Emma Thompson aveva 36 anni quando per noi “diventò” la Elinor Dashwood del più incantevole adattamento austeniano per lo schermo, sceneggiatura firmata da lei e (incidentalmente) premiata con l’Oscar. La Elinor di Jane Austen è una diciannovenne. L’intero irripetibile cast di Ragione e Sentimento (Sense and Sensibility, Ang Lee, 1995) fu “invecchiato” per sintonia: il ventitreenne Edward Ferrars aveva i 35 anni di Hugh Grant, il quarantenne Colonnello Brandon aveva le 50 primavere del grande Alan Rickman, e così via. I Mr. Darcy scolpiti nell’immaginario dal grande e dal piccolo schermo – Lawrence Olivier (Orgoglio e Pregiudizio, 1940) e Colin Firth (miniserie BBC, 1995)  – erano entrambi più stagionati del loro modello letterario. Domanda: qualcuno si è mai lamentato?

Trent’anni dopo, Georgia Oakley restituisce il classico più o meno alla sua legittima fascia d’età, che opportunamente coincide con la Generazione TikTok. Con molta ragione e pochissimo sentimento. Contando sull’effetto-Austen, più potente che mai a duecentocinquantun anni dalla nascita dell’autrice, la rilettura esce da noi il 22 ottobre con Universal Pictures.

Ragione e Sentimento-bis

È una verità universalmente riconosciuta che dalla Rete promani un’insaziabile fame di yearning, di struggente desiderio romantico possibilmente represso e programmaticamente rinviato. La grande bouffe austeniana di questa fine 2026 risponde a una precisa domanda di mercato prevalentemente giovanile. Dal 26 settembre è su Sky la miniserie The Other Bennet Sister-Orgoglio e riscatto, spin-off da Orgoglio e Pregiudizio basato sul romanzo di Janice Hadlow che torna in libreria (La sorella dimenticata, Piemme).

Dal 3 dicembre Netflix risponde al fuoco con la rivisitazione di Orgoglio e Pregiudizio in sei episodi e la promessa di «uno sguardo fresco». Inutile trincerarsi dietro il fatidico “prima era meglio” o stracciarsi le vesti in anticipo perché il nuovo Mr. Darcy è biondo (il Jack Lowden lanciato in tv da Slow Horses, c’è chi lo vuole futuro James Bond). Ma i paragoni non sono evitabili, e la sterminata setta delle Austeniane Irriducibili attende con l’arma al piede.

Ragione e Sentimento 2026 è più esteticamente corretto del film di Ang Lee. Registra l’improvvisa precarietà economica delle quattro donne Dashwood nei costumi dimessi in cinquanta sfumature di grigio, nei lavori manuali delle ragazze, nel cottage scalcagnato al quale la spietata legge ereditaria di linea maschile le ha condannate.

Corretta è l’ambientazione Regency a cavallo tra fine Settecento e inizio Ottocento (il romanzo, firmato By A Lady, fu pubblicato nel 1811 ma Austen ne iniziò la stesura nel 1795). È stoico inibirsi ogni e qualsiasi luce artificiale di scena: solo candele e fuoco del caminetto. Il risultato è buio pesto, perfino nella sfavillante vita di società londinese. Sembra di stare davanti allo schermo con gli occhiali da sole. Elinor è Daisy Edgar-Jones, Marianne è Esme Creed-Miles, mamma Dashwood è la mitica Caitrìona Balfe di Outlander: non è colpa loro se la limpida razionalità di Austen stinge nelle brume di Cime tempestose.

Ma soprattutto Oakley (complice la sceneggiatrice Diana Reid) ti nega il lusso collaterale di ridere e odiare. La somma comicità sincronizzata di Imelda Staunton e Hugh Laurie (Mr. e Mrs. Palmer) spremeva l’arguzia succosa della pagina scritta, nel film di Ang Lee.

