A Linda Sarki Johnson, coreografa nigeriana, è stato negato l’ingresso nel nostro paese. Insieme a Diana Odhiambo (Kenya), Stèphanie Mwamba (Congo), doveva partecipare al progetto internazionale Bambu nell’ambito del Romaeuropa festival
Costruire ponti tra Italia e paesi africani significa anche interrogarsi sugli ostacoli che continuano a separarli. Il visto negato dal consolato italiano a Linda Johnson Sarki, la coreografa nigeriana selezionata per la seconda edizione di Bambu, le ha impedito di raggiungere l’Italia e presentare il proprio lavoro al pubblico europeo. Una contraddizione che attraversa un progetto nato proprio per favorire l’incontro tra culture e costruire una rete di relazioni umane attraverso le arti performative.
«Abbiamo usato gli occhiali sbagliati per guardare una certa parte del mondo», spiega il coreografo Roberto Castello, ideatore del progetto. «C’è stato un gravissimo equivoco al tempo dello schiavismo e del colonialismo, perché gli europei non hanno capito gli africani, per diversità linguistiche e culturali. La dimensione orizzontale nelle relazioni sociali, la coesistenza degli esseri umani che trovo in Africa dovrebbero stimolare in tutti noi occidentali un modo diverso di pensarci nel mondo».
È da questa riflessione che prende forma Bambu, progetto realizzato dalla compagnia di danza Aldes, che per il secondo anno mette in relazione artisti e operatori culturali italiani e africani. Da un lato una tournée nazionale, inaugurata l’8 ottobre al Romaeuropa Festival, che avrebbe dovuto coinvolgere tre danzatrici, rimaste ora in due: Diana Odhiambo (Kenya), Stèphanie Mwamba (Congo); dall’altro il convegno internazionale “Le ragioni di un Piano Piaggia – Per una cooperazione culturale paritaria e non predatoria con l’Africa subsahariana” in programma il 3 e 4 novembre a San Gennaro (Capannori). Due percorsi complementari, accomunati dalla volontà di allargare lo sguardo, oltre una prospettiva eurocentrica e immaginare forme di cooperazione che non riproducano le gerarchie del passato.
Le tre coreografe, selezionate da un gruppo di direttori artistici di festival africani e italiani, affrontano da prospettive diverse l’universo sociale e artistico africano, mettendo in dialogo tradizione e contemporaneità, memoria e trasformazione.
Il convegno
Per la prima volta di fronte al pubblico europeo con un lavoro personale, a salire sul palco sono state solo in due. «Quando ho visto che nel programma avevano selezionato tre donne ero così entusiasta», racconta Diana Odhiambo. «In Africa non sono molte le donne che riescono ad avanzare nella loro carriera, quindi se hai l’opportunità di farti notare e le porte improvvisamente si chiudono, è davvero straziante perché a quel punto non dipende più da te».
Per le artiste, presentare il proprio lavoro all’estero significa confrontarsi con altri contesti, ampliare i propri orizzonti e costruire nuove relazioni. Ma il viaggio non è soltanto una possibilità di affermazione individuale: può diventare anche uno strumento per alimentare la scena culturale nel proprio Paese. Odhiambo vive a Kisumu, in Kenya, e studia danza contemporanea all’École des Sables, in Senegal, dove ha potuto incontrare artisti e danzatori provenienti da diversi Paesi. Quando torna a casa, mette ciò che ha imparato a disposizione dei più giovani che non hanno la possibilità di viaggiare.
È attraverso la danza che la performer affronta le diseguaglianze che attraversano la società africana. In Thin Line, intreccia movimenti tradizionali e contemporanei per portare alla luce le storie sottaciute delle madri africane e le lotte che riecheggiano nei corpi delle figlie.
Nel suo lavoro affronta anche la condizione delle giovani artiste africane, divise tra il peso delle aspettative culturali e il desiderio di costruire un futuro diverso. «Uso la mia esperienza personale per dare voce a quel silenzio che è stato normalizzato, sulle difficoltà delle donne nel mondo della danza fortemente dominato dagli uomini. In Africa la donna è la colonna portante della famiglia, quindi conciliare la carriera con l’essere madre e moglie è molto dura. Questa struttura rigida è stata creata per favorire principalmente gli uomini e credo che parlarne, attraverso il corpo, metta in luce le sfide che noi donne affrontiamo ogni giorno».
Il corpo femminile è archivio di esperienze individuali e collettive anche in Kizazi (che significa utero) di Stéphanie Mwamba, dove l’intensità espressiva della danzatrice mostra insieme la vulnerabilità e il potere del femminile. La danza diventa un rituale di riconnessione con la forza creatrice che abita dentro ogni grembo, che è sia memoria che matrice. «Parlo delle donne di Goma, in Congo, un territorio che vive in guerra da oltre 30 anni. Parlo delle violenze che subiscono e della forza che hanno ogni volta per rialzarsi, affinché anche la comunità internazionale si accorga di loro. Questa storia mi tocca da vicino perché è dove sono cresciuta. Voglio rendere omaggio alle donne che non ce l’hanno fatta, perché la loro lotta possa continuare attraverso di me». Mwamba ha iniziato a danzare da autodidatta perché a Goma non ci sono né scuole di formazione, né teatri. Il primo corso di formazione da danzatrice l’ha iniziato l’anno scorso in Senegal. Il suo obiettivo è costruire una scuola di danza che sia al tempo stesso un luogo per favorire la trasmissione tra ballerini di diverse generazioni, e residenza per la creazione artistica contemporanea.
Connettere esperienze
Le esperienze delle due coreografe restituiscono un significato concreto alla reciprocità del progetto Bambu, che non vuole farsi solo vetrina sull’Africa ma amplificatore e connettore di esperienze umane. Una relazione che dal palcoscenico si estende al confronto tra istituzioni e operatori culturali.
Il 3 e il 4 novembre, il convegno “Le ragioni di un Piano Piaggia” riunirà artisti, accademici, curatori, rappresentanti istituzionali e operatori culturali provenienti da Italia, Kenya, Nigeria, Sudafrica, Mozambico, Senegal, Burkina Faso e Tanzania. I diversi panel approfondiscono la storia e le prospettive della cooperazione culturale tra i due continenti, interrogandosi su come costruire relazioni che valorizzino le differenze anziché assorbirle in un modello dominante.
Il riferimento a Carlo Piaggia, esploratore ottocentesco originario del territorio di Capannori, richiama la possibilità di un incontro fondato sulla curiosità e sul rispetto per le culture altrui. Il dialogo prosegue intorno al valore sociale dello spettacolo dal vivo. «Io sono per una dimensione cameristica dello spettacolo – spiega Castello – altrimenti prevale la dimensione economica che tende a rendere funzionali le cose più banali. Lo spettacolo dal vivo è anche condividere un tempo, anche annoiarsi, non essere d’accordo, persino arrabbiarsi. Bisogna uscire dalla logica dell’esattezza binaria del digitale, la perfezione del vado e godo, cioè pago, quindi devo godere».
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