«Kirsten in Versailles» scrive Sofia Coppola su Instagram. Non è la foto ricordo di due amiche americane in gita alla Reggia francese ma l’inizio di una celebrazione importante. Il tempo che passa fa sempre impressione, ma quando la distanza tra il presente e un’opera che trasuda giovinezza si fa grande, l’effetto nostalgico colpisce con precisione martellante, anche chi non l’ha vissuto in prima persona. Non sarà un caso, infatti, che la mega star del pop GenZ Olivia Rodrigo, molto attenta alla cultura femminile e femminista, abbia scelto per Drop dead, il singolo di lancio del suo nuovo album uscito pochi mesi fa, un’ambientazione in pieno stile Marie Antoinette.

Vent’anni esatti ci separano dal film di culto della regista di culto, con l’attrice di culto del cinema “indie” di culto anni Zero. “Indie” si fa per dire, perché il concetto di indipendente a Hollywood, in termini di mezzi e budget, ha un valore abbastanza diverso da quello che diamo noi europei. E perché Kirsten Dunst, nonostante l’aura da diva d’essai molto chic che la avvolge, è una che ha fatto Jumanji e la trilogia di Spiderman di Sam Raimi, blockbuster di altissimo livello. Per non parlare di Sofia Coppola, che tutto aveva tranne che il curriculum e i geni di una underdog indipendente venuta dal basso.

Cool

Ma tra i punti di forza maggiori di Marie Antoinette, la ragione per cui nel 2026 brilla come nel 2006, c’è proprio questo innegabile duplice aspetto. La carica estetica di un film da cineforum con la portata produttiva di un kolossal, la commistione dosata con eleganza tra la magnificenza di un racconto epocale e il racconto gracile ed ingenuo della vita di una semplice ragazza. Detto altrimenti, la coolness dell’apparire indie pur essendo una pellicola che, per molti aspetti, possiamo considerare un classico di massa.

Quando uscì Marie Antoinette nel 2006 era chiaro sin da subito che Coppola aveva messo in piedi un’opera che sarebbe durata nel tempo, e che giustamente oggi viene riportata in auge, nonché in sala, sfruttando l’occorrenza dei due decenni andati, con proiezioni in giro, una mostra dentro Versailles (aperta dal 22 settembre al 24 gennaio 2027, al Petit Trianon), un libro e un documentario sul dietro le quinte del film, Making Marie Antoinette, girato dalla madre della regista Eleanor Coppola, e che sarà disponibile su MUBI.

Forte dei primi due successi, Il giardino delle vergini suicide e Lost in translation, confermati da premi e riconoscimenti di vario tipo, era evidente che per la regista newyorkese con il cognome importante e ingombrante fosse arrivato il momento di misurarsi con la grandezza. Ed è nelle gigantesche stanze di Versailles, infatti, che Sofia Coppola ritaglia lo spazio microscopico e avvolgente della vita di una adolescente. L’enorme struttura opulenta che incarna l’essenza stessa dell’ancien régime diventa con Marie Antoinette la cameretta di una ragazza che vuole solo appendere i suoi poster, parlare con le sue amiche e scegliere i suoi vestiti preferiti. È un’inversione del sogno teenager: se dalla piccolezza della propria stanza ci si immagina sognanti in scenari esagerati e impossibili, su cavalli bianchi, con principi azzurri, in spazi mentali che non tengono conto dei confini reali, la vita di Maria Antonietta vista dalla lente di Coppola è l’esatto opposto. Come vive una ragazzina che ha tutto l’immaginabile e oltre, ma che sogna in piccolo, cercando il conforto della normalità?

Female gaze 

Il tema non è inedito, chiaramente, ma a renderlo più interessante del solito è la biografia della stessa regista. La nepo baby d’oro del cinema americano, che esordisce sul grande schermo con un ruolo centrale dell’ultimo capitolo della trilogia de Il padrino, quello maledetto, tanto da prendersi persino la responsabilità del flop (non c’è bisogno di specificare che non fosse colpa sua), e che si riscatta agli occhi del pubblico che l’ha additata come figlia di papà diventando la it girl delle migliori sottoculture di fine anni Novanta, tra Marc Jacobs, Chemical Brothers e White Stripes.

Sofia Coppola è la Maria Antonietta delle nobiltà hollywoodiana, e vive, in termini di stimoli e mezzi cinematografici, nella Versailles della settima arte. L’aristocratica capitata per caso nel lusso e nella bellezza sfarzosa della reggia più famosa del mondo è proprio lei, con tanto di decapitazione da parte degli appassionati di Don Vito Corleone e famiglia che la accusavano di aver distrutto la sacralità della tradizione della saga paterna con una semplice scena venuta un po’ male, cioè quella in cui le sparano e cade, in effetti, in modo abbastanza goffo.

Il racconto tardo barocco della regina che è passata alla storia per la sua confusione tra pane e brioche diventa così la storia iper-pop di una giovane donna che può avere tutto ciò che desidera, tranne l’approvazione del mondo esterno; quella, tra una ghigliottina e una recensione impietosa, se la deve guadagnare. Nel caso di Coppola, possiamo dire che ci è riuscita egregiamente. Un po’ meno bene invece una delle protagoniste involontarie della Rivoluzione francese, ma è la nascita della borghesia europea bellezza, da qualche parte doveva cominciare.

Cosa è stato allora Marie Antoinette? Un film che nel 2006 faceva da doppia capsula del tempo, un tunnel tra la fine del Settecento, con gli abiti incredibili disegnati da Milena Canonero (che vinse l’Oscar con questo film) e le ricostruzioni fantasiose ma plausibili della vita di corte, in un tripudio di dolci pantagruelici, balli in maschera e acconciature a mo’ di capitello dorico, e il presente in cui uscì, con i prodotti della cultura giovanile contemporanea che fanno capolino tra gli oggetti d’epoca, Manolo Blahnik, Converse e colonna sonora da mixtape anni Zero con gli Strokes, Aphex Twin e gli AIR. Riaperta nel 2026, dà la misura di quanto si sia solidificata l’estetica di Sofia Coppola, e dell’influenza che ha avuto il suo female gaze sul cinema che è venuto nei vent’anni successivi.

© Riproduzione riservata