Tra paure per la salute e cambiamenti sociali, il vino in Europa sta perdendo sex appeal. Così la Commissione Ue cerca di spingerlo all’estero: saranno gli accordi di libero scambio con il resto del mondo, dall’Africa all’Asia all’America Latina, a salvare il vino europeo
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Gli accordi commerciali salveranno il mondo. Quello del vino, almeno. In Europa rossi e bianchi si stappano sempre meno, complici cambiamenti sociali che inducono i giovani a provare bevande diverse (birre o cocktail), immigrazione che porta uomini e donne di culture, abitudini e gusti diversi, e un crescente senso di nocività per la propria salute legato proprio all’assunzione di calici.
La risposta a tutto ciò appare dunque obbligata: vendere fuori Europa. Tanto più che la domanda mondiale per le bottiglie di qualità è in crescita, e dunque cavalcare la domanda può permettere di salvare l’economia delle aree rurali, zona di provenienza della tante etichette Doc e Docg.
Dati e tendenze del resto parlano chiaro: con un consumo totale di circa 110 milioni di ettolitri negli ultimi cinque anni, la quota dell’Ue sul consumo mondiale di vino è diminuita dal 59 per cento al 48 per cento. Un calo dell’11 per cento trainato dal cambio di abitudini di adulti e giovani. Allo stesso tempo, però, il valore delle esportazioni del «made in Europe» è triplicato negli ultimi due decenni e il vino è diventato il terzo prodotto agroalimentare per valore esportato, rappresentando l’8 per cento delle esportazioni agroalimentari dell’Ue nel 2023.
Inoltre, nel corso di questo secolo il volume delle esportazioni dell’Ue è aumentato del 61 per cento, passando da 20 milioni di ettolitri a 32 milioni di ettolitri, e il valore delle esportazioni è più che triplicato, da sei miliardi di euro a quasi 18 miliardi di euro.
La strategia dell’Ue
La domanda interna si contrae mentre quella esterna cresce, ed ecco la strategia della Commissione europea per salvare il vino: favorire l’aumento delle esportazioni verso Paesi terzi. È in quest’ottica che vanno visti i tanti sforzi profusi dall’esecutivo comunitario per siglare accordi di libero scambio. Le analisi della Commissione per il mercato enologico rilevano «opportunità di crescita nei mercati emergenti come Africa, America Latina e Asia orientale».
In tal senso l’accordo di partenariato economico con l’Indonesia concluso a settembre 2025 ha aperto il mercato del principale paese musulmano ai vini europei. Attualmente è in corso il processo di finalizzazione giuridico, ma a partire dal 2027 i produttori europei potranno vendere 1.985 tonnellate di vino con un dazio minino del 5 per cento in Indonesia.
È prevista per la fine dell’anno l’entrata in vigore dell’accordo di libero scambio con il Messico nella sua versione aggiornata. Un appuntamento a cui guardano con interesse i produttori di vino europei, visto che il nuovo accordo elimina tutti i dazi per le bottiglie vendute sul mercato messicano. È invece in vigore dal 1° maggio di quest’anno, seppur in via provvisoria, l’accordo commerciale tra Unione europea e Mercosur.
I produttori di vino possono quindi già vendere in Argentina, Bolivia, Brasile, Paraguay, Uruguay bianchi, rossi e rosati a dazio zero – contro le tariffe fino al 35 per cento del valore attualmente in vigore – in un mercato con 270 milioni di consumatori. Vuol dire eliminare 43 miliardi di euro di spese aggiuntive per poter vendere il prodotto, soldi che possono essere reinvestiti per far crescere la propria attività. Per il «made in Italy» solo questo accordo vuol dire tutela per 31 marchi Doc e Docg, dal Barbaresco al Chianti, passando per Valdobbiadene, Valpolicella, Marsala e Lambrusco.
Sullo sfondo c’è poi l’accordo di libero scambio siglato il 27 gennaio di quest’anno con l’India: per il vino vuol dire l’eliminazione dei dazi attualmente al 150 per cento del valore delle bottiglie. In un mercato da 1,5 miliardi di consumatori, bianchi, rossi e frizzanti saranno venduti con tariffe di appena il 30 per cento per i marchi di fascia media e del 20 per cento per quelli di fascia alta, non appena l’intesa diventerà pienamente operativa, a inizio 2027.
Gli altri accordi
Ci sono poi altri accordi commerciali a cui la Commissione europea lavora per spingere ancora di più il vino europeo: è il caso di Thailandia, Malesia e Filippine. Prima ancora, però, si attende l’entrata in vigore di accordi commerciali già siglati ma mancanti della doppia ratifica da entrambe le parti. Per il mercato del vino, nello specifico, ci sono in questo limbo ben 18 paesi africani (Benin, Burkina-Faso, Burundi, Capo Verde, Gambia, Guinea, Guinea-Bissau, Liberia, Mali, Mauritania, Niger, Nigeria, Ruanda, Senegal, Sierra Leone, Tanzania, Togo, Uganda).
Non è affatto un dettaglio, perché, rileva la Commissione europea, «sebbene attualmente rappresentino una piccola frazione del mercato (complessivamente il 2,9 per cento delle importazioni nel 2023), il potenziale di Africa e America Latina come mercati appare elevato, grazie al basso consumo pro capite attuale e alla crescita demografica prevista».
Africa e America Latina hanno registrato tassi di crescita annua significativi nel valore delle importazioni di vino, rispettivamente del +16,1 per cento e del +7,3 per cento in media all’anno nel corso del XXI secolo, ma il potenziale di crescita, grazie anche all’azzeramento dei dazi, rappresenta un’opportunità per l’intero settore viti-vinicolo europeo.
La rivoluzione commerciale del vino appare in corso, e questa è una buona notizia per l’Italia. Perché l’Ue è leader nelle esportazioni mondiali di vino, ma a livello Ue Francia, Italia e Spagna insieme dominano ampiamente (84 per cento del valore delle esportazioni Ue, 60 per cento del valore delle esportazioni globali). Considerando che gli Stati Uniti sono il principale mercato di vendita e che questo mercato è in contrazione, sarà il commercio col resto del mondo a salvare il vino europeo.
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