In politica si dice che è lo sconfitto che rivendica la propria coerenza, poiché in mano non ha altro. Ma il leader di Azione Carlo Calenda non si può certo accusare di essere schiavo delle sue parole. Tutt’altro: dalla sua posizione nei confronti del Pd a quella sulla necessità di un fronte largo alle prossime elezioni, la sua posizione è stata come minimo ondeggiante, soprattutto nelle ultime settimane di campagna elettorale.

Draghi sì o Draghi no?

Mario Draghi «è l’unico che può fare il premier», diceva Calenda a fino a una settimana fa. Il segretario del Pd Letta non doveva farsi idee strane su una sua possibile premiership: «Dobbiamo fare di tutto per cercare di tenere Draghi a Palazzo Chigi», ripeteva Calenda. Poi, però, da Draghi sarebbero arrivati segnali di insofferenza per questo continuo essere tirato in ballo e allora la musica è cambiata: «Un Paese del G7 non deve dire o Draghi o la morte». Il ruolo di capo di governo dovrebbe quindi spettare quindi al partito della coalizione che prende più voti? Certo che no. «Se domani  Draghi dicesse che non è  disponibile allora mi candiderei io – dice Calenda – Io voglio arrivare a gestire questo paese e diventare presidente del Consiglio, non c'è niente di male». Ma non era Draghi l’unico che poteva farlo?

Fronte o centrino?

È da dopo le elezioni del 2018 che Calenda invoca un “fronte repubblicano”, un’alleanza di tutti contro la destra sul modello di quella che, fino alle ultime elezioni parlamentari, ha tenuto il Front National ai minimi in parlamento. «Incomincimo a far nascere comitati civici che possano sostenere un fronte repubblicano contro lo sfascio alle prossime elezioni», scriveva su Twitter cinque anni fa.

Ora che la vittoria della destra appare quasi sicura, Calenda è tornato a rispolverare questa espressione. Serve un vasto fronte, senza capricci e veti incrociati,  per fermare una destra che porterebbe il paese «verso una situazione venezuelana», scriveva pochi giorni fa. Ma nonostante queste nobili parole e l’alta ispirazione d’oltralpe, Calenda ha di fatto deciso di correre da solo e lui stesso ha lasciato intendere che nella scelta abbia avuto un ruolo non secondario un sondaggio sui risultati del suo partito. Ma senza grande alleanza non rischiavamo il Venezuela?

Pd o fuori Pd

«Non bisogna fare un altro partito ma lavorare per risollevare quello che c’è». Così diceva Calenda nel marzo del 2018, poco dopo aver annunciato la sua intenzione ad iscriversi al Pd. «Voglio solo collaborare perché il Pd è fondamentale per Italia», diceva negli stessi giorni. Tutti, o quasi, sanno com’è andata a finire (e chi non lo sa, può informarsi qui).

Destra o sinistra

Entrato in politica con Scelta civica e il programma di austerità di Mario Monti, qualche anno fa Calenda ha compiuto un’opera di abiura del suo passato. Ha criticato il governo Renzi e detto che il Jobs Act era sbagliato. Nel suo manifesto politico del 2018 ha detto che serviva «uno stato forte» e «proteggere gli sconfitti della globalizzazione». Ma quel Calenda, oggi, sarebbe irriconoscibile, dopo che nel suo partito ha imbarcato transfughi di Forza Italia e nel suo programma ha messo ai primi posti la militarizzazione delle opere pubbliche e una riforma del reddito di cittadinanza.

 

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