C’è stato un tempo in cui sbagliare una ricetta in televisione poteva renderti simpatico. Oggi rischi l’eliminazione, accompagnata dal giudizio di qualcuno che osserva il tuo risotto come se contenesse le prove di un crimine. Wilma De Angelis apparteneva a quel tempo più indulgente. Nata a Milano l’8 aprile 1930, morta nella stessa città l’11 ottobre 2026 a novantasei anni, aveva attraversato la canzone e la televisione con una leggerezza che adesso ci manca già. Era stata la voce di Nessuno e di Patatina. Per milioni di italiani era soprattutto “Wilma”: bastava il nome, come per una vicina di casa.

La sua seconda vita cominciò nel 1979, quando Paolo Limiti la portò ai fornelli di Telemontecarlo. Telemenù debuttò il 3 settembre; sarebbero arrivati Sale, pepe e fantasia e, dal 1990 al 1993, A pranzo con Wilma. Titoli che sembravano inviti. La cucina diventava un appuntamento, una conversazione da seguire mentre si pensava alla cena. Il talento di Wilma De Angelis consisteva nel dare una trama a un’attività quotidiana: ingredienti, gesti, piccoli incidenti, un risultato da raggiungere insieme. Dentro quella trama c’era posto anche per chi guardava.

So di non sapere

La cosa meravigliosa è che, all’inizio, non sapeva cucinare. Lo dichiarava senza mortificarsi e avrebbe continuato a raccontarlo con orgoglio, perché le spettatrici inesperte imparavano insieme a lei. De Angelis trasformava l’incertezza in compagnia. La sua imperizia aveva una funzione narrativa: dava voce alle domande di chi seguiva, autorizzava il dubbio, rendeva possibile l’identificazione. Se poteva provarci lei, potevamo provarci tutti.

Prima di lei c’erano stati altri fornelli televisivi, soprattutto quelli di Ave Ninchi e Luigi Veronelli in A tavola alle 7, dal 1974. Wilma diede però una forma durevole a un personaggio destinato a grande fortuna: la dilettante ai fornelli, capace di raccontare una ricetta attraverso la propria personalità. La televisione poteva riconoscere nella cucina una risorsa inesauribile di storie. Per tenerci davanti allo schermo bastavano una pietanza e qualcuno con cui avessimo voglia di trascorrere un quarto d’ora.

Anche la scelta del personaggio contava. Wilma De Angelis arrivava dalla canzone, portava una disinvoltura milanese, un’aria mondana, il mestiere dello spettacolo. Il grembiule poteva indossarlo una donna brillante, spiritosa, con una vita fuori dalla cucina. In un’Italia in cui il lavoro femminile e i consumi stavano cambiando la casa, quella presenza suggeriva una possibilità: alleggerire un obbligo quotidiano, farne uno spazio di curiosità e di espressione personale. Persino divertirsi. Una rivoluzione gentile, consumata fra una pentola e una battuta.

L’eredità

Le sue eredi spirituali avrebbero sviluppato quella promessa di familiarità: Benedetta Parodi con le ricette rapide di Cotto e mangiato, Benedetta Rossi con Fatto in casa per voi, Tessa Gelisio raccogliendo il testimone della stessa rubrica di Parodi. Anche Antonella Clerici appartiene a questa genealogia della compagnia. Personalità diverse, accomunate dalla capacità di farci sentire invitati. Con Wilma aveva preso forma una grammatica televisiva: la ricetta come occasione per costruire un rapporto, la conduttrice come presenza di famiglia.

Qui sta anche il suo contributo al mito della cucina italiana. Nell’Italia precedente al benessere, i saperi alimentari erano circoscritti dalle risorse disponibili, dalla necessità e dalla ripetizione: poche preparazioni, ingredienti accessibili, competenze distribuite in modo diseguale. La televisione allargò quel repertorio, mise in comunicazione esperienze distanti, offrì parole e riferimenti comuni. Guardando Wilma si poteva imparare una ricetta e, insieme, imparare a parlarne. La cucina diventava un argomento nazionale, sul quale sentirsi autorizzati a intervenire. Oggi distribuiamo giudizi gastronomici con la sicurezza di una commissione ministeriale. Una parte di quella sicurezza è nata davanti a una donna che ammetteva candidamente di dover imparare.

Quel racconto comprendeva il supermercato, i prodotti industriali, gli ingredienti sponsorizzati: la vita materiale dell’Italia contemporanea. Proprio dentro questa modernità prendeva forma anche l’immagine di una sapienza domestica antica, familiare, apparentemente posseduta da sempre. La televisione insegnava nuove ricette e ci aiutava a immaginarle come un’eredità.

De Angelis contribuì così a costruire anche il mito della cucina delle nonne: quel patrimonio ricco e rassicurante nel quale oggi riconosciamo le nostre origini, spesso dimenticando quanto abbia imparato dal benessere, dall’industria e dallo schermo. La sua familiarità dava alle novità il calore delle cose già conosciute.

Oggi una parte della televisione ha trasformato il pranzo in una prestazione, con cronometri e verdetti. Lei ne faceva una storia nella quale entrare e sentirsi a casa. Se ne va anche per questo un pezzo della nostra memoria: Wilma ci aveva tenuto compagnia mentre imparavamo a cucinare, aiutandoci a credere che, in fondo, lo sapessimo fare da sempre.

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