L’intero peso della macchietta kitsch nella rilettura è affidato agli sforzi di Fiona Shaw, gran veterana nei panni di Mrs. Jennings. Grazie all’appassionata aderenza austeniana di Emma Thompson abbiamo amato odiare la viscidezza di Lucy Steele (era Imogen Stubbs), la grettezza di Fanny Dashwood (Harriet Walker), la viltà di John Willoughby, quel fascinoso Greg Wise poi diventato compagno di Emma nella vita reale.

Tutti piaceri che non è più dato gustare, e forse tra i molti tradimenti del film questo è il più grave. Gli antipatici e le antipatiche di Jane Austen sono memorabili quanto le sue eroine. Qua sono fiacchi, sprecati, non viene nemmeno voglia di picchiarli. A titolo di consolazione la regista aggiunge al mai confessato idillio tra Elinor e il suo Edward un valzer (inesistente nel libro) che dovrebbe far palpitare. Peccato che il talento di George McKay (quello di 1917, Sam Mendes) sia sprovvisto tanto di questi romantici superpoteri che della goffaggine chic di Hugh Grant, suo predecessore, e che il ballo stesso si ispiri a quelle mostruosità coreografiche introdotte da Joe Wright col suo (brutto) Orgoglio e Pregiudizio. Non è brutto, questo Ragione e Sentimento. È solo superfluo.

Vorrei saper rendere per iscritto la luce negli occhi di Thompson quando mi rivelò –  era il 1993 – il lavoro in progress nei recessi del suo romanzo di culto. Il sogno ostinato di un’attrice che sapeva leggere e scrivere. Ne diede poi conto in un libro co-firmato con la produttrice Lindsay Doran, The Sense & Sensibility Screenplay & Diaries, prezioso per chi volesse infierire sul prodotto fresco.

L’altra sorella Bennet

Nessun vivaio di attori è più eccelso e costante nel tempo di quello britannico. Tant’è che almeno rifulge nella miniserie BBC – ora su Sky e NOW – dedicata a Mary, la più trascurabile, ottusa e pedante delle cinque sorelle Bennet. Stando a Orgoglio e Pregiudizio, Mary è irredimibile. Stando a Janice Hadlow – autrice di L’altra sorella Bennet dopo una vita da executive alla BBC – la sua figura di lettrice compulsiva, socialmente impresentabile e destinata alla miseria come tutte le non maritate meritava una fulgida riabilitazione.

Nei dieci episodi di The Other Bennet Sister-Orgoglio e riscatto Mary sfugge al bullismo materno per diventare brillante, speciale e quindi (?) corteggiata. C’è un dazio intrinseco, in questo sviluppo, e a pagarlo sono le Bennet ganze, Liz e Jane, dipinte come troppo occupate da sé stesse per rendere giustizia al brutto anatroccolo. Traduco: si piccona a man bassa il piedistallo della “nostra” Liz, alter-ego di J.A. e per proprietà transitiva di ogni sua devota lettrice. Spoiler: ci si arrabbia parecchio.

Premesso che l’intera faccenda suona come un illecito letterario e morale, la miniserie va giù che è un piacere (guilty, s’intende). Perché la (finora) sconosciuta Ella Bruccoleri è meravigliosa. Non solo è brava ma rende plausibile ogni impalpabile sussulto di romance. È la lezione che il cinema inglese in generale e la BBC in particolare si sforzano invano di impartire ai casting del pianeta: le potenzialità empatiche della non-bellezza, antidoto ai codici standardizzati. Vale anche per il suo beau Dònal Finn, altro “bruttino” che buca lo schermo.

Le violazioni imperdonabili del Sacro Testo sono infinite. Si assiste allo sdoganamento di Mr. Collins – proprio lui, il vassallo servile di Lady Catherine de Bourgh – che si rivela umano e dolente, lettore di Aristotele e dedito a meditazioni sulla Felicità (concetto che esula dall’orizzonte del personaggio austeniano). Si offre una seconda chance perfino all’orribile Caroline Bingley. Tutti perdonati.

Tagliare le unghie a Nostra Signora del Romanzo, riabilitare gli stronzi, dev’essere l’ultimo grido in fatto di rivisitazioni austeniane. Travolgente successo in UK, con extra natalizio in arrivo. La fedeltà ai classici in fondo è un’opinione.

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