Doriano è un camera-car attraverso il “cimitero ricchissimo” che si è ingoiato una terra e la sua civiltà umana. Sergio Romano e Pierpaolo Capovilla hanno la rassegnazione burlona di quella lost generation nata nei Settanta della floridezza e rottamata dopo la crisi del 2008, espulsa dalla produzione e ‘rimasta al bar’. È il mondo dell’edilizia dei geometri e delle mode importate a dazio zero. Più che un Ufo, un unicorno: non assomiglia a nessuna creatura cinematografica censita. Un anno fa avevo scritto che era il film più bello di Cannes. Un’Italia sensata lo avrebbe candidato all’Oscar.

Nino

Il minimalismo palpitante della francese Pauline Loquès alla sua opera prima è di quelli che lasciano il segno. Gran Premio della Giuria alla Festa del Cinema di Roma - dopo la Semaine de la Critique di Cannes - Nino (Théodore Pellerin) deve affrontare la difficile condivisione del tumore alla gola che gli hanno appena diagnosticato. Compie ventotto anni: come parlarne alla madre (Jeanne Balibar) e agli amici del cuore? A dirla così suona deprimente, ma è un racconto pieno di vita, di feste inopportune, di imbarazzi che appartengono a tutti e di umano calore. Gli aiuti arrivano: i più preziosi e i più imprevedibili. Cléo dalle 5 alle 7, capolavoro di Agnès Varda del 1962, è molto più che un riferimento. Loquès è una esordiente che si è guadagnata i cameo di star come Balibar e Mathieu Amalric.

Il caso 137

È il tipo di thriller politico che in Italia oggi non otterrebbe uno straccio di finanziamento pubblico. Dominik Moll e la sua protagonista Léa Drucker (miglior attrice ai César 2026) frugano nell’operato delle unità speciali mobilitate contro i gilets jaunes della Parigi del 2018. Tra i tanti casi piovuti sul tavolo di Stéphanie, ispettrice-capo dell’Igpn - che indaga sugli abusi commessi dai poliziotti- c’è quello di Guillaume Girard, ventenne colpito alla testa da un proiettile di gomma di un LBD 40. Danni gravissimi e permanenti. Ma il puzzle di Moll parte dalla ricerca di una giustizia impossibile per allargarsi al divario tra la capitale e il resto del paese, al senso di abbandono della provincia e alle diseguaglianze sociali croniche.

Yellow Letters

Berlino as Ankara, Amburgo as Istanbul: le città tedesche ‘interpretano’ le città turche nel film del turco-tedesco Ilker Catak, Orso d’oro alla Berlinale 2026. La denuncia del regime liberticida di Recep Tayyip Erdogan non è lost in translation. Le pratiche del bavaglio all’arte scomoda riguardano però, con le varianti del genius loci, aree crescenti delle vecchie democrazie occidentali, non esclusa la nostra. Quando una ‘lettera gialla’ di Stato può scaraventarti nella black list da un giorno all’altro, la libertà è già un fantasma. Il percorso di emarginazione di Derya (Ozgu Namal) e Aziz (Tansu Bicer) – lei attrice di teatro, lui regista impegnato e docente universitario- è da manuale. Lui per campare farà il tassista. Ma i resistenti hanno inventato l’Accademia di strada: insegnare comunque, open air, dove e quando si può.

Un poeta

Il colombiano Simòn Mesa Soto (Palma d’oro per il corto Leidi) nel suo secondo lungometraggio scarnifica il cannibalismo dei progressisti di casa sua. Commedia grottesca, ma di quelle al vetriolo. Oscar Restrepo (un indelebile Ubeimar Rìos, che non è un attore professionista) ha pagato ogni prezzo possibile alla sua incrollabile certezza di ‘essere un poeta’. Reintegrato nell’insegnamento per il rotto della cuffia, vede nel talento acerbo della sua allieva Yurladi – figlia del più miserando dei barrios- l’occasione per riscattarsi dal fallimento che è la sua vita. In prospettiva, c’è il miraggio di un premio letterario. Ma perché l’Eletta trascura i succulenti, mediaticamente fruttuosi, temi sociali da status diseredato? “Trova ciò che ami e lascia che ti uccida”, scriveva Charles Bukovski. Anche i club cosiddetti impegnati praticano lo sfruttamento.

La donna più ricca del mondo

Back to France: le relazioni pericolose tra Isabelle Huppert, Marina Fois e Laurent Lafitte (il vicino-violentatore di Elle, che per questo ruolo ha vinto il César) intrigano come una soap d’alta classe. Thierry Klifa romanza l’Affaire Bettencourt, lo scandalo politico-finanziario dell’impero L’Oréal che ha travolto ministri e presidenti (uno solo: Nicolas Sarkozy). E’una Succession sulla scala più sobria dei Paperoni europei e ha il respiro torbido di certi interni altoborghesi di Claude Chabrol, con il cinismo installato nel DNA. Klifa cambia i nomi, ma il Rasputin dandy di Lafitte – abusatore di faiblesse senile nella persona di Liliane Bettencourt - è delizioso da odiare. Da epigrafe il valletto Jérome: “I ricchi cercano di vivere come comuni mortali, ma vivono su un altro pianeta”.

Il Diavolo veste Prada 2

Entra nella Top Ten a puro titolo di allerta: cave sequel. Pastorizzato dal ventennio inattivo, purgato di satira, pepe e ferocia, con gli artigli di Miranda-Anna Wintour-Meryl Streep spuntati da un nail polish buonista, tradisce perfino i nostalgici della fashion a cinque stelle. Il dissennato rebranding è portatore sano di virus. Se fissi troppo l’orrida giacca con le nappine di Meryl, ti risucchia nel poltergeist. È un indumento inquietante. Può bucare lo schermo e confinarti innocente nell’universo parallelo delle nappine infestanti. Il Diavolo veste sponsor ansiosi di grande schermo. Brunello Cucinelli è fatalmente uno di loro.

Pecore sotto copertura (The Sheep Detectives)

Per simmetria con la gallina Hen - e sì, anche un po’per provocazione – raccomando un gregge cinematografico di origine letteraria (Glennkill di Leonie Swann, La nave di Teseo). Non c’è famiglia politicamente corretta che non abbia inculcato alla prole l’avversione per gli animali parlanti in CGI. Si sa che l’antropomorfizzazione disneyana è un insulto alla wild life. Sull’imprevisto successo del maialino Babe tra il pubblico adulto pesava anche il brivido della trasgressione. Il mystery ovino di Kyle Balda ha Hugh Jackman e Emma Thompson nel cast umano. Una Miss Marple di razza Shetland non è la sola attrattiva.

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