Scrittrice, giornalista, sceneggiatrice, Dorothy Parker è stata per decenni «l’unica signora al tavolo», l’intellettuale donna in circoli tutti maschili. Quella con la battuta pronta, sempre, in ogni occasione. Oggi non si desidera più essere come lei, ma prima che lo si guardasse troppo da vicino quel mito era bellissimo
- Questo articolo è tratto dal nostro mensile Finzioni, disponibile sulla app di Domani e in edicola
Dorothy Parker negli ultimi anni è stata riscoperta: nuove traduzioni in italiano e pure una biografia romanzata molto bella, quella di Gaia de Beaumont, Scusate le ceneri (Marsilio, 2019). Meno male, perché quando Nora Ephron scrive questo articolo la sua stella sta veramente tramontando.
Nata nel 1893, morta nel 1967, scrittrice, giornalista, sceneggiatrice, Parker è stata per decenni «l’unica signora al tavolo», l’intellettuale donna in circoli tutti maschili. Quella con la battuta pronta, sempre, in ogni occasione. Nell’articolo Ephron ricorda proprio un episodio su questa sua velocità di reazione. Parker rappresenta per Ephron, tuttavia, anche un passato che per fortuna non esiste più. Ephron non vuole più essere come lei e non lo sarà.
Una curiosità: in Italia la prima traduzione dei racconti di Parker, nel 1941, la fa Eugenio Montale, titolo Il mio mondo è qui. Novelle, editore Bompiani.
Vanessa Roghi
Undici anni fa, poco dopo il mio arrivo a New York, conobbi un giovane di nome Victor Navasky. In quel periodo Victor stava caparbiamente tentando di mettere su una piccola rivista umoristica chiamata Monocle, e si facevano parecchie riunioni. Alcune erano riunioni d’affari, presumo; non me le ricordo.
Quelli che ricordo bene erano incontri puramente mondani, e si tenevano perlopiù all’Algonquin Hotel. Ogni martedì sera alle sei ci ritrovavamo lì a bere e facevamo finta di essere la Tavola Rotonda dell’Algonquin (È il nome di un famoso circolo di scrittori, critici e attori che, fra il 1919 e il 1929 si riunivano quotidianamente a un tavolo dell’Algoquin Hotel scambiandosi battute e arguzie).
Io avevo già pensato a tutto: Victor faceva Harold Ross, Bud Trillin e C.D.B. Bryan si alternavano nel ruolo di Benchley, chiunque fosse il più grasso e il più scorbutico si beccava Alexander Woollcott. Io, ovvio, ero Dorothy Parker. Erano conversazioni molto alcoliche, molto stupide e molto compiaciute. Erano anche di una noia mortale, e la cosa mi turbava. Poi Dorothy Parker, che viveva a Los Angeles, rilasciò un’intervista all’Associated Press per il suo settantesimo compleanno, intervista che ho sempre considerato il punto di partenza del Revisionismo sulla Tavola Rotonda dell’Algonquin, e dichiarò che anche quella era stata una noia. E a quel punto mi sentii molto meglio.
In realtà Dorothy Parker non l’ho mai conosciuta davvero. I miei genitori, che facevano gli sceneggiatori, la frequentavano quando ero piccola, a Hollywood, e a sentire loro siamo state presentate a parecchie feste dove venivo trascinata fuori in pigiama per salutare gli ospiti. Non me lo ricordo, e sospetto che nemmeno Dorothy Parker se lo ricordasse. Ci siamo incrociate di nuovo quando avevo vent’anni. Lei era andata a trovare Oscar Levant, la cui figlia era mia amica d’infanzia. Era fragile, minuscola e scintillante, mi strinse la mano e mi disse che da bambina avevo una criniera di riccioli neri.
Si dà il caso che fosse mia sorella Hallie quella con la criniera di riccioli neri. Come volevasi dimostrare. Ma non è questo il succo. Il succo è la leggenda. Ci sono cresciuta e l’ho bramata disperatamente. Non chiedevo altro dalla vita che trasferirmi a New York ed essere Dorothy Parker. La signora spiritosa. L’unica signora al tavolo. La donna che si guadagnava da vivere con la sua arguzia. Che scriveva per il New Yorker. Che azzeccava sempre la battuta giusta al momento giusto, che una volta tornata a casa non restava sveglia a chiedersi cos’avrebbe dovuto dire perché aveva detto esattamente quello che doveva.
Sono cresciuta a pane e battute di Dorothy Parker. Alcune erano di una cattiveria insopportabile, altre tristi, ma riuscivo sempre a glissare su quelle e ricordare soltanto quelle che più amavo. Mia madre raccontava un aneddoto fantastico su di lei che ho custodito per anni. Una sera a casa nostra, così pare, Dorothy Parker stava giocando a Scarabeo con uno scrittore di nome Sam Lauren. Lauren aveva appena composto la parola currie, e Dorothy Parker insisteva che non si scriveva così. Ne nacque un gran battibecco. Alla fine, mia madre disse che aveva del curry in cucina e andò a prender- lo. Tornò con un barattolo di currie della Crosse & Blackwell e lo mostrò a Dorothy Parker. «Ma che ne sanno questi?», disse Parker. «Scrivono cross con la e in fondo».
