Il romanzo di Emily Brontë trova nell’adattamento della regista Fennell una nuova originalità; mettendo al centro non Heathcliff bensì Catherine e facendo ricadere su di lei l’intera responsabilità della tragedia. L’opera mostra un mondo disfunzionale, ben lontano dall’idea circolata per anni di un melodramma sull’amore impossibile
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Con più di trenta adattamenti cinematografici dal 1920 ad oggi, Cime tempestose è uno dei romanzi ottocenteschi più spesso trasposti al cinema. Tuttavia, come viene incessantemente ripetuto, in modo molto infedele. Ovvero trasformando il testo originale di Emily Brontë – un vero e proprio romanzo del terrore – in un melodramma sull’amore impossibile.
Ma se la protagonista Catherine non riesce a essere fedele a suo marito, perché dovrebbero essere fedeli gli adattamenti? Scacco matto, filologi. La struttura alare di Cime tempestose non ci permette di struggerci, ma noi non lo sappiamo e ci struggiamo lo stesso.
Heathcliff in bianco e nero
Prevedibilmente, l’uscita nelle sale del film di Emerald Fennell, con Margot Robbie e Jacob Elordi, è stata accompagnata dalle polemiche. Ad esempio: perché il personaggio di Heathcliff, che nel romanzo originale di Emily Brontë è descritto come scuro di pelle, è stato interpretato dal bianchissimo Jacob Elordi? Come nel celebre adattamento cinematografico del 1939 con Laurence Olivier fino a quelli con Ralph Fiennes e Tom Hardy, e con l’unica eccezione di quello del 2011 con James Howson, i registi hanno scelto di ignorare quella descrizione.
La polemica si inserisce in un dibattito più ampio sulla rappresentazione delle minoranze: come includere i discendenti occidentali di stirpi africane o asiatiche in un canone artistico che non aveva previsto nessuno spazio per loro? Si potrebbe cominciare, appunto, non “invisibilizzando” quei personaggi che erano effettivamente neri. Nel corso dei secoli l’immaginario occidentale ha sbiancato Gesù e Sant’Agostino, Puškin e Dumas. Il problema è che spesso i neri della letteratura non erano personaggi molto positivi: pensiamo a Otello e alla sua gelosia patologica.
Siamo realisti: Heathcliff è un uomo grezzo ed animalesco, e rappresentarlo come un afroamericano non avrebbe certo giovato alla causa dell’inclusione. Anzi, avrebbe messo in piena luce un sottotesto razzista del romanzo che Hollywood aveva consegnato al meritato oblio. La regista ha trovato una soluzione più ingegnosa, distribuendo le quote di diversità ai due attori che interpretano Edgar Linton e la governante Nelly. Una soluzione in stile Bridgerton, la serie Netflix che popola la buona società inglese dell’Ottocento con attori neri, in barba (di nuovo) alla noiosa filologia. A cosa serve, d’altronde, un’opera d’arte, se non a offrire alla società uno specchio in cui riconoscersi?
Adattamento mancato, film riuscito
Le polemiche non hanno impedito al nuovo Cime tempestose di essere un successo, e con buone ragioni. Alla maggioranza delle spettatrici le cautele filologiche sono parse pretestuose: a noi interessa vedere sullo schermo quella danza di amore e vendetta entrata nell’immaginario collettivo grazie a Hollywood e con buona pace di Brontë. Come già nella lettura che ne fece Georges Bataille, si tratta di una celebrazione dell’Eros violento che sfida la morte e la morale sociale. Fennell ne coglie totalmente lo spirito e lo aggiorna all’estetica del 2026, firmando un folk horror coinvolgente. Anacronistico in tutto e per tutto - ma sempre meno di Hamnet che descrive una famiglia del 1500 come fosse una coppia newyorkese col marito in viaggio d’affari.
L’originalità di questo adattamento consiste nel mettere al centro non Heathcliff bensì Catherine, facendo ricadere su di lei l’intera responsabilità della tragedia. Fin dalla scena in cui lei, bambina, accoglie il trovatello e lo battezza, è chiaro che il suo presunto amore è invece una morbosa brama di possesso: Heathcliff è un bambolotto interamente forgiato da lei.
Come il professor Higgins con la sua My fair lady, ma a generi invertiti, Catherine è il Pigmalione del suo fratello e amante; prima lo istruisce e poi pretende devozione assoluta. Il personaggio interpretato da Margot Robbie – non a caso anche produttrice del film – ambisce a essere madre, sorella e moglie, imponendo a Heathcliff una tossica relazione di dipendenza che lo trasforma in mostro.
