Ci sono giornate che sembrano scritte apposta per confermare quello che ho provato a raccontare in Verosimile. A fine luglio, Elon Musk si è intromesso nel caso di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a 14 anni e 9 mesi per aver ucciso due rapinatori in fuga, e liquida la sentenza della Cassazione con un post da poche righe: «Sono il giudice e il pubblico ministero a meritare quella condanna». E ancora, i video generati con l'intelligenza artificiale che trasformano Roberto Vannacci in un condottiero romano che ordina l'esecuzione dei suoi avversari politici nell'arena, tra applausi di un pubblico digitale e la polemica, puntuale, delle opposizioni.

Episodi lontanissimi per contenuto, identici per meccanismo. E quel meccanismo, pensateci bene, non riguarda più solo l'informazione: riguarda la politica stessa, che ha smesso di essere un'attività che produce decisioni, per diventare sempre più un'attività che produce contenuti. Ed è questo lo slittamento che considero il vero cuore del mio libro.

Il caso Roggero non è, di per sé, una notizia falsa. È un fatto giudiziario reale, complesso, che meriterebbe un dibattito sul confine tra legittima difesa e reazione sproporzionata. Ma quello che accade quando Musk lo commenta da San Francisco non è un contributo al dibattito: è una semplificazione totale, un cortocircuito emotivo che trasforma una sentenza di tre gradi di giudizio in un tweet da poche parole, condiviso da milioni di persone che non leggeranno mai le motivazioni della Cassazione.

E qui la cosa interessante non è tanto Musk in sé, quanto la rapidità con cui la politica italiana - maggioranza e opposizione, governo e Csm - è stata costretta a reagire sui suoi tempi, con la sua stessa grammatica: la battuta, la citazione riportata, il commento a caldo. Non conta più cosa dicono i giudici nelle centocinquanta pagine di motivazione. Conta chi urla più forte, e con quale megafono, in quale finestra di ventiquattro ore prima che l'algoritmo passi ad altro. L'informazione non è più un servizio pubblico, è un'arena, e in quell'arena non vince chi ha ragione ma chi produce il contenuto più virale. Ma oggi aggiungerei una cosa: anche la politica ha imparato a muoversi da protagonista in quella stessa arena, non più da spettatrice.

Un passo oltre

Il video di Vannacci porta lo stesso meccanismo un passo oltre, e lo fa nel modo più esplicito possibile. Qui non c'è nemmeno più un fatto di partenza da distorcere: c'è una scena che non è mai esistita, generata pixel per pixel da un'intelligenza artificiale, eppure perfettamente plausibile, perfettamente "verosimile". Vannacci in abiti imperiali, Meloni tra gli spettatori, Conte e Schlein legati al centro dell'arena: un'immagine che tecnicamente è satira, ma che circola con la stessa forza, la stessa grammatica visiva, di un fatto vero.

E la difesa è sempre la stessa, quella che io chiamo il "bluff che resiste allo smascheramento": si prendano un antistaminico, è solo satira, è chiaramente irreale. Ma nel frattempo il video di slopaganda ha già fatto il suo lavoro, ha già acceso lo scontro, ha già prodotto l'unica cosa che conta davvero in questa economia dell'attenzione: l'engagement.

Ecco il punto che mi interessa di più, ed è più complesso di come sembra a prima vista: nessuno, in questa vicenda, ha davvero bisogno che il video venga creduto vero. Funziona anche, e forse soprattutto, come dichiarazione di appartenenza, come segnale tribale mandato a chi già la pensa in un certo modo: un modo per dire "siamo noi contro loro" senza doverlo argomentare, semplicemente mettendo in scena l'annientamento simbolico dell'avversario.

È la stessa logica per cui un politico oggi non si misura più (solo) sui contenuti di un programma, ma sulla capacità di produrre la clip, la reazione, il momento che si presta a essere ricondiviso con indignazione o con entusiasmo: la sostanza del messaggio conta meno della sua capacità di far scattare un'emozione, di preferenza forte, di preferenza immediata. Ho scritto in Verosimile che siamo entrati nell'era del bluff che resiste allo smascheramento; aggiungerei che siamo anche entrati nell'era in cui la politica si valuta, sempre più, con le stesse metriche di un social network: quante condivisioni, quanto sdegno, quanta soddisfazione tribale in tempo reale.

Il peso della tecnologia

Non è un caso che entrambi gli episodi arrivino a ridosso di una fase politica calda. Non è un caso che uno coinvolga l'uomo più ricco del mondo, proprietario della piattaforma su cui ha scritto il suo commento, e che l'altro sia stato realizzato, a quanto pare, proprio con uno strumento di intelligenza artificiale generativa targato Musk. Il potere di oggi non passa più solo per i partiti o per i palazzi: passa per chi controlla gli algoritmi che decidono cosa vediamo, in che ordine, con quale intensità emotiva - e passa, sempre di più, per chi tra i politici impara più in fretta degli altri a produrre materiale per quegli algoritmi. È il tema che affronto nel libro parlando di tecnocrati, di piattaforme, di un'intelligenza artificiale che non si limita più a raccontare la realtà ma comincia a fabbricarla, fotogramma per fotogramma, e di una politica che si sta riorganizzando attorno a questa fabbricazione, non più solo attorno ai programmi elettorali.

La domanda che mi sono posto scrivendo Verosimile è la stessa che questi giorni mi tornano a porre con urgenza, forse con una sfumatura in più: che cosa resta del dibattito pubblico quando la politica stessa smette di distinguere tra il governare e il generare contenuto, tra la decisione e la performance? Quando un miliardario può processare a distanza la magistratura di un altro paese in poche righe, e un video mai accaduto può diventare comunque un fatto politico, con tanto di conferenze stampa e repliche indignate, che cosa rimane della capacità delle istituzioni di parlare con i tempi e i toni che meriterebbero questioni complesse come una sentenza di Cassazione o il confronto tra visioni di società diverse?

Non credo che la risposta sia smettere di indignarsi, né tantomeno smettere di verificare, raccontare, contestualizzare. Ma so anche che non basta più smascherare una bugia per farla sparire, perché oggi le bugie più efficaci non hanno bisogno di essere credute fino in fondo: basta che siano abbastanza verosimili da far dubitare, abbastanza emotivamente cariche da polarizzare, abbastanza rapide da costringere tutti a schierarsi prima ancora di aver capito che cosa sia realmente successo. Roggero e Vannacci, in fondo, sono due facce della stessa medaglia: il fatto vero trattato come uno spettacolo, e lo spettacolo inventato trattato come un fatto politico. Nel mezzo, non solo la nostra capacità di distinguere l'uno dall'altro, che si assottiglia un video dopo l'altro, ma anche l'idea stessa di che cosa debba essere la politica quando ha imparato a parlare, prima di tutto, la lingua dei social.


Verosimile. Perché non sai più distinguere i fatti dalle bugie (e non è colpa tua) di Andrea Pennacchioli. Paesi Edizioni, 2026, euro 14,25 

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