Buona parte della mia vita l’ho passata a scoprire che le mie ambizioni e fantasie, che un tempo ritenevo uniche, sono in realtà comunissime; quindi non mi ha sorpresa più di tanto scoprire che c’erano altre giovani scrittrici giunte a New York con un’ossessione per Dorothy Parker grave quanto la mia. Mi chiedo, tuttavia, se succeda ancora oggi. Qualsiasi illusione fossi riuscita a conservare sul mito di Parker ha ricevuto un sonoro schiaffone qualche anno fa, quando John Keats ha pubblicato una sua biografia intitolata You Might As Well Live (Simon & Schuster).
A quel punto, avevo già fatto pace col fatto che non ero, e mai sarei stata, Dorothy Parker; ma ero riuscita a ignorare ciò che chiunque abbia letto anche solo una riga scritta da lei o su di lei avrebbe dovuto sapere, e cioè che neanche Dorothy Parker era mai stata davvero bravissima a essere Dorothy Parker. Nel libro di Keats, persino le battute migliori, le frecciatine salaci, i commenti buttati lì sottovoce sembrano scenette tremende degne di una rubrica di Leonard Lyons. Ci sono i racconti dei tentativi di suicidio, di camere d’albergo squallide, delle lunghe sbornie sconclusionate, degli amori infelici, del matrimonio con un omosessuale.
Tutta la precoce e acuta autoconsapevolezza trasformata in un disprezzo di sé da brividi. «Dio, quanto mi credevo intelligente», disse una volta. «Ero solo una ragazzina ebrea che provava a fare la simpatica».
Circa un anno dopo la biografia di Keats, ho letto lo splendido memoir di Lillian Hellman, An Unfinished Woman (Little, Brown). Offriva un ritratto di Parker molto più affettuoso e commovente, capace di restituire quanto fosse speciale starle accanto quando era al suo meglio. «La sua arguzia», scrive Hellman, «non era mai tanto attraente quanto i suoi commenti, spesso folgoranti, sempre improvvisi, quasi si fosse aperto un sipario e ti fosse concesso uno sguardo rapido e abbagliante su qualcosa che da solo non avresti mai scoperto». Eppure, anche il ritratto che ne fa Hellman è quello di una donna triste che ha sciupato la sua vita e il suo talento. In una delle tante osservazioni incredibilmente stupide che contribuiscono a rendere la biografia di Keats tanto insoddisfacente, l’autore descrive Parker come «una donna minuscola, dai grandi occhi femminili e con la mente di un uomo».
Sono poche le certezze che mi restano sul conto di Dorothy Parker, e una di queste è che l’ultima cosa che ave- va era proprio la mente di un uomo. Il volume The Portable Dorothy Parker (Viking) raccoglie la maggior parte dei suoi scritti; ci sono racconti eccellenti – «Una bella bionda», naturalmente – e versi umoristici eccellenti. Ma le opere peggiori sono segnate da una suscettibilità da ragazzina ai limiti del tollerabile. La masochista. La vittima. La romantica i cui umori sono dominati dai ghiribizzi degli uomini. Come in quest’ultima strofa, per esempio, di To a Much Too Unfortunate Lady:
He will leave you white with woe
If you go the way you go.
If your dreams were thread to weave,
He will pluck them from his sleeve.
If your heart had come to rest, He will flick it from his breast. Tender though the love he bore, You had loved a little more...
Lady, go and curse your star, Thus Love is, and thus you are».
«Dal dolore ti lascerà bianca / se di seguirlo ancora non sei stanca. / Sei tuoi sogni fossero filo da cucito / dalla manica li strapperà divertito. / Se il tuo cuore ha trovato pace / lui se lo scuote dal torace. / Tenero forse l’amore che ha portato / tu però di più lo hai amato... / Signora, maledici la tua stella / così è l’amore e così sei tu quella».
Quello che oggi stona in questi versi non è tanto l’emozione che c’è dietro – l’emozione, ahimè, la riconosciamo benissimo – quanto il fatto che ci risulta espressa in maniera imbarazzante. Molte delle poetesse che oggi scrivono d’amore e di uomini scrivono con un’arguzia pari a quella di Parker, ma con l’aggiunta di una dose di sana rabbia. Come accade con la poesia di Edna St. Vincent Millay, che spesso si accusava Parker di imitare, la poesia di Dorothy Parker risulta antiquata non tanto per ciò che è o non è, ma perché la politica ha reso quei sentimenti ormai superati in letteratura.
L’ultima cosa che mi sogno di scrivere è uno di quegli articoli sull’artista donna come una specie di vittima di una società sessista; però nel caso di Parker, va detto, è un’argomentazione che viene facile. E dunque esiste la leggenda, e di quella non resta poi molto. Non si desidera più essere l’unica donna seduta al tavolo.
Non si desidera più passare le serate con un gruppo di persone convinte che il senso della vita stia in un rimbecco ben piazzato. Non si desidera nemmeno più farsi pubblicare sul New Yorker. Però prima che lo si guardasse troppo da vicino, quel mito era bellissimo, e io faccio fatica a rinunciarvi. Soprattutto, mi dispiace che non fosse vero. Come disse una volta Dorothy Parker, proponendo una battuta per la sua stessa lapide: «Se riesci a leggerlo, sei troppo vicino».
Ottobre 1973
Da Crazy Salad. Cose che ho da dire sulle donne, Sur 2026
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