È qui che la metafora coloniale uscita dalla porta del casting rientra dalla finestra. Catherine è Robinson Crusoë e Heathcliff il suo Venerdì, intrecciati in una dialettica servo-padrone che contamina l’intero corpo sociale. Metterci un attore nero sarebbe stato fin troppo didascalico. Invertire i generi, troppo scoperto. Ma basta unire i puntini, e l’opera torna ad essere uno specchio delle nostre contraddizioni.
Il romanzo dell’incesto
Ma di cosa parla davvero il romanzo di Emily Brontë? Nell’ultimo secolo si sono succedute innumerevoli letture, che non hanno scalfito l’enigma bensì lo hanno alimentato. Se Cime tempestose ha indubbiamente la struttura di una tragedia greca, non è immediatamente evidente quale ne sia il nodo. In effetti Brontë lo ha dovuto nascondere, per non incorrere nella censura: quel nodo è l’incesto, eredità di un mondo premoderno inquietante.
Heathcliff viene presentato come un trovatello ma con poco sforzo la critica lo ha identificato come figlio illegittimo del signor Earnshaw. Da qui il conflitto mimetico con Hindley, il primogenito, che teme vengano usurpate le sue prerogative. Questo schema è noto nella letteratura inglese, poiché è quello del Gorboduc di Norton e Sackville, l’opera fondatrice del teatro rinascimentale. Il peccato originale del signor Earnshaw è di avere iscritto Heathcliff in una condizione sociale e giuridica indeterminata, né familiare né estraneo. Approfittando di questa indeterminatezza l’erede legittimo, alla morte del padre, relega il suo concorrente al ruolo di servo, con ciò stesso occultando la sua familiarità e quindi il potenziale incesto.
Ma l’incesto che non si consuma tra Catherine e Heathcliff viene solo rimandato. La seconda parte del romanzo, raramente trasposta al cinema, mostra quello che succede alla seconda generazione: dai matrimoni incrociati tra Catherine Earnshaw e Edgar Linton, e tra sua sorella Isabella Linton e Heathcliff nascono due cugini doppi, Catherine e Linton, che si sposano tra loro. E quando Linton muore, Catherine sposa il terzo cugino Hareton, ovvero il figlio di suo zio Hindley. Tutti questi cugini amanti condividono il pool genetico degli stessi tre o quattro nonni, e sono quindi geneticamente simili a dei fratelli, in una incessante endogamia.
Il mondo di ieri
Jane Austen, che nei suoi romanzi ha descritto un ideale illuministico di ordine amoroso spontaneo, avrebbe sicuramente odiato Cime tempestose, che invece mostra un universo profondamente disfunzionale. Non è un caso che Brontë ambienti la sua storia più di mezzo secolo nel passato, in un crepuscolo di Settecento che assomiglia al Medioevo.
Il mondo descritto da Brontë è quello decadente degli Yeomen, i piccoli proprietari terrieri indipendenti. Nelle isolate valli dello Yorkshire del Settecento, le strade erano impraticabili e i matrimoni avvenivano quasi esclusivamente tra famiglie delle fattorie vicine, portando a reti di cugini che si incrociavano per generazioni.
Gli Earnshaw, sulla cui abitazione è incisa come data di fondazione l’anno 1500, sembrano incarnare una secolare tradizione di consanguineità; l’alcolismo e la fragile salute nervosa dei fratelli Hindley e Catherine potrebbero essere esse stesse delle tare risultanti da secoli di rimescolamento dello stesso brodo genetico.
Oggi sappiamo che lungi dall’essere un tabù universale come insegnavano gli antropologi fino a qualche tempo fa, l’incesto ha continuato a essere praticato ai margini della società, come aberrante strategia di conservazione del patrimonio e dell’identità.
Più che a una commedia romantica, la trama di Cime tempestose fa pensare a film come Non aprite quella porta di Tobe Hooper, che descrivono il mondo rurale come popolato da famiglie disfunzionali dedite alle più turpi atrocità. Forse l’erede diretto di Emily Brontë è il Lovecraft de L’orrore di Dunwich, dove la consanguineità di una famiglia isolata dal mondo produce una prole non più umana. Trasformare questo materiale morboso in una Dark Romance per adolescenti può sembrare una forzatura. Ma non sottovalutiamo gli adolescenti: chi meglio di loro comprende l’orrore del sangue, dell’isolamento e della perdita dei confini umani?
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